Espiazione

Eugenio Liberti sentì la sua chiamata a soli 10 anni. Con un bambino della stessa età stava giocando a essere un cavaliere al servizio di Re Artù, quando sentì che c’era qualcosa che non andava. In quelle leggende si parlava di maghi, di streghe, di draghi. In cuor suo sentiva che stava rievocando vicende pagane che nulla avevano a che fare con quello che diceva il prete in chiesa, e ne ebbe paura.
Ne parlò col parroco, in confessione, prima della festa della Pasqua, e questi gli disse che quelle erano solo leggende di un popolo senza Dio, e che sicuramente le persone che le avevano narrate erano state dannate per l’eternità… ma che in ogni caso la Parola di Dio era più forte di qualunque leggenda pagana potesse essere stata raccontata.
Il piccolo Eugenio seguiva con fervore le lezioni di catechismo di Don Luciano, e col suo consiglio, data la sua spiccata dote naturale, decise di intraprendere la via ecclesiastica.
Passò l’adolescenza in seminario, studiando teologia e filosofia. Era un giovane timido, non parlava mai con nessuno, durante il giorno se ne stava rintanato nella sua cella, chino sulla Bibbia. Ne sorbì il contenuto parola per parola, fino ad averla imparata a memoria. Crebbe con la convinzione che il mondo, così come si era evoluto, fosse sprofondato nelle più sordide spire dell’eresia e della lascivia, diventando un’infinita Sodoma, e che un giorno non troppo lontano Dio avrebbe di nuovo scatenato la sua Ira sugli uomini.
Decise di seguire la strada indicata dallo spagnolo Domenico di Guzmán, il quale aveva fondato il suo ordine con l’intenzione di contrastare le dottrine eretiche sia attraverso la predicazione che attraverso l’esempio personale, vivendo in povertà e mendicità.
E in quel modo visse tutta la sua vita, all’interno del convento, nel posto più lontano da ogni forma di civiltà. Prese i voti all’età di ventidue anni, e da quel momento non varcò mai più i confini del monastero domenicano, che si estendevano comunque per svariati chilometri quadrati all’interno di un antico bosco di conifere.

Quando era il suo turno all’Altare, non mancava mai di citare un monito del profeta Ezechiele : “Ora, fra breve, rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere e ti domanderò conto di tutte le tue nefandezze. Né s’impietosirà il mio occhio e non avrò compassione, ma ti terrò responsabile della tua condotta e saranno palesi in mezzo a te le tue nefandezze: saprete allora che sono io, il Signore, colui che colpisce”.
Sì, a quel modo lui temeva Dio, e lo ricordava ai fratelli ogni giorno.

Oggi Padre Eugenio è un uomo di sessantacinque anni, dedito a rammentare ai fedeli in pellegrinaggio al monastero di prepararsi per la venuta di Dio, perché i tempi in cui viviamo sono tempi dominati dal Demonio, e che è giunto il tempo di una nuova distruzione, come avvenne a Babele, o di un nuovo diluvio.

A nulla valevano le suppliche dell’Abate Francesco di non spaventare i già pochi fedeli che si recavano in visita durante i periodi di Quaresima o di Natale: Padre Eugenio era un uomo determinato, inflessibile, severo, e pochi confratelli erano disposti a confrontarsi con lui sulla necessità di adeguarsi ai tempi che cambiano.
Per Padre Eugenio, persino il Papa era troppo bonario nei confronti degli uomini. Aveva perso la stima per Giovanni Paolo II il primo dicembre del 1989, quando si recò a far visita al presidente russo, un comunista, un senza Dio, uno dei fautori degli eventi divini che si sarebbero scatenati da lì a poco, e l’aveva fatto non per convertirlo e introdurre il cattolicesimo, ma per aprire le porte a tutte le religioni, comprese quella ortodossa, quella battista e, blasfemia, persino quella mussulmana!
No, quell’uomo non era degno del potere che rappresentava. Avrebbe piuttosto dovuto reistituire la Santa Inquisizione, affidarla ai domenicani come lo era stato un tempo, nel 1231, e mandarli ad agire in quei paesi dove la gente viveva dimenticando Dio.

