Il Settimo Bicchiere Di Vino

La taverna di Eric, da qualche parte sulla costa occidentale degli Stati Uniti d’America, era piena di fumo di sigaretta e di gente lurida seduta attorno a tavoli altrettanto sozzi. Scaricatori di porto, contrabbandieri, pescatori e marinai. Gente alla buona che parlava di lavoro e di puttane, gente facile alle mani e ai coltelli, se necessario.
Se ne stavano seduti a gruppi di otto o dieci a sbraitare del più e del meno, le lame da lavoro alla cintola, le mani callose a brandire bicchieri e bottiglie.
Eric era un uomo tozzo e grassoccio, con la pelle arsa dal sole e numerose cicatrici sulle braccia pelose. Serviva al bancone bestemmiando tra sé e sé come a voler maledire ognuno dei clienti che ogni giorno arrivavano a ondate e pretendevano le loro bevande infrangendosi sul bancone.
Lorenzo aveva chiesto da bere gentilmente una cosa qualunque, ed era l’unico a cui Eric risparmiava i suoi anatemi. Nessuno osava chiedergliene il motivo.
Lorenzo se ne stava là, seduto al bancone in compagnia di una brocca riempita di un tremendo vinaccio rosso e un grosso bicchiere sbreccato in mano. L’unica persona lì dentro a portare la cravatta. Sopra la camicia, che qualche mattina prima doveva essere stata bianca, su quei jeans che, una volta tolti, avrebbero potuto restarsene tranquillamente in piedi da soli; col suo vecchio cellulare in mano aspettava qualcosa, avvolto dall’aura scura di chi è appena stato investito da un camion carico di letame, ennesima sfortuna di quei giorni che dovevano essere di baldoria assieme ai suoi due ormai ex amici.
Aveva raccontato tutto ad Eric poche ore prima, subito dopo l’orario di apertura serale del locale. Erano appena passate le sei del pomeriggio.
Se ne stava là, sopra uno sgabello consumato e verde, tra i suoi due compagni di sventura: Antonio, un corpulento trentenne rasta che indossava il suo stesso fetore e Damiano, un traballante venticinquenne che non aveva mai smesso di puzzare di alcool per tutto il viaggio.
Teneva gli occhi fissi sul cellulare, silenzioso anch’esso, senza suonerie idiote né vibrazioni di sorta. Non badò alla prostituta che gli accarezzava il membro in cerca di facili guadagni e che se ne andò scocciata un istante dopo. Quando lo schermo si illuminò accettò la chiamata e se lo portò all’orecchio destro con la mano sinistra. Ascoltò in silenzio ciò che la voce, dall’altra parte del mondo, gli stava dicendo, poi, una volta terminata la chiamata, riempì il bicchiere e lo trangugiò d’un fiato. Tornò a fissare il cellulare. Si mise a rimuginare sull’accaduto: quanto tempo era passato dalla loro partenza? Lorenzo non lo ricordava, erano successe troppe cose, e nessuna di esse era buona. In quel momento sarebbe dovuto essere da un’altra parte, in un posto diverso, con gente che comunque quella sera sarebbe stata sbronza, ma diversa.
Antonio e Damiano parlavano tra di loro attraversandolo con gli sguardi, come se non esistesse. Lorenzo non aveva più parlato da quando aveva finito di raccontare la sua storia ad Eric, e se ne restava immobile a fissare il suo telefonino logoro.
La taverna era sempre più piena, l’aria era unta e stantia, e gli avventori stavano nel locale come fiammiferi in una scatoletta. Sarebbe bastato un nonnulla per accendere un inferno.
Il cellulare squillò per la seconda volta, Lorenzo lo tenne un po’ a distanza dall’orecchio: chi stava parlando aveva la voce alterata dalla rabbia. Si versò un altro bicchiere di vino, lo esaminò, lo annusò, poi di nuovo lo vuotò con un sorso. Eppure sarebbe dovuto essere divertente: l’ultima avventura prima del passo che, una volta compiuto, gli avrebbe cambiato radicalmente la vita. Ora la sua vita avrebbe comunque subito una svolta, ma sicuramente non quella che aveva pianificato, e sognato, fino a qualche giorno prima. Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro.
Si versò un altro bicchiere. Lo bevve, stavolta, a sorsi più moderati, quasi fosse un vinello pregiato anziché la brodaglia che gli era stata servita.
