Un giardino in bottiglia – eternal terrarium

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Allora…
Non era previsto un tutorial, ma siccome mi sono state chieste spiegazioni da più parti (facebook, messenger, whatsapp e pure sms), allora per non dover spiegare mille volte la cosa la scrivo qui e basta.

Prima di tutto una premessa:
se cercate su google, otterrete un’infinità di informazioni, nessuna di esse completa, nessuna che vi spieghi passo passo come realizzarlo, pochissime che vi raccontano pezzettini di cose per capire cos’è e come funziona.
Ecco, io con questa piccola guida vi indicherò passo passo quello che ho fatto, come e perché. Non so se ho fatto tutto giusto, ma quantomeno ho cercato di dare un senso a tutto.

Veniamo al punto: che cosa stiamo realizzando?
Stiamo realizzando nientepopodimenoché un ecosistema completamente autosufficiente. Un ambiente in cui far vivere per anni un po’ d’erba e un po’ di muschio senza doversene prendere cura per gli anni a venire, e nel quale far vivere, con un po’ di fortuna, una colonia di formiche.

Come tutti ben sappiamo, un ecosistema è una specie di circolo vizioso. Servono acqua, aria e cibo.
Il ciclo è questo: l’acqua evapora tramite il calore del sole. Non piove, ma si forma condensa sul vetro.
Le piante crescono e producono l’ossigeno attraverso il sistema della fotosintesi. (Avete fatto tutti le elementari, presumo.)
Le foglie morte marciscono e nutrono la terra.

Facciamo ora una lista di quello che vi serve:
– Un vaso di vetro. (da quello della marmellata alla damigiana da 20 litri vanno bene tutti, basta che siano di vetro, che possano essere chiusi ermeticamente e che siano puliti.) Io ne ho comprato uno apposta, al supermercato, a 5 euro. Di quelli tipo per mettere via la pasta, che si possono sigillare con una guarnizione di gomma pressata fra il tappo e il collo della bottiglia.

– Sassi. Ghiaino, più che altro, reperibile nel prato dietro casa. Se lo prendete da una strada bianca, magari dategli una bella pulita.

– Terriccio. Prendetelo da un prato: contiene già sali, semi vari e sapete per certo che ci cresce l’erba. Io l’ho preso da tre punti diversi della casa e l’ho mescolato con una parte di terra da vaso.

– Uno o due vermi di terra. Se non ricordo male (ma potrei dire una vaccata, verificate) i vermi di terra dovrebbero essere ermafroditi, quindi si riprodurranno pure loro in autonomia.

– Muschio. Non prendetelo in un bosco, che c’è il divieto di raccolta. Magari ce l’avete su qualche muretto privato, sul lato nord di casa vostra.

– Trifoglio, edera, o qualunque pianta verde vi venga in mente.

– altri sassi e pezzi di legno.

Procedimento:

– Ho steso uno strato di 2 cm di ghiaia sul fondo del vaso. Questo crea una sorta di falda che raccoglierà l’acqua nel sottosuolo.

– Inserite la terra mista a sassi, in modo che sia un terreno abbastanza drenante. Io ho fatto circa tre cm, l’erba che ho raccolto ha radici poco profonde. Aggiungete i vermi: ci penseranno loro a lavorare la terra al posto vostro, concimandola e mantenendola morbida.

– Con la stessa delicatezza con cui avete preso le piantine con tutta la loro radice, ripiantatele all’interno del vaso ricoprendo, appunto, la radice. Fate più attenzione che potete per non danneggiarle.

– inserite il muschio: è il motore del giardino. (questa è la spiegazione più semplicistica che ho trovato.)

– Decorate a piacere con sassi, corteccia e rametti.

– Al limite, se trovate qualche formica (o magari un pezzo di legno che ospita un formicaio, uova comprese) potete inserirla, ma prima assicuratevi che l’ecosistema sia bene avviato.

Avviamento:

Su questo argomento ho trovato pochissime informazioni, quindi accontentatevi.

– Prendete un bicchiere d’acqua e lasciatelo sul tavolo un paio di giorni, per far evaporare il cloro presente.

– Spruzzatelo sulle piante, o annaffiate il giardino nel modo che ritenete più opportuno.

