Archivi del mese: marzo 2013

il vestito più bello di Catherine

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(disegno di Michela Fusato)

Si muove leggera, la dolce Catherine, come una farfalla sull’acqua. Ha negli occhi – curiosi – quello sguardo perso e sognante, tipico delle menti più pure.
E quella voce! Oh, quella voce! Così femminile, così morbida che te ne innamori, è come una droga: una volta che l’hai ascoltata vorresti parlare – sussurrare – con lei all’infinito. E all’infinito, ancora.
Catherine è poesia, Catherine è una donna che nessuno oserebbe sfiorare, per paura di romperla, senza il suo consenso.
Catherine gira per la strada nel suo cappotto rosa, spumoso, agile sotto l’ombrello aperto, delicata sulle sue scarpette da fata. I lunghi capelli, chiari e lisci, ondeggiano al vento fresco della primavera appena iniziata.
La guardo, e il tempo rallenta. Ascolto i suoi passi ma non sento rumore alcuno: è come se stesse camminando su un cuscino. Lei mi guarda, sorride, arrossisce. Distoglie lo sguardo, come se il mio potesse rapire la sua anima. Il suo essere leggera.
Sembra fragile, Catherine, ma non lo è. Lei cammina sicura, ma con la testa perennemente tra le nuvole. A testa alta, ma china sui propri passi, come avesse timore di perderli.
Ha negli occhi – vivi – quello sguardo perso e distante, tipico delle persone che sanno ancora sognare ad occhi aperti.
Il mondo di Catherine è un Mondo ovattato, fresco, profuma di qualcosa che fa stare bene. Il mondo di Catherine è per pochi, ed io ho il privilegio di essere uno di quei pochi – rari – a cui Lei ha consentito di entrare.
Catherine, un nome che ha il suono dirompente dell’acqua. Di quella stessa acqua che può distruggere ogni cosa al suo passaggio, ma la donna che lo indossa ha – come – l’anima di un placido lago. Un nome, Catherine, che solo a pronunciarlo si ha l’impressione di farle una violenza.
Ha un armadio, Catherine, un armadio con dentro aria. I suoi vestiti sono aria. La sua biancheria è aria. Catherine si veste con tessuti fatti di aria, come se qualcosa di appena più pesante potesse schiacciarla, soffocarla.
Ha una casa, Catherine, una casa posata su una nuvola, una casa senza spigoli, morbida; una Casa con un giardino; un giardino con gli alberi rotondi, e fontanelle, e zampilli, e laghetti e pesci.
Una casa fatta di legno; legno di ciliegio, profumato.
E un letto, soffice, con le coperte di seta.
Si entra scalzi, a casa di Catherine. A piedi nudi, come a sottolineare il silenzio, come se un – seppur – lieve rumore, come quello dello scalpiccio, appunto, potesse turbare le acque calme del suo io interiore.
Ti accoglie a casa sua come un angelo accoglie un’anima in Paradiso, la dolce Catherine, e la sua casa – tutta la sua casa – ti chiede di fare piano, ti chiede di non portare con te il minimo pensiero ombroso, la minima ansia. Catherine ti accoglie così, in casa sua e ti invita a far parte del suo mondo. E, dentro di te, senti che è necessario che sia così, che non si può fare in altro modo, perché è la casa di Catherine. La Sua.
Entri in casa sua e senti la Pace. La pace piccola, la pace domestica. La Pace dove non occorrono parole, dove basta uno sguardo per intendersi, dove la voce non serve perché già gli occhi parlano troppo. troppo.
E ti invita a sederti, Catherine, su una sedia che non è – sedia -, ad un tavolo che non è – tavolo -, a bere un tè che sa di buono. E ti fa sentire buono. E diventi! buono.
E ti guarda con quegli occhi – briosi – , con quello sguardo perso e incantato, che ti accarezza senza sfiorarti.
E ti rapisce, ti porta con sé, e non esiste più nulla, non c’è più nulla, all’infuori del suo – incantatore – sguardo, mentre sorseggia – ambrato – il tè.
E il tempo smette di scorrere, all’interno dello spazio tra tè e tè, mentre il mondo – frenetico – continua, instancabile, instancabilmente, la sua corsa – folle -.
E viene la sera. La sera, con la sua penombra. Una penombra che – a nominarla – è una luce già troppo intensa.
Esce, Catherine, e danza, leggera, all’interno del suo giardino segreto.
E nella notte, nuda, la luce della luna sulla sua pelle diafana è il suo vestito più bello.

