Riflessioni a proposito del far finta di saper scrivere

Sapete qual è la difficoltà nello scrivere un racconto?
Non l’idea, non la forma, ma il saper descrivere una cosa con aggettivi efficaci, in modo che il lettore percepisca esattamente ciò che l’autore vuole intendere.

Per esempio, prendiamo un guerriero, dato che in questo periodo ne sono ispirato, e mettiamogli in mano un martello. Ridicolo, no?
Ok, chiamiamolo “martello da guerra”. Funziona già meglio.
Ma per renderlo veramente diverso da quello di un carpentiere che fo? Scrivo “grande”, o “grosso”?
Giammai!, e nemmeno scriverò “pesante”.
Il “possente” guerriero avrà a disposizione un “poderoso” martello da guerra.
Ecco, ora può partire, e magari tornare vincitore.

Lasciamo il guerriero col martello (quello da carpentiere) al suo destino e vediamo un altro armigero corazzato, al quale faremo prendere una spada.
Bene, ora che l’ha presa e ce l’ha in mano che se ne fa? La butta via? Ci taglia la bistecca che ha sul piatto?
No, un cavaliere non può prendere una spada, e nemmeno impugnarla, ma dovrà piuttosto, un paladino, brandire una spada. Non stiamo qui a sottilizzare su quale tipo di spada.
Ora che sappiamo cosa ne farà, dato che “brandire” significa una cosa sola, possiamo tenerlo occupato col drago mentre noi andiamo bellamente nella camera da letto della principessa (dacché le principesse son sempre rinchiuse in una camera da letto in cima a una torre).

Detto questo, mandiamoli a far qualcosa. Del tipo: il vichingo e il paladino di cui sopra vanno in guerra l’uno contro l’altro.
Banale.
Si potrà però scrivere: “il vichingo e il paladino si trovarono faccia a faccia, antagonisti nel clangore della battaglia”. O una cosa del genere.

Bene, ora che lo sapete, mi sento la coscienza in ordine e posso chiudere il post.
Alla prossima, cari (pochi) lettori!

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Categorie: Compresse (perché "Pillole" era troppo mainstream!) | 1 commento

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Un pensiero su “Riflessioni a proposito del far finta di saper scrivere

  1. Diego

    Ciao, sono uno dei selezionati per l’antologia horror della Watson. Voglio complimentarmi con te per la simpatia di questo post che, oltre a strappare qualche sorriso, coglie nel segno. Ottima l’idea di sottolineare la necessità di una scelta, giusta e ponderata, degli aggettivi. Spesso la differenza tra un racconto che ti prende e uno che ti sfiora appena sta proprio nel lavoro di “artigianato” che ci sta dietro. A presto rileggerti. Un saluto,
    Diego Di Dio.

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