Archivi del mese: dicembre 2012

Novecento (*****)

di Alessandro Baricco.

Cari, pochi lettori, questo è IL Libro del 2012.
Peccato non esista la sesta stella, ma la creiamo qui per l’occasione *.
Vi chiederete “Ma che sta a dire, non è manco un libro, è un monologo di 60 paginette…”
e io vi rispondo che sì, sono d’accordo con voi, ma in queste 63 pagine, che si fanno leggere in meno di un’ora, c’è tutto quello che si può trovare in una storia: suspance, risate, drammaticità, dolcezza, lacrime.
Come al solito, leggendo Baricco si ha la sensazione di camminare su un’enorme balla di cotone, tanto è “soffice” il suo modo di scrivere, e in questa sofficità ti descrive di questo bimbo abbandonato sopra un pianoforte, in una scatola di cartone, nel salone da ballo del Virginian, un piroscafo che andava avanti e indietro tra Europa e America. Ecco, a questo trovatello viene dato nome Novecento (Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento, per essere precisi), e un giorno, quando ha circa otto anni, viene trovato a suonare meravigliosamente su quello stesso pianoforte su cui era stato trovato dagli addetti alla sala macchine all’inizio della storia.
Da lì in poi, Novecento suonerà per tutta la vita su quella nave, non scendendone mai, facendosi raccontare il mondo attraverso le parole e le sensazioni della gente. E pure attraverso gli occhi e l’odore, della gente.

E’ un libro, questo, che all’inizio ti incuriosisce, poi ti fa scompisciare dalle risate, ti fa vivere una spropositata gamma di emozioni e, alla fine, ti fa pure scendere qualche lacrima.
Che non è di tristezza, né di gioia o di dolore. Scende perché è giusto che scenda, perché la senti arrivare da dentro:
parte dallo stomaco, ti prende la gola, esce dagli occhi.
Così, perché la fine ti prende e ti lascia un non so che, che però sei soddisfatto di aver letto la storia di quell’uomo che ufficialmente non è mai esistito ma c’era.

E con questo, cari, pochi lettori, chiudo le letture per il 2012.
A presto!

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La papessa (****)

Di Donna Woolfolk Cross

Storiella interessante, cari, pochi lettori, un buon mix di storia, leggenda (o realtà supposta?) e drammaticità, con un finale che ha fatto saltare la quinta stella, ma andiamo con ordine.

Il romanzo ci porta attraverso tutta la vita di questa donna, dalla nascita alla fine dei suoi giorni, e ce la racconta come una donna medioevale che aveva una gran voglia di imparare, di crescere culturalmente; ma ce ne parla anche di come si sente donna attraverso una storia d’amore.
Ecco, lei per la voglia di cultura si fingerà uomo, imparerà a leggere, scrivere, andrà alle “schole” che all’epoca potevano frequentare solo i maschietti (e neanche tutti, a dircela qui), e finirà prima in un’abbazia, poi a Roma, fino ad ascendere alla carica pontificia, conscia che, se scoperta, le sarebbe toccata una fine orribile.
Nasconderà e terrà a freno il suo essere femminile, e con esso anche la sua struggente passione per l’uomo che ama.
Che anche lui resterà al suo fianco per tutta la vita, struggendosi a sua volta, ma ora, chi ha voglia di leggerlo, smetta di leggere questa recensione, che faccio un paio di spoilerate e vi racconto pure il finale.

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Siete ancora qui?
Bene, cari, pochi masochistici lettori (parlo per chi non ha ancora letto), ora vi racconto un altro po’ di cosette.
Prima vi dico che, in maniera dolce e con parole velate, il rapporto carnale fra lei e il suo amato sarà festeggiato in maniera esplosiva, da come lo racconta la nostra Giovanna (si chiama Giovanna, sta tipa, ma tanto lo scoprite all’inizio), e nessuno lo verrà a sapere. Fino al momento del parto, ma abbiamo tempo per parlarne.
Poi, ci sono alcune cosette che non mi sono piaciute poi molto, come la fortuna sfacciata che ha avuto quando è fuggita dal monastero, giusto un attimo prima di essere scoperta. Ma dico, malata com’era, neanche capace di stare in piedi, si abbandona su una barca alle rapide di un fiume, per venire salvata dalle acque dalla famiglia del mulino bianco? Andiamo!
Per non parlare di come viene eletta: quando tutte le speranze sono perdute, per onore al titolo del romanzo le guardie pontificie vanno a cercarla, la trovano pregante in una chiesa e le dicono “Buongiorno, Papa Giovanni,” (il nome da uomo. Fantasia? No, era il nome di uno dei fratelli morti. Due fratelli, aveva, ed entrambi sono deceduti) “cortesemente verresti a salutare il tuo popolo, che ti sta acclamando da minuti e minuti?”
Sì, quelle stesse guardie che l’avevano scaraventata a marcire in una prigione nella quale, non si è ben capito come, è riuscita a sopravvivere a pane e acqua. E magari qualche topo, certo, ma non ci viene segnalata la cosa, quindi lo immagino io.
Dicevo: pane, acqua, topi, erbe mediche (aha! è pure guaritrice, sta tipa!), pavimento allagato, roccia umida…
se non ha fatto la muffa lì, io non lo so.