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A me le guardie! (***)

di Terry Pratchett.

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Simpatico romanzo fantasy – umoristico, narra di una sgangherata squadra di guardie cittadine alle prese con un drago.
E se non vi piacciono le spoilerate, cari lettori, fareste bene a non leggere di più, che qui ho già svelato fin troppo.

Inizia con una setta che vuole impadronirsi del trono della città di Ankh-Morpork, una città dove ladri, assassini e criminali vari sono istituzioni del tutto legali, e per farlo evocherà un drago, il quale dovrà essere peraltro fittizio onde venire sconfitto da un re impostore che sarebbe il nipote del gran maestro.

Le guardie sono i soliti tre idioti che troviamo un po’ ovunque, nella narrativa di genere, ai quali se ne aggiungerà un quarto.
Quelli che vanno in giro di notte a urlare “E’ l’una di notte, e tutto va bene” (cit.), evitando accuratamente i quartieri più malfamati, dove si svolgono orribili delitti, e aggirandosi fra le strade più tranquille.

Ecco, il quarto membro è tale Carota, figlio di nani. Adottivo. Alto due metri, un armadio di uomo, forte come pochi altri al mondo, con un cervello così poco usato che poco ci vuole a farci stare il regolamento e tutte le leggi (inutili) della città di cui sopra.

Diciamo che arriverà ad arrestare il drago, una volta semi sconfitto, dopo che si era proclamato re della città.
Il drago, sì. Perché il drago mica è così fittizio come si credeva.
No, è un drago in piastre e ossa! Che sarà sconfitto da un piccolo drago a propulsione… beh…
insomma, un piccolo drago che vola a forza di scoregge.

Il tutto infarcito di frasi molto evocative, di passaggi degni di romanzi d’altri tempi… insomma, è scritto molto, molto bene.

Perché solo tre stelle, allora? Mapperché diciamo che la storia va avanti un po’ a rilento, specie nella prima parte. Cosa che mi stava facendo pensare di abbandonare il tutto dopo le prime 30 pagine.

E per il fatto che sai già come andrà a finire, perché è scontato che tutto si risolva per il meglio e che le guardie riscattino il loro onore.
Avrei potuto anche dare la quarta stella, se avessi avuto (n) anni di meno.

Insomma, mi è piaciuto, ma non credo che leggerò ancora Pratchett.

A presto, cari lettori.

E con questo è tutto, cari lettori. Alla prossima!

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Fidya Beauty – intervista a Rosaria Barbarisi

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Ed eccoci qui con Rosaria Barbarisi, in arte Fidya, per la rubrica “Domande usate per interviste nuove”. Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Sì, Accetto, L’Accendiamo!

Ne sei sicura?

Sì, che mi possa cadere una ciglia finta se non è vero!

(rumore della ciglia finta che cade sul pavimento)

Allora giuralo su… vediamo…
Ecco! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Mosche in questo periodo ne vedo poche, ma pigmenti sparsi a caso ne ho piene le scrivanie, Giuro quindi su un pigmento blu elettrico (il mio preferito)!

Hai giurato sul blu elettrico… Occhio alle scariche, adesso! Almeno la mosca sarebbe stata innocua. Contenta tu… 🙂
Prima di cominciare ti chiedo: perché ti sei presentata con quella foto?

Perché mi rappresenta molto o almeno vorrei che mi rappresentasse, avevo appena finito di truccare una serie di modelle per un evento, ed ero intenta a pulirmi le mani dai miliardi di colori stemperati sul dorso della mano, ero felice perché avevo strappato un sorriso ad ognuna di loro e sicuramente reso più solare quella domenica mattina. Inoltre mi piace anche perché indosso un rossetto al collo, un ciondolo a cui tengo moltissimo ideato da tre persone diverse tra loro, ma ognuno con una caratteristica che apprezzo molto. Simona, amica di sempre; Michele, Orafo e amico; Sabatantonio, grafico o presunto tale, che credo abbia molto talento. Insomma è una foto che vorrei mi fosse scattata ogni giorno!