– Chiudete ermeticamente il barattolo. La mattina e la sera dovrebbe apparire la condensa; durante il giorno il vaso dovrebbe risultare limpido.
Se le piante avvizziscono, aggiungete acqua. Se marciscono o se è presente una nebbiolina durante il giorno, allora aprite e lasciate evaporare un paio d’ore.

Ecco. Io l’ho creato giusto oggi, vi terrò aggiornati.

A presto!

Edit: mi sono dimenticato una cosa importante.
Mettetelo in un ambiente bene illuminato, alla luce non diretta del sole, se non volete bollire piante, vermi ed eventuali altri ospiti raccolti assieme alla terra.
Serve il sole per il ciclo dell’acqua e per la fotosintesi, ma state attenti, è pur sempre un ambiente chiuso.

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Ecce Dio.

Un racconto.
Ho perso un po’ la mano. Scusate.

Tutto ebbe inizio qui, in una frazione di un comune sconosciuto del nord Italia.
Una frazione talmente inutile da essere in mezzo al confine tra due province, tanto che c’era chi aveva la casa da una parte e il garage dall’altra, con ovvi disagi fiscali e burocratici.
Un paese di gente semplice, operai e contadini in perenne lotta con le enormi distanze che costavano quasi due ore di viaggio da casa al posto di lavoro.

A noi non pensava nessuno, semplicemente abitavamo lì, in un pugno di case ammassate una sull’altra.
A nessuno interessava contendersi quel pezzettino di confine, fino a quel giorno di tanto tempo fa. Come in una favola, nessuno ha cognizione di quanto sia trascorso da allora: il tempo ha perso ogni significato.

Siamo diventati famosi, sapete. Il giorno di Natale, non ricordo di quale anno, qui è nato un essere soprannaturale. Qui, perché si partorisce ancora in casa.

E no, non una divinità del Pantheon umano conosciuto, né una delle tante di qualche romanzo allucinato.

Il giorno di Natale qui è venuto alla luce, in forma umana, un’entità che sarebbe potuta essere il creatore del Tutto, o semplicemente una bizzarria.
Si è subito manifestato, appena uscito dall’utero materno, parlando e camminando, come si dice sia successo alla nascita del Budda. “Sono qui”, disse, “sono tornato.”

La notizia volò subito di bocca in bocca, e dopo pochi giorni accorsero giornalisti e autorità da ogni dove. Tutti volevano parlare con lui, in un caos generale di voci, domande e corpi che cercavano di sgattaiolare uno avanti all’altro.
Ognuno voleva poter dire di avergli fatto una domanda, o almeno averlo visto di persona.

Politicamente, ne era nata una contesa prima fra i due comuni confinanti, per la proprietà del neonato, a suon di schiaffi e pugni nell’Aula del Consiglio Comunale, e poi si era estesa alle due provincie, al Paese e al mondo intero.

Il neonato si era limitato a guardare l’evolversi della situazione. Silenzioso, insensibile all’escalation di violenza che si era generata fra le Nazioni per i diritti del suo sfruttamento.

Il nostro paesino sosteneva che fosse suo, e che ogni nazione avrebbe dovuto versare un tributo per quel nuovo Dio.
Il resto del mondo sosteneva che quel bambino dovesse essere “patrimonio dell’Umanità”, e che fosse trasferito in un luogo che fosse accessibile alla maggioranza delle genti, ognuno rivendicando la propria nazione come adatta a ospitarlo.

Come uno spettatore annoiato di fronte alla visione dell’ennesimo film catastrofico, il dio osservò l’umanità dividersi e distruggersi nelle maniere più becere e cruente; poi, all’improvviso, successe.
Congelò tutto e tutti come se avesse messo in pausa la proiezione. Come se fossimo un frammento di pellicola, rimanemmo immobili nelle azioni che stavamo compiendo in quel momento.

Ci rivolse quattro parole, prima di andarsene. Quattro parole in una lingua sconosciuta, che risuonarono nella testa di ognuno, credo, prima di liberarsi dell’involucro umano e dissolversi in una forma incomprensibile a noi mortali. Vissi quel momento nella mia mente, nitido, come se fosse stato davanti a me.

Solo quattro parole, e ci lasciò immobili, incapaci di ogni movimento, incapaci di parlare, di avere caldo o freddo, incapaci di morire, incapaci di tutto, tranne che di pensare.

Chissà poi perché.