La caraffa era sempre più vuota, ma lui aveva sempre la stessa espressione, come se stesse bevendo acqua fresca. L’accozzaglia di uomini all’interno del locale, invece, era sempre più euforica a causa delle bevande e degli epiteti che iniziavano a volare, incontrandosi e scontrandosi a mezza distanza, tra un avventore e l’altro.
Nel frattempo, Il pensiero di Lorenzo tornava ancora indietro nel tempo, fino alla settimana precedente: gli amici che scherzavano e bevevano alla sua salute, le risate, il gioco del biliardo e del bowling in compagnia, la serenità ormai perduta per sempre.
Posò la mano sul bancone scavato dalle botte inflittegli dai fondi dei pesanti bicchieri, silenzioso testimone delle continue risse che ogni sera si accendevano nel locale, e iniziò a tamburellare nervosamente. Il telefonino lampeggiò di nuovo.
Lorenzo non rispose, ma riempì nuovamente il suo bicchiere, ne tracannò ancora il nauseante contenuto e tornò a conficcare le pupille sulla luce gialla della telefonata in arrivo. Quando finalmente si spense, Lorenzo pensò alla persona all’altro capo del filo. Una persona che stava imprecando contro di lui, e ad un’altra persona, che non aveva più sentito, e che in quel momento stava sicuramente piangendo lacrime amare. In quel momento, nella fumosa taverna di Eric, dove la nebbia del fumo si mescolava a quella dell’alcool negli occhi dei molti ospiti, la rissa incombeva. Lorenzo buttò giù un altro bicchiere, quasi senza respirare.
Di nuovo il telefono riprese a lampeggiare. Di nuovo Lorenzo lo fissò con aria assente.
I suoi due compari rimasero come istupiditi quando lo fece affogare nel vino.
Lo guardò mentre la telefonata si spegneva, poi rivolse loro lo sguardo, prima a Damiano e poi ad Antonio, come a chiedere cosa diavolo avessero da guardare, quindi si mise a fissare un punto indefinito del locale attraverso il fondo del bicchiere, dentro il quale vide che la donna che prima gli aveva toccato il membro si stava facendo infilare da uno sciatto ragazzino tutto pelle e ossa che avrebbe potuto frantumarsi da un momento all’altro per la troppa foga.
Si versò un altro bicchiere, ormai anche i suoi ricordi iniziavano ad essere confusi e informi, quasi sicuramente a causa dei fumi dell’alcool, e cominciava a capire cosa avrebbe dovuto fare. Sì, in qualche modo avrebbe dovuto agire così, non c’era altra soluzione. Con ancora il telefono funzionante nella caraffa, versò nel bicchiere ciò che rimaneva del vinaccio. Dal fondo ormai asciutto della brocca il telefonino riprese ad emettere lampi di luce gialla. Lorenzo si mise a ridere istericamente, prese il cellulare e disse solo una cosa prima di riagganciare: “Mi dispiace”. Poi iniziò a piangere a dirotto. Non poteva crederci, non poteva essergli successa una cosa del genere, ma ormai era fatta. Aveva capito che non sarebbe più potuto tornare a casa, che sarebbe stata una vergogna per lui e tutta la sua famiglia che nessuno lo avrebbe più guardato con gli stessi occhi, ed era tutta colpa di quei due che ormai non considerava più suoi amici.
Guardò i suoi due allibiti compagni, disse lapidario che non avrebbe più voluto rivederli in vita sua e che se ne sarebbe andato da qualche parte. Lasciò sul bancone il bicchiere pieno, i soldi del conto e qualche spicciolo di mancia al vecchio Eric; abbandonò il telefonino a se stesso, sputò per terra, infilò la porta e si lasciò alle spalle tutto quello che era stata la sua vita fino a quel momento.
Eric prese il bicchiere e bevve alla salute di Lorenzo, poi ci sputò dentro per pulirlo. Intascò i soldi e scatenò la rissa latente scaraventando la brocca in mezzo al locale. Damiano e Antonio si confusero nella mischia e se ne andarono il giorno seguente, assieme ai cocci e alle botte prese.
Da qualche parte, a Berlino, una giovane sposa stava piangendo seduta sui gradini dell’altare ornata a festa, mentre il padre di lei, incollato ad un telefonino al quale nessuno rispondeva, bestemmiava contro Dio e contro uno sposo che non sarebbe mai arrivato.

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