Quindi in quella foto, oltre a una bellissima aria di serena soddisfazione, ci sono pure un sacco di bei ricordi! La foto perfetta, oserei dire!
Allora, cominciamo… Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao Perfidyelle!!!! (ok, se non mi seguite su facebook non potrete capirla!) per gli altri…. Salve a tutti vicini e lontani!

Un saluto speciale, quindi. Originale in tutto, eh? Ma, secondo me, quel saluto deriva dal tuo nome d’arte. E, a proposito di ciò, ci puoi dire da dove viene “Fidya”?

Ecco… con questa domanda puoi dire addio ai tuoi lettori! Inizierò ad essere noiosa…Vabbè, mi “riduco”.

Non conosci i miei lettori: sono curiosi e avidi di conoscenza! Vai tranquilla!

Fidia (senza la “y”) è il nome maschile di uno scultore greco vissuto ad Atene nel 430 a.C. circa e che scolpì la statua di Venere alta 11 metri, ma non fu la sua opera maggiore per molti critici, per me invece significa tantissimo, è un uomo che ha sempre amato le donne, specialmente sotto il profilo estetico, che ne amava i tratti e le forme, che le vedeva bellissime, ed è quello che vedo anch’io quando ho un pennello in mano, le vedo diverse da come si vedono, le vedo incredibilmente radiose, una luce che loro ancora non riescono a vedere… Io mi sento simile a Fidia, ma con la “y”, perché sono Donna e questa lettera lo visualizza abbastanza bene!

Ronf, ronf… Uh? Ah, hai finito. (sbadiglio). Quindi, possiamo dire che è un soprannome che ben si adatta al tuo genere, dato che anche tu ti sei votata alla bellezza femminile. Bene, dopo questa notevole parentesi storica è venuto il momento che tu ci dica quando ti è venuto il ghiribizzo di pasticciare con la faccia della gente.

A dire il vero credo di averlo sempre fatto, già a 11 anni mi piaceva colorare un po’ le amiche, ma ovviamente poi ci struccavamo, ma la vera passione è nata circa 4 anni fa quando ho pensato a questo come un lavoro serio e ho iniziato la mia ricerca di scuole di trucco, sempre mentre…studiavo sociologia, quindi la ricerca non è stata facile, ma l’anno scorso per fortuna ho incontrato la mia insegnante, grandissima donna e professionista, che mi ha avviato in questo mondo.

Una cosa che ti sei sempre un po’ sentita dentro, insomma, rimasta latente fino a poco tempo fa e poi esplosa di colpo. Se non avessi scoperto, col tempo, che sei diventata mua, ora saremmo qui a parlare di poesie, dato che anni fa ti ho conosciuta poetessa.
Sai qual è il bello di questa cosa? Che questo mondo ti offre un sacco di spunti per la tua specializzazione in sociologia! Sempre a contatto con la gente, con le donne principalmente… Potresti farci la tesi!
Ma torniamo a noi, e ti chiedo: la prima volta non si scorda mai. Cos’hai pensato la prima volta che qualcuno, notandoti, ti ha proposto un lavoro da mua*?
(*Make Up Artist, cari lettori. Sempre dirvi tutto, bisogna?)

A dire il vero non ho pensato molto, ho agito! Perché credo che le azioni, ovvero il trucco, possano farmi esprimere meglio. Ma, pensandoci bene, ancora oggi sono onorata quando qualcuno mi telefona per farmi i complimenti o per propormi un lavoro, in particolare la cosa che più mi piace è “essere scelta” dalla sposa, sappiamo bene che il matrimonio è un giorno importante e farne parte è per me un grande onore, sempre, vedere poi le foto con il mio trucco mi rende davvero entusiasta!