Una notte, Padre Eugenio si svegliò in preda a un’angoscia che non riusciva a spiegare. Respirò a fondo, cercò di ricordare cosa stava sognando un attimo prima, e si rivede nel bosco di proprietà del monastero, immerso in una fitta nebbia, circondato da tre ombre che, ne era sicuro, avevano l’aspetto di streghe. Accese l’abat-jour sul suo scrittoio, e la lampadina illuminò debolmente la sua cella. La stanza era completamente spoglia, i muri grigi, di cemento, non verniciati. Il suo giaciglio un materasso logoro posto su assi di legno. Gli unici mobili erano una sedia su cui posava il saio, uno scrittoio roso dai tarli e un inginocchiatoio sul quale aveva fatto inserire delle borchie in modo che, una volta inginocchiato, potesse provare il dolore necessario per liberare la mente e pregare senz’altri pensieri. Si sedette, prese nota del sogno sul suo taccuino e tornò a letto, deciso a studiarlo non appena fosse sorto il giorno.
Quel mattino Padre Eugenio si svegliò alle cinque, mezz’ora prima degli altri confratelli, prese il taccuino, fece mente locale e iniziò a pensare. Lui non sognava mai le donne, sono esseri immondi, maledette da Dio dopo che Eva aveva offerto il frutto proibito ad Adamo, e messe al servizio dell’uomo come serve. Le sopportava a malapena quando venivano in visita, chiedendosi ogni volta come la Chiesa potesse permettere loro di entrare in luoghi sacri. Empie creature dedite al peccato! Ne era certo, quel sogno era stato un messaggio di Dio, voleva avvertirlo di qualcosa. Sarebbe rimasto all’erta per cogliere qualunque cosa potesse essere l’oggetto di quell’oscuro presagio.

Non ci mise molto a capire quale fosse il significato di quel sogno. Probabilmente gli erano già giunti alle orecchie i discorsi di alcuni confratelli che parlavano del capanno ai margini del bosco, ma non vi aveva mai posto la giusta attenzione. Così, una volta individuati, iniziò a spiarli uno ad uno, ad ascoltare i loro discorsi, a guardarli di nascosto mentre ridevano delle loro bravate notturne.
Immondi confratelli dediti a pratiche sessuali, colpevoli di aver trasgredito ai voti. Colpevoli di aver tradito Dio.
Così rimase in attesa di un segno, di un rumore, di un seppur lieve fruscio che gli dicesse che avrebbero di nuovo peccato. E la vigilia di Ognissanti, il giorno maledetto in cui anticamente i druidi si ingraziavano gli spiriti maligni, li vide uscire dal monastero a tarda ora.
Infilò il saio e uscì sulle loro tracce, la luce della luna illuminava debolmente i suoi passi.
Non gli era difficile seguirli, visto il baccano che facevano avanzando verso il luogo dove avrebbero incontrato le loro concubine, così riuscì a mantenersi a una certa distanza.
Li vide entrare nella baracca dove erano riposte le attrezzature da giardino, dove era stato ricavato uno spazio per sistemare tre giacigli. Su quei letti stavano distese, nude, tre donne, e altrettanti confratelli si accingevano a spogliarsi.
Padre Eugenio sapeva già cosa doveva essere fatto. Era preparato per agire in ogni momento, e in quel posto sarebbe stato facile mettere in atto il suo piano.
Mentre gli altri indegni domenicani giacevano con le loro donne, chiuse il portone di legno dall’esterno, sicuro che nessuno l’avrebbe sentito.
Si diresse quindi verso il monastero, dove, ne era certo, altri confratelli attendevano il proprio turno per godere di quei rapporti sacrileghi. Prese dalla cucina degli accendini, e della benzina dal garage. Tornò sui suoi passi e appiccò il fuoco al capanno.
Tornò nuovamente al monastero e appiccò il fuoco in più punti all’interno della recinzione e nei dormitori.
A quell’ora dormivano tutti, secondo la regola monastica. E avrebbero dormito per sempre, dopo aver avuto un assaggio di ciò che li attendeva nell’aldilà.
Infine, consapevole di aver trasgredito al quinto comandamento, gettò il suo corpo tra le fiamme, sicuro che in quel modo la sua anima sarebbe stata mondata da ogni peccato.

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