Lo stivale di legno di Jeremy Spencer

– Nonno! Svegliati, nonno!
– Perbacco! Eric, è questa la maniera di svegliare un vecchio dal suo sonno?!
– Scusa… ma me la racconteresti una cosa?
– Beh… oramai sono sveglio. Dimmi, piccolo Eric, cosa vuoi che ti racconti?
– Ecco… perché hai una gamba di legno, nonno?
– Non è una gamba, ma uno stivale!
– E a cosa ti serve uno stivale di legno?
– Beh… innanzitutto per camminare. Vedi, Eric, io sono senza una gamba.
– Cos’è successo alla tua gamba?
– – Siedi, te lo racconto. Devi sapere che una volta, tanti anni fa, mi pare fosse il 1902… sì, era proprio il 1902, ed ero a Genova…

– Tutti a bordo! Si salpa!

Il San Callisto era un tre alberi agile e veloce come pochissimi altri. Vecchiotto, invero, ma ancora buono per una traversata oltreoceano. Si vedeva dai rattoppi che quel vascello doveva aver superato numerose tempeste, ma era ancora a galla. Il capitano aveva assoldato i migliori carpentieri e maestri d’ascia per riportare in vita la sua nave, compagna di mille avventure.
Quel giorno il tempo era buono, e il vascello, con tutta la compagnia a bordo, salpò alla volta delle Americhe. Dopo trentaquattro giorni di navigazione tranquilla, ecco la tempesta. Era appena tramontato il sole, la luce si stava smorzando, e un forte vento di Maestrale, freddo come non si era mai sentito, investì improvvisamente la nave.

– Ammainate le vele! Ammainate le vele! Nostromo, ordini al timoniere di tenere a galla la nave!
– Sì, capitano! Ammainare le vele! Timone a dritta! Svelti, che qui ci rovesciamo!

Il vascello si mise di prora contro le onde, il beccheggio si fece violento, ma i marinai restarono ben fermi nelle loro posizioni. Con un fortunale del genere si aveva sempre paura che le funi che legavano i cannoni, sempre pronti al fuoco difensivo, si spezzassero, e che i cannoni, a loro volta, iniziassero a vagare disordinatamente per la nave, travolgendo tutto e tutti e creando falle letali.
Per tutta la notte il vascello lottò contro il mare, e, alla fine, vinse. All’alba la tempesta iniziò a disperdersi, ma un’ultima onda, che fece beccheggiare la barca in un modo tale che sembrò avere un sussulto, fece in modo che una delle lanterne rimaste accese nella cabina del capitano si rovesciasse sulla scrivania. L’olio s’incendiò subito, e le fiamme non ci misero molto a prendere possesso della nave.

– Fu allora che perdesti la gamba, nonno?
– No, Eric, non fu allora. Lasciami andare avanti, che la storia è ancora lunga.

Il fuoco si propagò in fretta, dalla cabina del capitano al castello di poppa, dove imprigionò e uccise il timoniere; da lì, facendo cadere l’albero più piccolo raggiunse la vela dell’albero maestro. Se la mangiò in fretta, poi iniziò a calarsi dall’albero mentre contemporaneamente tentava di abbatterlo tre metri più in basso.
Nel frattempo, venivano calate in mare le scialuppe di salvataggio. Quelli che non si era divorato il fuoco furono lesti a tuffarsi, e, fradici di pioggia e di oceano, salirono sulle lance. Si contarono: dodici uomini sulla prima scialuppa, sei sulla seconda e dieci sulla terza. Il capitano si trovava sulla seconda. Intanto, il fuoco era avanzato verso la polveriera, prendendo d’assalto i barili di polvere da sparo, i quali infine esplosero, scagliando ovunque i lignei frammenti della nave. Uno di essi raggiunse l’addome del povero Joe, il cuoco di bordo, che si trovava nella scialuppa assieme al capitano.
La corrente trascinava lontane le une dalle altre le tre piccole imbarcazioni, e in breve non furono più in grado di scorgersi. Nulla si seppe più della prima scialuppa; quanto alla terza si sapeva che era la più fragile perché sicuramente aveva qualche falla che nessuno si era curato di riparare. Sempre che fossero ancora a galla dopo l’esplosione, delle altre due scialuppe solo la prima avrebbe avuto qualche possibilità di portare in salvo i superstiti.
Il capitano, con gli altri cinque uomini, andò alla deriva per giorni, senza scorte di cibo né acqua, in acque salate piene di pescecani.

– Nonno, ma te l’ha mangiata uno squalo, allora?
– No, non è stato un pescecane. Suvvia, Eric, vuoi che ti racconti la storia o vuoi raccontarmela tu?
– Scusa, nonno!

Il quarto giorno erano rimasti in tre. Dei sei naufraghi, Joe era morto dissanguato e gettato in pasto agli squali, gli altri due di sete, mentre i superstiti, già con un piede nella fossa, ad un tratto, come un’apparizione celestiale, videro la Terra. La Terraferma, con una spiaggia, e forse degli alberi di cocco!
E il cocco c’era davvero! E c’erano un capitano, un marinaio addetto all’artiglieria e un maestro d’ascia che remavano con le mani, che guadagnavano la riva e che, con le ultime energie, rompevano le noci per suggerne il succo! Bevvero fino a che non ebbero placata la sete, quindi si guardarono attorno. C’era il mare, ovviamente, e la spiaggia sulla quale erano approdati. C’era qualche granchio, c’erano i soliti gabbiani, c’erano le palme da cocco. E c’erano datteri, e ripari, e uomini dalla pelle nera.
Questi ultimi, purtroppo, erano cannibali, ma i tre naufraghi non potevano saperlo e si fidarono di loro.
Furono condotti al villaggio, saziati e di nuovo dissetati, per poi essere calati in un pozzo.