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“I Due Regni – le porte di Eshya” *****

Di Alessia Palumbo

[la foto di copertina ancora non esiste.]

edizioni: EKT Edikit
pagine: CIRCA 450 (non è ancora stato impaginato)
Letto più volte in fase di stesura, primavera – estate 2016 (e tutte le volte mi sono divertito un sacco)

Care lettrici, cari lettori, bentrovati!
Sono orgogliosissimo di presentarvi questa recensione, mi elettrizza, mi…
Beh, “mi molte cose”.

Io e il mio gonfiatissimo ego siamo qui a raccontarvi in anteprima mondiale il secondo capitolo de “I due regni”, che si chiama “le porte di Eshya”.
Siccome non è ancora stato impaginato, siccome non c’è ancora una copertina definitiva… insomma, siccome non è ancora edito posso raccontarvi poco, quindi dovete accontentarvi.
Ma tanto non è che di solito vi racconti molto, quindi a voi non cambia granché.

Io l’ho letto quest’estate, voi lo leggerete il prossimo anno, ma se prima leggete me arriverete preparatissimi.
Ah, e fate finta che oggi sia il 23 novembre, che la recensione doveva uscire in concomitanza con il “compleanno” del primo volume, ma per motivi organizzativi mi è stato chiesto dall’autrice di anticiparla.

Che dire… Il romanzo riprende esattamente là dove si era interrotto il primo volume. La parte di Farwel/Asur vede la protagonista entrare sempre più nelle grazie della Comandante, e conoscere allo stesso tempo un complotto che vede una città, Eshya appunto, tramare alle sue spalle.

Della comandante, non di Farwel.

La storia continua con questo doppio gioco fino a quando succederà qualcosa, non voglio rovinarvi il colpo di scena, per cui Farwel sarà costretta a riprendere definitivamente le sue sembianze originali.
Non mi sento in colpa a dirvelo perché, per come tutto è cominciato, sappiamo tutti quanti che prima o poi sarebbe successo, ma l’evento scatenante è… wow!

In ogni caso, da lì in poi la rivolta di Eshya contro la Città Intera sarà vicina. Molto vicina.

[spoiler alert] Dall’altra parte, invece, la Farwel giovane aveva già visto la morte del suo amico durante il Rito di Drator, alla fine dello scorso volume, e da lì inizierà il suo calvario, la maledizione che la accompagnerà per tutta la vita. [/spoiler alert]

Non avete letto il primo volume? Mi spiace per lo spoiler, ma non è colpa mia. Io ve lo avevo pur detto, di leggerlo!

Comunque, sarà perseguitata per sempre dagli incubi, e porterà con sé un marchio indelebile che la farà vivere costantemente in pericolo. Di che cosa si tratti, lo lascio scoprire a voi. Che se ve lo dico io, poi mi accusate di spoilerare, e non è il caso.

A ogni modo, conoscerà nuovi compagni, affronterà nuovi corsi di magia e supererà una prova assieme a due guerrieri, una specie di esame che però, proprio a causa del marchio di cui sopra, non andrà come previsto, come durante il rito. Seguirà un viaggio rocambolesco per fare ritorno all’accademia, e inizieremo a vedere le prime manifestazioni dell’odio verso i maghi.

E poi… beh, scopriremo anche cosa diavolo sono ‘sti Due Regni. E quando si scopre cosa sono è un po’ come l’uovo di colombo, ovvero una cosa così palese che ce l’abbiamo sotto il naso e non ce ne accorgiamo. Però, quando lo scopri, un po’ ti spiazza.

E la storia che Farwel ci stava raccontando? Si, quella della povera cameriera che incontra il principe, intendo. Beh, non ve ne ho parlato nella scorsa recensione, non ve ne parlerò certo adesso!

Che altro dire?
Non posso raccontarvi molto altro, ma posso dirvi cosa ci ho trovato dentro. E dentro ci sono molte belle sorprese.

No, non come quelle delle patatine.

Allora… il ritmo continua a essere trascinante, anzi: lascia ancora meno respiro rispetto al primo volume. Gli eventi si susseguono in rapida successione, e ogni capitolo si conclude in un modo che vorreste saltare direttamente alla parte successiva, senza leggere quello che succede nell’altra metà della storia. Solo che non si può. Non si può leggere della Farwel adulta senza leggere di quella giovane, e viceversa, perché le due storie sono parallele.
Questo genera un’energia cinetica tale che il libro si fa divorare in poco tempo, sono molto rari i momenti in cui lo chiudi in tranquillità.
Diciamo che è uno di quei romanzi che ti tiene sveglio fino alle tre di notte.

