Battuta di caccia

Seguivo una figura snella attraverso il fitto della boscaglia. Mi precedeva veloce, non lasciava tracce. La mia unica possibilità di non perderla era quella di stare attento a tutto ciò che vedevo, a ogni minimo movimento innaturale delle fronde, a ogni rumore di passi nelle foglie secche.
Ma era difficile, perché quella figura non faceva quasi rumore.

Ero stanco, braccavo quella strana ombra dalle prime ore del mattino, avevo fame e freddo, e non mi ero mai concesso una pausa. Né se l’era concessa l’ombra.
Se avessi avuto con me il mio fucile di precisione, sicuramente ora sarei già tornato a casa col mio bel trofeo, ma ero intestardito a cacciare con arco e frecce, com’era tradizione della mia famiglia, da secoli, quando si veniva in questi boschi.
L’unico strappo alla regola che mi ero concesso era quello di non usare un arco tradizionale, ma uno composito, con frecce in carbonio. Più potente, più preciso. Più letale.

E intanto correvo. Correvo dietro a quella presenza effimera, senza sapere se fosse reale o se fosse solo uno scherzo della mia immaginazione.
A ogni modo era divertente.

Un fruscio, un passero che volava via, un rametto che veniva spezzato… ed ecco, la vidi, finalmente, a una distanza che la freccia avrebbe potuto coprire con precisione.
Quell’ombra, immobile, di fronte a uno specchio d’acqua, stava china come a bere, o a osservare qualcosa. Mi dava le spalle.
Pareva una specie di scimmia, ma ero ancora troppo lontano per distinguerla con esattezza.
Ero elettrizzato, avevo l’adrenalina a mille.
Presi la mira e scoccai la freccia, puntando dritto al torace. Un solo colpo, e il corpo di quella creatura cadde, esanime, sulla riva.

Avanzai trionfante, convinto che, qualunque cosa fosse stata, quella era una preda di cui avrei potuto parlare per mesi.

Ma a pochi passi dal mio trofeo mi fermai inorridito, incredulo.
Il cuore mi schizzò fuori dal petto, e fuggii fino a quando ebbi fiato, poi crollai a terra.
Il sonno non portò riposo, mi risvegliai solo all’alba, fradicio di rugiada, coi capelli incrostati di fango e insetti.
Avevo ancora fame, e barcollai fino a casa, dove, per prima cosa, riempii la vasca da bagno.
Mi feci portare la colazione dal maggiordomo, la feci sistemare sul portavivande, quindi mi immersi nell’acqua fino a esserne sommerso.
Piansi come un bambino, ancora scosso da ciò che avevo fatto.
Mai più mi sarebbe stato concesso di entrare in quel luogo pregno di leggende, mai più avrei osato avventurarmi là dentro.
Nel fitto del bosco fatato, avevo ucciso un elfo.

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