E’ davvero un onore essere scelti dalla sposa, cara Rosaria, perché truccare una sposa non è facile… e se alla fine viene da te significa che ti ha giudicata migliore di molte altre. Te lo dico da marito. @_@
Ma cambiamo argomento: dove vai a pescare la tua ispirazione? Cosa ti spinge a usare un certo tipo di trucco anziché un altro, sul viso di una modella? (scusa, qui sono ignorante io…)

Io mi lascio ispirare da lei, di solito prima di truccare una donna, parliamo, non solo dei suoi gusti in campo di trucco, ma anche di altri affari che non centrano nulla, ma riesco a capire quello che vuole e come lo vuole, e inizio a modellare il suo volto, correggo geometrie, discromie e imperfezioni. Poi passo al colore, che ha regole ben precise, ma io sono una ribelle di natura quindi stravolgo le regole spesso per piegarle al mio volere (qui dovete immaginarvi me con il mantello e un pennello nella mano destra alzata e magari con un fulmine alle spalle!! Ahahah)
Per gli shooting (servizi fotografici) è un po’ diverso, perché c’è bisogno di un progetto molto tempo prima e di un tema specifico, e lì prendo ispirazione dalla natura, che credo sia la fonte migliore di ispirazione, basta guardare le innumerevoli forme che creano le nuvole…

E le regole bisogna conoscerle davvero bene, per poterle poi stravolgere sapendo quello che si vuole fare e arrivando a un risultato finale di tutto rispetto!
E sulla Natura ti do perfettamente ragione: essa crea meraviglie fatte di cose semplici, e c’è davvero un sacco da imparare da questa entità non propriamente astratta.

Senti, Rosaria, ora che hai fatto un sacco di strada, e che hai lavorato e studiato molto… non possiamo parlare di “Opera Magna” come per gli altri artisti, perché tu lavori su cavie umane persone in carne e ossa, ma non è che avresti una foto che possiamo mostrare ai miei lettori di una modella che ti è particolarmente ben riuscita?

In questa foto c’è mia cugina, truccata per gioco l’estate scorsa. Sono particolarmente legata a questo trucco, anche se non era perfetto o fotografato nel modo migliore, perché mi ricorda quel periodo ed è un bel ricordo, inoltre in questa foto si evidenzia bene il potere delle sopracciglia sul viso ed è una delle teorie che maggiormente amo perché le sopracciglia cambiano totalmente un make up!

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Ebbene, questo è ciò che esce dopo i ritocchi di Rosaria, e altri potete trovarli fra gli shooting, sul suo sito. Parliamo invece di una cosa comune a molti artisti: al contrario di chi scrive, disegna o compone, la tua arte ha bisogno della luce del giorno, perché è effimera come un mandala: dura poche ore, poi bisogna ricominciare tutto da capo. O meglio, perché di notte magari alla modella ciondola la testa, e altre sciocchezze non trascurabili di vario genere… ma sto divagando. Dicevo, una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi al viso della povera ragazza modella?

Lavorare con un sottofondo musicale aiuta molto a rilassarsi e a far rilassare, ma non sono una grande esperta in questo campo, sono un tipo drammatico alla Mia Martini o alla Mina, ma mi piace anche canticchiare ritmi nuovi, ma… non chiedermi di più! Sono una schiappa! 😛

Ed eco, cari lettori, che abbiamo scoperto il punto debole, o meglio, la “nota dolente” (ih ih ih ih… ridete, dai!) di Rosaria: la musica! Ma non importa, visto che è un sottofondo rilassante, e che la sua arte si muove in tutt’altra direzione. Però, e qui casca l’asino, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui ti metti a truccare? Immagino che il camerino cambi di volta in volta, ma porta pazienza: i miei lettori sono curiosi ed esigenti, perciò illustraci la stanza tipo.

Oddio, bella domanda, diciamo che il mio vero e proprio studio è in costruzione, nel senso più materiale della parola. Quello in cui trucco adesso ha solo uno specchio, luci fredde (che accentuano i difetti), una cassettiera ikea e un divano! Non mi occorre altro… se non i miei bambini (pennelli e make up)!

Ossignùr! Messa così sembra che lavori in uno sgabuzzino! 😀

Scherzo, dai…

No, sul serio… posa quella boccetta di smalto… NO! NON AVVICINARTI! 😀

(dopo un po’ di tempo e molto, molto acetone dopo…)
Senti… Aggiungiamo un pizzico di nonsense a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. E tu, ri-diciamolo, componevi poesie. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche mandarmi a quel paese e dire che non ne hai voglia, insomma… vedi un po’ tu.

