Lo Spadaio

– Infiammato dalla fornace che gli stava di fronte, il torso nudo, le braghe logore, tutto imperlato di sudore e polvere, il fabbro, con lo sguardo fisso sulla lastra di metallo che stava percuotendo, cadenzava i colpi con un tempo infinito e regolare sull’incudine, il metallo incandescente sprizzava scintille attorno. Dalla foga, sembrava voler piantarci dentro l’anima.
Raffaello, tormentato dal clangore, lo osservava al di là delle sbarre.
Quel picchiare incessante gli rintronava nella testa, innervosendolo, e gli si espandeva poi nello stomaco.
Ogni mazzata lo stordiva come se fosse lui stesso a essere battuto.
Ancora alcuni colpi, poi il fabbro immerse finalmente la lama nell’acqua.
Il vapore che ne scaturì invase la stanza, furono inglobati nella nebbia, e per un attimo parve a Raffaello di intravvedere, nel fabbro, la sagoma di un diavolo.
Diradato il fumo, lo vide lucidare la lama fino a specchiarsi.
Lo vide esaminarla, controllarne l’equilibrio, saggiarne il filo con le dita. Lo intravide sorridere con lo sguardo perso, quasi fosse innamorato del suo ferro.
Lo osservò inserire la lama nell’elsa,bloccarla con mano esperta, fendere l’aria un paio di volte e all’improvviso, con un urlo che lo fece trasalire, abbatterla su un grosso ceppo di ciliegio.
Il taglio fu netto, preciso, nessuna sbavatura. La lama lo trapassò, e ferì il terreno in profondità.
Seguirono alcuni istanti di silenzio, Raffaello lo guardò dritto negli occhi, nei quali scorse un’accesa soddisfazione.
Chiese al fabbro se avesse terminato il lavoro; lui, come risposta, tese un braccio attraverso le sbarre, porgendogli il grosso spadone.
Raffaello rimase stupito dalla leggerezza della spada, prendendola in mano, e sollevandola sentì che era bilanciata alla perfezione, si lasciava manovrare con semplicità con una o entrambe le mani.
Era perfettamente dritta, e si ferì tastandone il filo col pollice. Non era molto bella a vedersi, ma Raffaello non aveva mai brandito una spada migliore.
Si infilò il mantello e il cappuccio nero, scelse una chiave dal pesante mazzo e aprì la cella.
Accompagnò il fabbro sul patibolo e lo uccise.

– Lorenzo lavorava alacremente per terminare la spada che lo avrebbe ucciso. Piangeva, ma nessuno avrebbe potuto vedere le sue lacrime, che sparivano prima di sgorgare dagli occhi aridi per il calore.
Ancora poche ore e il boia lo avrebbe scortato davanti a una folla urlante.
Batteva con rabbia il ferro, da giorni, per forgiare la lama perfetta.
Aveva quasi finito, da buon artigiano qual era, la sua opera migliore: un grossa spada bastarda, robusta, ma leggera e maneggevole come nessun altra. Aveva solo bisogno di essere raffreddata, così si sarebbe indurita e lui avrebbe potuto lucidarla a dovere.
Controllò che la lama fosse dritta, ne saggiò il filo con indice e medio, sfiorandolo appena come era solito fare. La tenne di piatto sul braccio per controllarne il punto di equilibrio, quindi la inserì nella scanalatura dell’elsa, e lì la bloccò con un solo colpo di martello.
Era una spada ancora rozza, non avrebbe mai avuto il tempo di decorarla. La brandì con entrambe le mani e simulò un paio di fendenti.
Si voltò quindi verso il ceppo di ciliegio che aveva richiesto, e che fino ad allora gli era servito da sgabello. Raccolse tutta la sua paura e la sua rabbia, la concentrò sulle braccia, ed esplodendo in un urlo terrificante si scagliò contro il suo sedile, spaccandolo in due.
Lorenzo ansimava, le mani ancora aggrappate all’elsa, la bava che colava dalla bocca, la lama conficcata nel terreno della fredda cella.
Guardò negli occhi il carnefice e vide la sua indifferenza. Lo udì chiedergli se aveva finito, e gli porse la spada.
Lo guardò mentre la sollevava, e sentì un piacere vigliacco quando lo vide ferirsi sul filo: la sua spada aveva avuto il primo sangue proprio dal suo aguzzino.
Quando vide il boia vestirsi con l’abito rituale, capì che per lui era finita.
Mesto, si lasciò condurre al patibolo. Appese lo sguardo a un cielo plumbeo, incapace di trovarvi conforto.
Immaginò di sentire la fredda lama tagliargli le carni, si preparò al dolore.
Avvertì un curioso senso di vertigine.

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