Archivi del mese: maggio 2012

Racconti dell’Oltretomba (Bierce)

Bah! Che dire, cari lettori?
Diciamo che leggendo i primi racconti si rimane positivamente stupiti dal modo in cui il lettore riesce a capire tutto senza che nulla sia stato spiegato. Il problema è che i racconti sono tutti dannatamente simili l’uno all’altro, tutti i fantasmi presentano un “pallore mortale della pelle”, dopo il quarto racconto ci si stufa, e una volta arrivati in fondo si è mortalmente annoiati.
Leggetelo, perchè lo stile è valido e se ne possono trarre spunti, ma leggete due o tre racconti a salto, non di più: il racconto che leggete in più potrebbe riguardarvi direttamente!

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Coming Soon…

http://www.madebymika.com/art_gallery.htm

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Cosa si cela dietro quest’immagine? Chi è quella ragazza? Qual è la sua storia?
… e perché quel sangue sulle lenzuola?
Il mistero di Eva, a giugno, rovistando tra queste pagine.

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PostMortem

Sono morto un attimo fa. Ancora non ci credo. Dai, cazzo! Non è possibile! Eppure …
Eppure sono qui, sospeso a mezz’aria, e vedo il mio corpo a terra, inerte. Ergo: sono morto!
Non me l’aspettavo. No, non ero pronto. Tuttavia avrei dovuto saperlo.
Già: quel tizio me lo aveva predetto! E io, cretino, a non dargli ascolto! Ma tant’è, ormai è fatta. Sono qui, il mio cadavere giace scompostamente a terra in un lago di sangue, ed io ormai non posso farci più niente. Niente.
Ma andiamo con ordine: io sono … o meglio, ero un fattorino, lavoravo presso un piccolo corriere espresso e consegnavo buste e pacchetti. La mia vita lavorativa si divideva tra il mio furgone e una miriade di uffici e appartamenti.
Uscivo di casa, andavo in magazzino, caricavo la merce e poi via, tutto il giorno in giro senza mai fermarmi, a pranzo sgranocchiavo velocemente qualcosa mentre guidavo, non potevo concedermi soste. Consegne veloci, entro la giornata. Nessun ritardo, nessun tipo di imprevisto poteva essere tollerato, tranne forse la neve.
Un giorno, verso l’ora di pranzo, mi si avvicinò un barbone. Aveva fame, mi chiese dei soldi per mangiare.
Si vedeva chiaramente che aveva davvero bisogno di aiuto, e provai compassione per quell’uomo vestito di stracci.
Lo portai con me ad una tavola calda, quel giorno feci uno sgarro alla regola, gli offrii da mangiare e pagai in anticipo per lui anche la cena di quella sera.
Ricordo che era estate, una giornata afosa di luglio, solo le cicale avevano il coraggio di farsi sentire.
Quell’uomo, un tipo strano, allampanato, sulla cinquantina, improvvisamente mi predisse come sarei morto. Mi riferì anche il giorno e il luogo preciso.
Bel modo di ringraziare. O almeno così ricordo di aver pensato, ma non diedi peso alla cosa, io non credevo in nessun modo che esistesse, per ognuno, un destino già deciso alla nascita.
Lo salutai con una stretta di mano, un gesto umano ad una persona che aveva perduto ogni cosa tranne la dignità, e me ne andai per la mia strada.
Continuai a vivere come niente fosse, avevo la mia famiglia, i miei amici, un lavoro … insomma, quello che hanno quasi tutte le persone comuni. Dimenticai quel monito e continuai a consegnare pacchetti e buste come avevo sempre fatto, continuai a salire e scendere i numerosi piani dei grandi edifici commerciali e dei condomini.
Continuai ad usare indifferentemente gli ascensori, anche se quel senzatetto mi aveva predetto che sarei morto a causa di uno di quegli affari.
Che sciocchezza! Come si può credere ad una scemenza del genere? “L’ascensore che aspetterai arriverà in ritardo”, disse, ”e tu morirai di colpo”. Impossibile. Per quanto vecchio e lento, un ascensore non può arrivare in ritardo! L’ascensore arriva e basta! No, la cosa non aveva alcun senso.
Eppure è successo. Oggi, pochi istanti fa. Ho consegnato un pesante scatolone al quarto piano di un condominio, ho ripercorso il corridoio nel senso opposto e ho premuto il pulsante. Le porte si sono aperte all’istante; erano passati solo pochi minuti da quando ero sceso dall’ascensore, e probabilmente era rimasto lì, quindi feci un passo avanti mentre ancora stavo controllando il documento di avvenuta consegna.
Un passo che mi sorprese: il piede non calpestò il pavimento della cabina, bensì il nulla.
Per un banale guasto, il vano dell’ascensore era rimasto bloccato due piani più in alto, così mi ritrovai a cadere nel vuoto, trascinato dal mio stesso peso, per un tempo che mi parve interminabile. Mi pervase una sensazione come di curiosità, non ebbi il tempo di provare paura. Semplicemente, mi chiesi cosa diavolo stesse succedendo.
Non mi passò davanti agli occhi la vita, come si suol dire. L’unica cosa che pensai fu “che idiota!”, mentre vedevo il pavimento venire verso di me a forte velocità.
L’impatto non l’ho percepito, penso di essere svenuto prima di raggiungere il fondo. In ogni caso, credo di essere morto sul colpo. Beh … almeno non ho provato dolore.
Ed ora sono condannato a rimanere qui, a infestare questo luogo. Resterò in questo vano, costretto ad una non-esistenza verticale, fino a quando questo palazzo resterà in piedi. Le regole dell’aldilà sono ben chiare:
non devo fare altro che scegliere se essere un fantasma bonario o essere un maledetto bastardo.
Il foglio che ho in mano dichiara esplicitamente che devo fare questa scelta. Il documento di consegna si è trasformato in una specie di contratto di morte: niente paradiso né inferno, ma solo una banale esistenza metafisica. Sarò solo una specie di “anima”, un’entità spirituale che continua a vivere anche senza il corpo.
Nessuna luce alla fine del tunnel, nessun tipo di calore o affetto. Solo un contratto, una specie di lavoro a tempo indeterminato, una lista di regole ed una decisione da prendere entro mille anni dalla data della morte.
Ma io ho già deciso, so già cosa fare. Non passerò l’eternità qui dentro, questo l’ho capito, ma una cosa è certa: in questo momento, qui dentro non c’è nessuno. Di conseguenza, ogni tanto qualcuno non troverà l’ascensore, credo che avrò bisogno di un po’ di compagnia: questo palazzo non crollerà tanto presto.
La fermata del quarto piano sarà maledetta. Lo stabile, il mio stabile, è quel grande palazzo color cartone di via Solferini, ala C.
Non premete quel bottone, non usate quell’ascensore. Fate le scale, oppure prendetelo un piano più sotto. Sempre che non abbiate voglia di fare la mia conoscenza.

Categorie: Racconti già scritti | Tag: | 5 commenti

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