Ogni contrasto è una genesi, ogni colore un’emozione, questa è Rosaria, una Make Up Artist con grandi sogni e voglia di esplorare nuovi confini! ( mi esce solo questo al momento :P)

Bene, te la sei cavata con 24 parole. Niente punizione eterna, per te, né castighi divini. Brava! Ti chiedo solo un’ultima cosa, poi sei libera di tornare ai tuoi pennelli (e agli smalti, tutti tranne quello di prima): qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Sai che non lo so… forse: “Perché hai iniziato a girare video per youtube?”

E la risposta è… ?

Per avere un contatto diretto con le mie lettrici, per mostrare anche dalle espressioni del mio viso il mio pensiero, per essere più vera in pratica 

Anche per essere più credibile, aggiungerei. Bene, grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog.

“Spero di esservi stata utile!”
Ciao a tutti e grazie per avermi dedicato questo tempo, ma grazie anche a RiC per avermi invitata!

Figurati, è stato un piacere! E sicuramente qualche mia lettrice potrà trarre spunto dalle foto che vedrà sul tuo blog, sul tuo sito e sulla tua pagina facebook.

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori!

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Sotterfugi – l’Intervista!

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Ed eccoci qui con i Sotterfugi, al secolo Riccardo dal Ferro e Marco Pasin per la rubrica “Domande usate per interviste nuove”.
Consapevoli che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accettate di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Certamente!

Ne siete sicuri?

Assolutamente sì!

Allora giuratelo su… vediamo…
Ecco! Giuratelo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Lo giuriamo sul cadavere di quella mosca là per terra.

Un po’ di entusiasmo, ragazzi, eh? Su, dai!
Prima di cominciare vi chiedo: perché vi siete presentati con quell’immagine?

Perché esprime nel migliore dei modi il fatto che il nostro lavoro nasce da una penna, quella del narratore, e da una matita, quella del disegnatore.

Che poi uno potrebbe scrivere con la matita e l’altro disegnare con la penna, ci avete mai pensato? Allora, cominciamo… Innanzitutto, salutate a modo vostro gli amici che ci stanno leggendo.

Buongiorno a tutti dal Blog che Morde!

Blog che morde? Beh, in effetti è un blog piuttosto aggressivo, non mi stupirei se mi trovassi un polpaccio in meno a fine intervista.
E voi attenti alle mani, cari lettori, non accarezzatelo troppo!

Che radici ha il vostro nome d’arte, “Sotterfugi”?

Nasce dal nostro intento di sorprendere il lettore, attraverso artifizi narrativi ed escamotage particolari che vadano a privarlo delle proprie certezze. L’uso, appunto, di “sotterfugi” narrativi.

In due parole, gli togliete il pavimento da sotto i piedi. Simpatici!
E quando vi è venuto il ghiribizzo di scrivere racconti e illustrarli?

Nel 2009, quando abbiamo partecipato a un concorso nazionale di narrativa e illustrazione a coppie, in provincia di Ancona. E l’abbiamo pure vinto.

Quindi, fatemi capire: vi svegliate la mattina, vedete sto concorso, e dite “proviamo a vincerlo?”… come dire, detto, fatto! “Eccellente!” (cit.)
La prima volta non si scorda mai, e quella lì sopra sembra essere la vostra prima volta narrativo – visiva, ma cos’avete pensato la prima volta che avete provato a unire le vostre forze per creare quello che poi è diventato un blog di successo?

Il blog è in realtà nato più di due anni dopo quel successo. Nel frattempo ci siamo dedicati ad altro, e abbiamo in qualche modo lasciato “maturare” i nostri rispettivi linguaggi, quello della narrazione e quello dell’illustrazione. Abbiamo semplicemente pensato che ci eravamo divertiti un sacco, e così abbiamo preso la decisione di collaborare in pianta stabile.

Insomma, collaborate in “pianta” stabile, vi siete lasciati “maturare”, e alla fine qualcuno vi ha pure raccolto. Ortaggioso!
Ma non sveliamo tutto subito: prima ditemi dove andate a pescare la vostra ispirazione.

Dipende. Soprattutto dalla musica e dalla letteratura, e per Marco ovviamente dalle tecniche illustrative con cui mano a mano entra in contatto.