I personaggi sono coerenti, soprattutto Farwel, che continua a scappare dalle situazioni, dai problemi. Almeno, lo farà fino a quando… no, non ve lo dico. Rovinerei l’effetto “wow” di cui ho parlato prima.

La Comandante è sempre la solita sadica, e scopriremo che è anche una persona molto, molto intelligente. Non il solito cattivo che non ci arriva, ma un tipo che ci pensa, riflette, trova soluzioni ai problemi e arriva in fondo alle indagini che segue personalmente.

Ah, ci sarà un personaggio nuovo… cioè, lo conosciamo già, ma qui è nuovo. Sembra uscito da “Assassin Creed”, in quanto non indossa l’armatura e combatte con due lame corte… e qui finiscono le similitudini. Diciamo che spicca in mezzo agli altri guerrieri come un pois verde su un maglione fuxia, e, pur essendo un personaggio importante, la sua tecnica e il suo passato non verranno approfonditi più di tanto.
Va bene lo stesso, la sua storia pregressa non ci interessa, non è nemmeno utile ai fini del racconto, ma qualche particolare in più non avrebbe guastato. Diciamo che sembra venire lasciato in disparte, come se il suo ruolo dovesse ancora manifestarsi. Perché, appunto, non è ancora il momento che sappiamo certe cose.
Alessia non ha lasciato nulla al caso, e nel prossimo libro ci saranno sicuramente altre cose da scoprire a riguardo. Non lo sto immaginando, lo so per certo. Sono soggetto a spoiler. Alessia, verrai punita durante le vite future per questo. Il Karma non perdona!

A questo punto, potrei dirvi che Alessia, dopo aver letto la recensione da cima a fondo, mi ha chiesto di dire cosa penso del finale, e io ho pensato di non dirvi nulla. Lo lascio scoprire a voi.
Ma solo per fare un dispetto a lei, eh. Sapete, il Karma di prima.

Per finire, voglio raccontarvi un piccolo aneddoto, per capire quante cose un autore deve soppesare, quanto lavoro di rifinitura ci sia dietro ogni singolo evento, quante belle idee e immagini vengano buttate alle ortiche per amore della coerenza e della fattibilità.

Ebbene, a un certo punto voi vedrete una colomba volteggiare in una stanzetta che sembra uno sgabuzzino, che io ho immaginato essere molto in disordine.
Ecco, quella colomba doveva essere un’aquila, ma, come ho fatto notare ad Alessia, un uccello con un’apertura alare di un paio di metri difficilmente sarebbe riuscito a spiegare le ali in una stanza così. E farla semplicemente appollaiare da qualche parte non sarebbe stato decoroso.

Non è che uno le cose non le sa, anzi, è che a volte si ha in testa un’immagine, e mentre si butta giù l’idea magari non ci si pensa… ma poi rimane lì.
Io l’avevo letto senza battere ciglio, poi, dopo un paio di pagine, mi sono detto “no, aspetta un attimo…” e lì è partito il confronto. Gliel’ho fatto presente, e lei è stata d’accordo con me.

Ecco, questo è tutto.
È stato un piacere leggere Alessia, e sicuramente leggerò il resto della storia. Perché l’idea è buona, e l’ha saputa sfruttare. Perché è piacevole, per niente pesante nonostante la sua complessità.
E perché voglio vedere come va a finire.

E la lista potrebbe continuare.

Insomma, leggetelo perché è una bella storia, e basta. Fatevene una ragione.

Alla prossima!

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Arma Infero II – I cieli di Muareb (****)

di Fabio Carta

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700 pagine
Edizione: Inspired Digital Publishing
Iniziato il: 22/06/2016
Finito il: 5/10/2016

Cari lettori, care lettrici (e viceversa) ben trovati!
Ho appena finito di leggere il secondo volume della storia di Fabio Carta, e come avete ben visto là sopra mi è piaciuto. Ancora. Più di quello scorso.

Tu con la mano alzata, si, bisogna aver letto il primo volume per leggere il secondo. Perché si riprende senza soluzione di continuità dal punto in cui la volta scorsa avevamo terminato la lettura.

La narrazione parte sparatissima, le prime pagine si leggono in un lampo. Non sembra quasi la stessa penna, tanto è serrato il ritmo narrativo.