Ma arriviamo al finale, cari, pochi lettori: a parte l’epilogo, che serve a sistemare qualche tassello che mancava, il tutto si svolge in una decina di minuti:

sono in processione, lei papessa e il suo amante, eletto da lei alla carica di Superista (c’è wikipedia se non sapete cosa vuol dire), e qualcuno dalla folla lancia un sasso colpendo la papessa (dove ho già sentito sta storia? Ma forse mi sbaglio con un proiettile…) e fugge.
Ovviamente, il superista si lancia all’inseguimento, gli viene tesa un’imboscata e viene ucciso.
Lei, dicevo, era incinta, mi pare fosse il quinto mese o giù di lì; dallo shock partorisce il figlio prematuro (morto, ovviamente), e muore di emorragia.

Insomma, un finale fin troppo veloce rispetto a tutta la fatica che ha fatto lei durante tutto il romanzo.
Che è costato al tutto la quinta stella.

Ma, a parte questo, io vi direi di leggerlo, perché la storia è intrigante, la lettura scorrevole e il tutto risulta piacevole e interessante da leggere.

Quindi, cari, pochi lettori, se vi capita fra le mani potete anche acquistarlo, sappiate che è un buon libro.
A presto! Prestissimo!

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Armadi

Il ritrovamento di quello scheletro nella villa che avevamo appena comprato, non sarebbe poi stata una cosa così grottesca, se solo non avesse avuto le dita ancora conficcate nelle narici.

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Fun Cool – ottava edizione.

Dopo aver partecipato alla bellerrima settima edizione, potevo mancare all’appuntamento con l’ottava?

Vi spiego, cari, pochi lettori: il Fun Cool è un concorso letterario a cui tutti possono partecipare.
Tutti, perché basta saper mettere insieme una frase: soggetto, predicato e complemento. E magari saperci narrare una storia, in quest’unica frase.
L’unico rischio che correte è quello di vincere un libro.
Sì, ok, la cultura può far paura, di questi tempi, ma vincere qualcosa e vederselo recapitare comodamente a casa fa sempre piacere.
E allora spero di aver convinto qualcuno a farmi concorrenza, perché scrivere è bello, e vantarsi di averlo fatto almeno una volta… beh, dà soddisfazione.

E ora che l’ho scritto, come da regolamento, posso partecipare con due frasi.
Evviva! 😀

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Io ci credo

Mancano cinque minuti alla fine del mondo. Ci credo perché ce l’hanno detto Loro, e Loro sapevano tutto.
Ci credo fin da quando l’ho sentito dire per la prima volta, diversi anni fa. E ci credo ancora adesso, qui, in mezzo alla gente, in mezzo a questo frastuono, perduto come altri in un groviglio di corpi appiccicosi all’interno di un locale qualunque.

Le casse vomitano musica ad altissimo volume, le onde d’urto dei bassi sono deflagrazioni che rimbalzano sul torace e fanno esplodere i timpani, ma non importa: domani non ne avremo più bisogno.

Le sagome si muovono come demoni al ritmo indiavolato dei rigurgiti sonori, le luci gialle e rosse sospese nel fumo artificiale disegnano l’inferno che verrà.

La festa per la fine del mondo è al suo apice. Si festeggia l’imminente scomparsa dell’umanità, si festeggia un evento spaventoso e impossibile da fermare. Si festeggia per dominare la paura dell’ignoto.
Nessuno ha idea di che cosa accadrà fra poco: devastanti sciami sismici, meteoriti, inondazioni e chi più ne ha più ne metta. Di teorie ne sono state fatte tante, tutte verosimili e scientificamente fondate; ma troppe verità si fondono in un’unica, grande menzogna, e proprio a causa di ciò nessuno crede più che questa notte sarà realmente l’ultima.
Nessuno si aspetta di morire per davvero, ma ognuno agisce comunque come se dovesse finire tutto.
Solo io, qui dentro, so per certo che questa notte tutto avrà termine, che la Fine del Mondo è reale e tangibile, anche se sconosciuta.

Guardo i volti di chi mi sta attorno: uomini e donne con le facce invasate, corpi madidi di sudore, chi per il ballo, chi per la droga mischiata all’alcool, chi per le orge improvvisate; vedo i baristi lavorare a velocità incredibile per star dietro a clienti che gozzovigliano e spendono come se domani non dovessero pagare il debito… e vedo la sgraziata ragazza che si è appena seduta sul mio stesso divanetto farmi gli occhi dolci.

Mi desidera, forse anche lei crede che domani tutto sarà finito, e sicuramente non vuole morire prima di aver consumato un amplesso. Probabilmente il primo, cogliendo l’occasione di una fine imminente, ma sicuramente l’ultimo, in un modo o nell’altro.

Le sorrido di rimando, la invito ad avvicinarsi, mi preparo ad accoglierla tra le braccia. Lei si sfila le mutandine di pizzo da sotto la gonna e si siede vogliosamente a cavalcioni sulle mie gambe, avvicina il suo viso al mio e mi ficca la lingua in bocca con veemenza. No, questa ragazza decisamente non sa baciare!
Mi sbottona il cappotto e rimane interdetta. Mi guarda negli occhi, leggo nel suo volto atterrito una domanda chiara, nitida: “perché?”
Il timer del detonatore si riflette sui suoi occhiali enormi: quattro secondi alla fine. Tre. Due. Uno.

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