E oggi, con più esperienza e molto lavoro alle spalle, quale reputate sia la vostra “Opera Magna”?

Anche questa è una domanda molto difficile perché siamo estremamente affezionati a un gran numero dei nostri lavori. Diciamo che, se prendiamo un racconto, per me (Riccardo) è Supermarket, mentre a detta di Marco, il suo è Nel Ventre. Ma ripeto, è una scelta davvero sofferta.

Andate a leggere e vedere i link di cui sopra, allora, cari lettori, poi tornate qui.
E sappiate che, per quanto mi riguarda, il mio preferito è “Apocalypse Duck”. E anche per me è stata una scelta sofferta. Perché ci sarebbe anche “Fiction Uber Alles”, o !La Catacomba TV”… ma non linko tutto, sennò poi non riesco più a leggere nulla di quello che sto scrivendo, fra un codice HTML e l’altro.

Fatto? Letto tutto? Bene. Parliamo ora di una cosa comune a molti artisti: a parte il lavoro notturno, perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte, una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascoltate mentre scrivete o disegnate?

Dipende dal taglio che vogliamo dare al nostro lavoro. Innanzitutto, io scrivo soprattutto di notte, mentre Marco produce in tutto l’arco della giornata. Le influenze musicali possono essere di ampio raggio: andiamo dalla musica classica, in quei lavori che vorremmo mantenere più “gotici”, fino ad arrivare alla Nu Metal dei System of a Down, per quei racconti più pregni di azione. La musica è spesso un motore che dà la direzione al nostro lavoro, quindi è lei che sceglie cosa farci scrivere e disegnare.

Bello! Quindi, se è davvero la musica a suggerirvi cosa scrivere, mi sembra corretto affermare che se prendo i vostri racconti un carattere alla volta e li spalmo su un paio di pentagrammi, riesco ad ascoltare il brano che avevate nelle orecchie in quel momento! Si può dire “che figata”? 😀
E ditemi, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui vi mettete a lavorare sulle vostre creazioni?

Sinceramente, questo è un aspetto che non influisce in maniera decisiva sui nostri lavori.

Ah. Quindi tanta musica e tanta concentrazione. Niente distrazioni esterne. Il risultato sarebbe quindi lo stesso sia che foste comodamente seduti in poltrona che sopra un sasso in una caverna umida.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivete una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di voi, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che vi viene in mente… Potete anche mandarmi a quel paese e dire che non ne avete voglia, insomma… vedete un po’ voi.

Il dottore ci consigliò di mettere i nostri incubi in un luogo ben preciso. Così nacquero i Sotterfugi, il ripostiglio dei nostri mostri, delle nostre risate più oscure, delle anime perdute.

31 parole. Mi spiace, avete sforato. Sarete eternamente dannati, costretti a scrivere e disegnare col vostro stesso sangue, per restare in tema coi vostri scritti. Peggio per voi.
Vi chiedo un’ultima cosa, poi vi lascio liberi: qual è la domanda che nessuno vi ha ancora posto ma che vorreste sentirvi chiedere?

Quando cazzo la finirete di ammorbarci con le vostre illeggibili e inguardabili farneticazioni?

E la risposta è… ?

Dovrete sopportarci ancora per un bel po’, ragazzi, mettetevi il cuore in pace.

E per fortuna,direi! Bene, grazie per il tempo che mi avete dedicato. Salutate i pochi habitué di questo blog.

Grazie per l’intervista e per la vostra attenzione. Vi aspettiamo su Sotterfugi, sia in formato blog che sul nostro ebook!

Sì, perché, come accennavo più sopra, qualcuno ha raccolto il frutto del loro lavoro e ha deciso di pubblicarli. Se questo non è un buon motivo per fiondarsi a leggerli…
Dai, cliccate su quei link! Voglio sentire il rumore dei vostri mouse!

E se volete comprare i loro ebooks potete farlo su Amazon o su Itunes.

E con questo è tutto, e il mio polpaccio è ancora intatto, alla faccia dei morsi. Alla prossima, cari lettori!

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Sospiri

Era una mattina assolata di agosto, quando Antonio mi chiamò eccitato da casa sua.
Mi disse di raggiungerlo al più presto, voleva farmi vedere una cosa.
Ovviamente, al più presto significava “nel giro di qualche giorno”, dato che abitavamo agli antipodi.