Inizia di getto, con un diverbio tra Karan e Luthien, si legge del loro rientro a Gargan in un treno fatiscente, sotto copertura. A Gargan si sposeranno, ma non sarà una storia felice, perché Karan è quello che è, e rimanendo fedele a se stesso non riesce a tenersi stretto qualcosa di buono se non per poco tempo.

Purtroppo, la velocità del ritmo narrativo a un certo punto si interrompe.

A Gargan si parlerà di politica, metteremo insieme altri pezzi dei sistemi che governano le lande desolate di Muareb, delle divergenze e delle differenze abissali esistenti fra una colonia e l’altra.

Nel frattempo, ritorna tutto il lato tecnico riguardante la meccanica e il funzionamento degli zodion, scendendo in particolari, ma non sarà una cosa così massiccia come lo è stata per il primo capitolo, anzi: sarà interessante, più leggera perché tante cose le sappiamo già, più gustosa perché cominceremo a vedere il lavoro di Karan per una modifica mai tentata prima.

“Papà, mi fai guidare la tua macchina?”
“Si, quando gli zodion voleranno!”

Ecco. Magari non subito, ma a un certo punto si alzeranno in volo.
E Karan dovrà come al solito mangiarsi il fegato perché non potrà prendersi alcun merito per il passo in avanti nella tecnica.

Comunque sia, presto si va in guerra, ma la vedremo poco, dalle retrovie. Perché (e qui sta la grande forza di questo romanzo) la vedremo attraverso gli occhi di Karan. Che se lui non è al fronte non sa cosa stia succedendo, quindi non può raccontarcelo. Ci racconterà, invece, di alcuni retroscena tecnici e politici, e di come lui e il suo gruppo verranno considerati dei fuorilegge, dei pazzi da cui è meglio tenersi alla larga, dei drogati da emarginare.

Vedremo un piccolo pezzo di guerra, giusto per assecondare la voglia di battaglia che abbiamo in corpo, e poi via, si va alla ricerca del disperso Lakon, che pare si sia inoltrato fra i ghiacci del polo.
Lo ritroveranno? Certo che si, la cosa è piuttosto ovvia, anche perché in caso contrario la storia non si potrebbe sviluppare oltre, ma ci vorrà del tempo.

E poi basta, di quest’ultima parte, che si sviluppa sotto la superficie di Muareb, lascio come sempre a voi il piacere di scoprirla. (lo so, è una frase brutta, mettetela a posto voi, se vi va di farlo. Io stasera non ne ho voglia.)

A grandi linee la storia è questa.

Parliamo ora di cose serie: perché mai dovreste mettervi a leggere un altro mattone di 700 pagine, sapendo già che è lento e pesante?

Forse per il linguaggio ricercato, che sembra l’Italiano dei nonni dei nostri nonni. Un linguaggio desueto, povero di vocaboli, eppure a suo modo ricco di significato.

Forse perché Muareb esiste davvero. “Arma infero” racchiude in sé, oltre a quello che ci sta raccontando Karan, una serie di situazioni politiche verosimili,pseudoreligioni in conflitto fra loro, una geografia dettagliata e una storia che riusciamo vagamente a ricostruire grazie alle informazioni frammentarie raccolte qui e là.

Forse perché il punto di vista rimane coerente, Karan ci sta raccontando la situazione per come lui l’ha vissuta, e non sapendo altro da quello che ha visto non può raccontarcelo. Se vogliamo sapere cosa sta succedendo attorno a lui, dobbiamo anche qui mettere insieme i pezzi di avvenimenti che gli vengono raccontati, stando attenti a smontare e ricostruire tutto a mano a mano che scopriamo che alcuni di questi pezzi sono fantasie di megalomani.

Forse perché tutti gli eventi sono concatenati fra loro in maniera egregia, e niente è trattato con superficialità, niente viene abbandonato per strada o lasciato al caso.
Spesso viene da pensare “no, un attimo, c’è qualcosa che non va”, ma subito arriva una parola che ricorda che tutto è già stato spiegato prima. E, magicamente, tutto torna perfettamente a posto.

Davvero, è un mattone incredibile, ma è anche uno dei più bei racconti di fantascienza che mi sia capitato di leggere.

Perché non dovreste, invece, leggerlo?

