Pet Therapy

Al di là delle sbarre, l’oscena mostruosità della bestia era netta e inequivocabile.
Sembrava quasi un uccello, una specie di grosso gufo, con la testa da gatto, due grandi ali e delle tozze mani da carpentiere al posto dei piedi. Quando Maria si accorse che la bestia che stava guardando era la sua immagine riflessa in uno specchio, indietreggiò terrorizzata fino a che non sentì le stanghe premerle con forza contro la schiena.

Se ne stava impietrita sul fondo della gabbia, spaventata anche da quegli occhi appartenenti a un signore in camice bianco, fissi su di lei, che da dietro gli occhiali la scrutavano compiaciuti, quando aprì per la prima volta la bocca e gridò “Mamma!”.
Vide allora il proprietario di quegli occhi allargare ancora di più il sorriso soddisfatto che già campeggiava sul suo volto.
“Ho paura”, balbettò Maria, rannicchiandosi e guardando l’uomo mentre apriva la gabbia e la avvolgeva in un asciugamano umido, quindi si sentì pungere dietro la schiena. Sentì un liquido tiepido salirle lungo la schiena, la invase una sensazione di calore, poi, ciò che vide fu solo il buio.

Quando riprese conoscenza, si ritrovò distesa su un materasso, sotto una luce intensa. L’uomo le chiese qualcosa in una lingua che non riuscì a capire.
“Ho paura!”, ripeté nuovamente, e mentre parlava si accorse che vedeva l’uomo dall’alto: comprese che stava volando. Scorse, in un angolo buio, il suo corpo seduto su una sedia, molle e inerte come una bambola di pezza.
Vide invece, con chiarezza, l’uomo che stava esplodendo un colpo di pistola verso di lei.
Cadde scomposta sul pavimento, e di nuovo per lei fu il buio.

Riaprì gli occhi quando si trovava al centro di una grande sala circolare, stipata di gabbie fissate al muro, piene di esseri simili a lei, ma diversi nell’aspetto. Alcuni mugugnavano, altri balbettavano sillabe indecifrabili, ma nessuno di essi si esprimeva in un linguaggio a lei comprensibile.
Vide aprirsi una porta, e alcune persone entrare. Circondarono la sua gabbia, sorridevano soddisfatte. Capiva, dal tono delle voci eccitate, che era in qualche modo speciale, anche se, impaurita com’era, non riusciva a comprenderne il motivo.
“Mamma!”, gridò di nuovo. E le persone attorno a lei risero, e stapparono alcune bottiglie.
“Voglio tornare a casa!”, piagnucolò, e in quel momento sentì una voce parlarle in una lingua conosciuta: “Sarà questa la tua casa, per un po’ di tempo.”
Riconobbe la voce: era il medico che aveva parlato a sua madre prima dell’operazione. L’aveva sentito dire, addormentandosi, che probabilmente non ce l’avrebbe fatta, e ricordò allora che la sua mamma stava piangendo.
“Dov’è la mia mamma?”, chiese la piccola Maria.
“Tua madre è a casa, e vuole che tu resti qui”, rispose il dottor Gobbi, “perché sa che noi abbiamo il potere di aiutarti, ma non aver paura: qui dentro nessuno vuole farti del male.”
“Che cosa mi è successo?”
“Niente”, spiegò il dottore con dolcezza, “tutte le bambine, quando compiono nove anni, devono sostenere questo esame, e se farai la brava, fra pochi giorni potrai riabbracciare la tua mamma e il tuo papà. Adesso dormi.”
E di nuovo, per Maria venne il buio.

Il dottor Gobbi scrisse sul registro del laboratorio:
“Esperimento Chimera n. 827 eseguito con successo. Trasferire il soggetto nel laboratorio di ricerca numero 4. Procedere con la fase due. Eliminare tutti gli altri materiali.”

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