– Ma allora te l’hanno mangiata i cannibali, la gamba?
– No, Eric, no!

Durante la notte progettarono un piano di evasione. D’altra parte c’era un capitano di lungo corso, tra di loro, un capitano di quelli che avevano esperienza da vendere e un’innata capacità di districarsi dalle situazioni più spinose, e così, poco prima dell’alba, i tre uscirono dal pozzo e se la diedero a gambe.
Forse l’artigliere cedette al richiamo degli avanzi sul fuoco ormai spento, forse inciampò e cadde, forse si avviò in una direzione sbagliata, nessuno si fermò a vedere cosa gli fosse successo, ma venne scoperto, scuoiato, arrostito e divorato.

– Posso adesso dirti, piccolo Eric, che eravamo rimasti solo io e il maestro d’ascia. Sì, io ero il capitano di quella nave!
– Perbacco, nonno! Eri un capitano vero?
– Sì, Eric, ero un capitano vero. Il Capitano Jeremy Spencer! E lo sarei ancora oggi, se potessi di nuovo avere una nave e una ciurma! Comunque, stavo dicendo, raggiungemmo l’altro lato dell’isola due giorni e tre notti dopo, non avevamo più dormito né mangiato, avevamo solo camminato, ininterrottamente, per allontanarci il più possibile da quei selvaggi.
E così, nascosti nella boscaglia, iniziammo a costruire una zattera di fortuna: dalla nostra postazione si vedeva un’altra costa. Forse qualcuno ci avrebbe tratto in salvo, o forse saremmo caduti nelle mani di un’altra tribù. Non potevamo saperlo, ma dovevamo comunque provarci.
Non partimmo subito, però, a causa del tempo avverso. Durante i quattro giorni successivi ce ne restammo rintanati nel nostro rifugio di fortuna. Nel frattempo, il maestro d’ascia si mise ad intagliare un tronco d’albero, e ne ricavò questo stivale…
– Caspita, nonno! Davvero è stato un maestro d’ascia a farlo? E tu ti sei tagliato la gamba per poterlo mettere?
– No! Cioè, sì! Cioè… Ma che mi fai dire, Eric! Certo che è stato un maestro d’ascia a farmelo! Vorresti forse darmi del bugiardo?
– Io…
– E secondo te poi mi sarei tagliato una gamba da solo per mettermene una di legno? Non essere ridicolo!
– Scusa nonno. Non t’interromperò più, promesso!
– Va bene, allora. Finirò di raccontarti questa benedetta storia. Dov’eravamo rimasti? Ah, già! Mi fece dono dello stivale, mi disse – Io a casa ne ho già due. Questo l’ho fatto ambidestro. Te lo regalo, può sempre far comodo. –
Un regalo così da un maestro d’ascia non si può rifiutare. Lo legai saldamente alla zattera per non perderlo. Due giorni dopo potemmo finalmente salpare.
Remammo per ore, non ricordo quanto, quando si è in mare si perde ogni cognizione del tempo. Riuscimmo a sbarcare in quello che oggi è il porto di Georgetown, e facemmo rapporto alla capitaneria.
Il nostro naufragio venne registrato, e fummo alloggiati in una locanda piuttosto malconcia, in attesa di un battello che ci avrebbe riportati almeno in Europa.
Quella maledetta notte mi alzai per questioni fisiologiche, e inciampai, col mignolo del piede, sullo spigolo della porta che era rimasta aperta. Imprecai dal dolore, dovevo essermelo rotto, e perdevo pure sangue. La locanda era così lurida che non ci volle molto tempo perché si manifestasse un’infezione. Purtroppo eravamo già al largo, quando me ne resi conto, e a bordo non c’era un medico. Quando arrivammo finalmente in Europa la cancrena era salita, e dovettero amputarmi la gamba sotto al ginocchio. Guarda caso, giusto all’altezza esatta di questo stivale.
– Insomma, nonno, è stata sfortuna!
– Proprio sfortuna, Eric. Fortuna però che avevo il mio stivale! Ma ecco: seguimi in cantina. Vediamo un po’ dove l’ho messo…
Eccolo qui! Tieni, piccolo Eric. Me l’ha dato lo stesso maestro d’ascia che fece la mia gamba. È un braccio di legno, mi ha detto di darlo a mio nipote, se mai ne avessi avuto uno. Mettilo da parte e custodiscilo con cura: non si sa mai, nella vita.

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Categorie: Racconti già scritti | 1 commento

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Un pensiero su “Lo stivale di legno di Jeremy Spencer

  1. Gloria

    Ciao! Vengo dal concorso Horror storytelling e ho fatto un giro dopo che hai segnalato il blog. Mi sono imbattuta in questo racconto e ho iniziato a leggerlo a causa del titolo. Mi è piaciuto molto! Si legge tutto d’un fiato ed è ottima la tecnica di intervalare la narrazione degli eventi con le domande del nipote: detta il ritmo e spinge a continuare.
    Se mi permetti un suggerimento per il finale “Ma ecco: seguimi in cantina. Vediamo un po’ dove l’ho messo…” Metterei fra le due frasi qualcosa tipo “c’è una cosa che devo mostrarti”, altrimenti il “dove l’ho messo” si pensa riferito allo stivale. Comunque il racconto è veramente simpatico e ben scritto 🙂

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