Beh, diciamo che, in contrapposizione a Karan e Lakon, che sono personaggi descritti con cura maniacale fin nel più piccolo dei particolari, i personaggi che ruotano attorno a loro sembrano un po’ piatti. Come le salviettine usa e getta sono un surrogato di acqua e sapone, i personaggi secondari sono più che altro dei fogli di carta velina, con un background appena accennato, quando c’è.
D’altra parte, non è che serva a molto conoscere nei particolari personaggi che prima o poi dovremo abbandonare, però un po’ di inchiostro in più non avrebbe guastato.

Ecco. Sono più i punti a favore che quelli contro.

L’altra volta, se ricordate,mi ero lamentato dell’estrema lentezza del romanzo. Questa volta, invece, sapevo già che ci avrei messo un sacco di tempo a leggerlo, così non ci ho pensato e sono riuscito a godermi di più la lettura. E ho scoperto che la lentezza è un altro punto di forza, perché è la narrazione stessa che la richiede.

Fabio ha una bella penna, e merita di essere letto. Però dovete essere pronti ad avventurarvi in un viaggio estremamente lungo, che non vi porterà in luoghi piacevoli e non vi farà viaggiare su mezzi confortevoli. Diciamo che sarà come viaggiare su un treno con i sedili di pietra, posato su rotaie sconnesse, in luoghi aridi e pericolosi.

Aspetto il terzo volume con impazienza. La cerca del Pagan è conclusa, è tempo che Lakon inizi la sua ascesa verso l’immortalità, verso la divinizzazione. E si prospetta una cosa terribile e grandiosa.

L’ultimo capitolo di questo secondo volume fa da incipit al successivo.
Dire che questo incipit è buono sarebbe riduttivo. Perché è un finale da urlo, è un propulsore a reazione che spinge a prendere subito in mano un libro che ancora non è stato pubblicato, è un incipit prima dell’incipit che è una bomba.

E spero di vederla esplodere in fretta.

È tutto. ALla prossima, che purtroppo non sarà così prossima.
Ciao!

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R.E.C.O.N. G6 ITALIA – Maggiora 2016


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Ciao a tutti. Lo so, lo so, in genere voi arrivate qui e trovate la recensione di un libro o, alla peggio, un raccontino.
Però è estate, e non ci sono solo i libri, e ci si dedica a tante cose, in estate.
Per esempio al modellismo. Radiocomandato. Off road.

E qui arriva il bello, ovvero il G6. Cos’è il G6? In due parole, è un evento modellistico che si svolge in varie parti del mondo, a tappe, sempre con lo stesso presentatore, Brian Parker, americano, persona squisita, simpaticissima e oltremodo disponibile.

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(Brian Parker, from U.S.A.)

Ma passiamo oltre, vi spiego tutto.
Partiamo la mattina alle 6 e qualcosa, un pullman di 10 persone, una piccola rappresentanza del gruppo “Veneto Scaler”, alla volta di Maggiora, località dove si svolge l’evento.

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Dopo le scartoffie di rito e la presentazione dell’evento, si parte per una delle avventure più belle e impegnative del mondo RC, un percorso di 5 Km circa con i terreni più svariati e impervi: asfalto e cemento in quantità esigue, poi rocce e pendenze varie, terra friabile, fango di varie densità, da quello liquido a quello pesante, sabbia, sabbia bagnata, acqua (perché qualche guado si deve pur fare), passaggi in cui prima sei in acqua, esci sulla sabbia e con le ruote scivolose inizi una salita ripidissima…
Il tutto in salsa Camel Trophy, ovvero non una gara ma un’avventura da affrontare insieme, senza alcuna possibilità di toccare il mezzo se non per azionare un verricello, organizzarsi per trainare un amico in difficoltà o cambiare le batterie. Insomma, come se fossero auto 1:1, che non arriva una mano gigante a raddrizzarle. NO HAND OF GOD, questa è la regola.

Ah, o per le riparazioni in loco, che fra cadute e immersioni varie non c’è da stupirsi che si rompa qualcosa. Io, per esempio, ci ho rimesso un ammortizzatore. Riparabile, se trovo il ricambio.

Eravamo 219 partecipanti, tutti ugualmente decisi ad arrivare in fondo, perché “finire il R.E.C.O.N. G6 è come vincere il R.E.C.O.N. G6”, tant’è vero che non c’è una classifica completa, ma vengono simbolicamente premiati i primi tre piloti di ogni categoria.