Strano tipo, Antonio, si era sempre estraniato dalla gente sin dai tempi del liceo, non vedeva mai nessuno, se ne stava rintanato in uno degli ultimi banchi, il più lontano possibile dai compagni.
Perché avesse scelto me come confidente non l’ho mai capito. Forse ero l’unico a fare quello che si aspettava da noi tutti, ovvero che lo ignorassimo.
Introverso come pochi, era geniale nelle sue teorie strampalate, la sua mente era in continuo viaggio verso i misteri dell’universo, del quale sapeva molto, ed era avido di conoscerlo sempre più a fondo.
Studiava principalmente matematica e fisica, e non sembrava importargli molto di altre materie.
Quando era a casa, era quasi impossibile trovarlo fuori dalla sua camera, tappezzata di fogli di notizie relative allo Spazio, e, quando cominciò l’università, di formule e complicati calcoli.

Quando, finiti gli studi, comprò quella collinetta e si fece costruire una piccola baita sulla sommità, non ne fui affatto sorpreso: la sua famiglia era molto benestante, e lui viveva con poco. Gli bastavano il suo telescopio, i suoi computer e l’oscurità della notte.

Mi organizzai quindi per il viaggio: uno zaino con poca roba invernale, perché dove abita lui sembra sempre inverno, qualche cambio intimo, lo spazzolino, i miei appunti. Da lui avrei trovato tutto il resto di cui avrei avuto bisogno, e in ogni caso sapevo che non saremmo usciti di casa per almeno una settimana.

Volai quindi da lui, in Italia, in un posto sperduto della Val di Non. Adoravo il profumo di mela di quei posti, così diverso dall’aria che si respira qui, a Osaka…

Lui venne a prendermi, come al solito, a Cles, e da lì mi condusse fino alla nostra meta.

Quando varcai la soglia di casa sua, lui si affrettò a sprangare la porta, ostentando un sorriso. Lo conoscevo abbastanza bene da sapere che quella era una sua mania, per tenere il mondo fuori… ma lo conoscevo altrettanto bene da capire che quella fretta non era in lui usuale.

Mi fece accomodare nella camera degli ospiti, dove potei finalmente fare una doccia calda, quindi facemmo colazione nel salotto. Mi fece vedere alcune immagini, ma non ne compresi il significato; sembravano normali fotografie astronomiche.
Mi disse che erano state fatte tutte nella stessa notte, e che rappresentavano la prova di quanto aveva scoperto.

Durante il resto della giornata mi aggiornò su ciò che aveva studiato, su ciò che aveva visto col suo telescopio e con Hubble, tramite un programma che si era fatto dare da un hacker.
Diceva che gli astrofisici non erano in grado di accorgersene, ma lui mi indicò sulle diapositive alcune aberrazioni del tessuto spaziale. Anomalie che io non vidi, e che comunque non sarei riuscito a vedere, dato che anch’io ero un astrofisico come gli altri.
Lui però mi spiegò tutto con pazienza, ed entro sera avevo capito quantomeno il concetto di base e le differenze tra le sue irregolarità e la normalità generalmente percepita come tale. E tutto aveva perfettamente senso.

Quella notte studiai febbrilmente i suoi appunti, le sue mappe, tutto secondo il metodo che mi aveva appena spiegato, e fu allora che iniziai a comprendere cosa volesse realmente dirmi.
E non potevo crederci.

Erano le quattro del mattino, quando scesi nella sala dei computer, e lui era lì ad aspettarmi con una tazza di caffè bollente in mano.
Sapeva che sarei giunto alla sua stessa conclusione entro poche ore, e che mi sarei precipitato lì per verificare il tutto.

Mi mise tra le mani la tazza, mi indicò il monitor centrale, e potei finalmente vedere con i miei occhi.

Lì, in mezzo al nulla cosmico, in quel nero compreso tra le costellazioni di Cassiopea e Orione, quella massa buia, invisibile a tutti gli altri, si espandeva e si contraeva con una regolarità impressionante.

E restammo lì, lui sereno e io attonito, con la bocca aperta e la tazza in mano, a contemplare il respiro dell’universo.
Il respiro di Dio.

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