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Per quanto mi riguarda, sono partito pieno di entusiasmo, e il percorso ha superato ogni aspettativa. Sono partito con Giordano, il mio compagno di viaggio…

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(Il mezzo di Giordano, e il mio.)

…e strada facendo abbiamo reclutato Tom e Gigi, formando così una squadra che ha trovato subito un discreto affiatamento che ci ha permesso di superare tutti gli ostacoli e arrivare in fondo a tutti i tracciati, completando l’avventura sul limite del tempo massimo previsto, che era di ben 6 ore.
La squadra che abbiamo formato era composta da un gruppo eterogeneo di mezzi e persone, e, senza far nomi, c’era quello che vedeva le porte al volo (o quasi); quello che lento ma inesorabile si arrampicava ovunque, fermandosi poi a recuperare tutti; quello che superava gli ostacoli quasi senza battere ciglio; infine quello che, avendo qualche problema col mezzo, ha regalato a tutti momenti adrenalinici, rischiando in qualche occasione di far finire in acqua tutti e quattro durante recuperi da situazioni assurde.

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(Si, purtropo non ho una foto di tutti e quattro i mezzi assieme. Mi spiace, Luigi.)

Il percorso è stato qualcosa di devastante, perché farsi 5 Km in un bosco è una passeggiata, ma doverli fare con una macchinina radiocomandata in scala 1:10, studiando il percorso, cercando le bandierine numerate da passare in sequenza, studiare gli ostacoli in modo da riuscire a superarli… beh, è stancante fisicamente e mentalmente. Alcune situazioni ti costringono a elaborare una strategia comune per trainarsi tipo trenino o spingersi, o far arrivare qualcuno oltre l’ostacolo in modo che poi possa trainare gli altri attraverso percorsi impervi.

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Sono stato oltremodo sorpreso dalle ultime modifiche che ho fatto al mezzo, modifiche che hanno cambiato profondamente l’assetto del mezzo e il suo equilibrio, che non ho avuto il tempo di provare prima di affrontare il G6, ma che mi hanno permesso di ribaltarmi solo 3 o 4 volte e affrontare il percorso agilmente e quasi senza toccare le bandierine (su quasi 400 ne ho toccate 5!!)

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(Et voilà! Un bagnetto :D)

Insomma, la soddisfazione è stata piena e completa. Soddisfatto del mezzo, dell’organizzazione (a parte un paio di cose, ma pazienza, perdoniamo tutto), delle persone che hanno partecipato, tutte disponibili ad aiutare, soddisfatto per i nuovi incontri, per il caffè di Joey… In definitiva, la giornata è stata fantastica!

E aver conosciuto Brian, alcuni amici del forum Scalers & Crawlers, e aver concluso il R.E.C.O.N. G6, ha aggiunto soddisfazione alla soddisfazione.

E poi grazie.

Grazie alla squadra improvvisata per la fantastica avventura.
Grazie agli organizzatori, che si sono sbattuti un sacco.
Grazie a Parker, persona squisita e disponibilissima.
Grazie a Joey, che ha offerto a tutti un caffè formidabile, selezionato apposta per il G6.
Grazie agli sponsor, in particolare a RC4WD e Horizon Hobby, che hanno reso possibile questa manifestazione.
Grazie a Wane, che ha messo insieme una corriera, è stata una salvezza.
Grazie a tutte le persone incontrate durante il percorso, sia a quelle che ci hanno aiutato che a quelle che si sono fatte aiutare.
E grazie a tutti i partecipanti, 219 persone che, ognuno alla propria maniera, hanno contribuito a rendere assolutamente EPICO questo evento.

Grazie.

Grazie anche al mio mezzo, “Mammooth”, che, nonostante sia un mezzo poco prestazionale, ingombrante, pesante, e che durante l’ultimo percorso ha affrontato gli ostacoli senza un ammortizzatore posteriore, mi ha permesso di finire il R.E.C.O.N. G6, permettendomi di fregiarmi del titolo di “R.E.C.O.N. G6 finisher”.

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Ci si ritrova l’anno prossimo. E, speriamo, anche prima.

Edit: per chi poi fosse più curioso, ci sono anche i video. Aggiornerò a mano a mano che usciranno.

il mio
Quello di “Renegade 1964”
Quello di “Tommy CJK”
Quello di Riccardo B.
Quello di “Max4459”

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