Veracruz (****)

Di Valerio Evangelisti.

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Pirati! Pirati, finalmente!
E badate, cari lettori, qui non si parla dei fighetti cui ci ha abituati la televisione ultimamente, ma di Pirati veri! Quelli, per capirci, che se ti prendono per i coglioni non lo fanno per modo di dire… ma ne parleremo in seguito.

Il buon Valerio ci narra la storia della presa di Veracruz, città fondata dagli spagnoli e ritenuta, fino a quel momento, inattaccabile.
Qui scopriamo che invece non lo era affatto, e la causa principale si svela essere la mollezza dei difensori non più abituati alla pugna. Anzi, di fronte ai pirati che avanzano con in testa l’orchestra che suona una sorta di marcia funebre, fuggiranno terrorizzati, rendendo la conquista facile come una passeggiata di piacere.

Il romanzo inizia con due galeoni pieni di pitali già abbordati e presi.
I Fratelli della Costa li mandano avanti come civette per non far insospettire la vedetta che incrocia a diversi metri dalla costa. Quando la vedono, la accerchiano e la affondano, o meglio… uccidono tutto l’equipaggio, ché i cannoni fanno casino e qualcuno dalla costa potrebbe sentirli e dare l’allarme, quindi approdano col resto delle navi.

E’ notte, i marinai non dormono né mangiano dal giorno prima, ma ormai devono andare avanti.

“Quelli laggiù non sono uomini, sono spagnoli: tronfi, crudeli, ipocriti. Nemici del libero commercio e ubriachi dell’oro che ci rubano. E allora saremo spietati e li tratteremo da bestie, quali sono. Nessuna misericordia. Me lo giurate?”
Le torce oscillarono. Un “lo giuro” collettivo rimbombò possente, poi l’armata della filibusta si mise in movimento.

Detto questo (non sono uomini, sono spagnoli), partono e conquistano tutto. Poi prendono i superstiti, e li imprigionano in una chiesa, tutti ammassati uno appiccicato all’altro, come animali da portare al macello o peggio. Ovviamente, i pirati devono pur far passare il tempo, e, a parte gli ovvi stupri, si dilettano in torture. Fra le tante, riporto questa. Cari maschietti, se avete il cuore debole non leggete la parte in neretto qui sotto.

“Chi gridava come un ossesso era un uomo grasso e nudo, con mani e piedi legati. Una corda lo teneva appeso ai rami di un albero per i soli genitali. Il nodo scorsoio gli stringeva lo scroto e il pene, violacei e sanguinanti. Cinque o sei avventurieri (…) si divertivano a spingere il corpo, facendolo ruotare.”

Ecco cosa intendevo all’inizio, quando dicevo che se ti prendono per i coglioni eccetera.

Il buon Valerio, nelle note finali, ci dice che sto tipo è sopravvissuto, non morto dissanguato come ha scritto lui, ma gli serviva per creare atmosfera. Ma son dettagli trascurabili, dai!

Dicevo: saccheggiano, pretendono riscatti, fanno piovere morte come fosse riso a un matrimonio. Prendono tutto quello che possono, che in realtà è quasi tutto quello che Veracruz ha da offrire, poi si dileguano in tutta fretta.
Il grosso della flotta spagnola sta arrivando, quindi si salpa per andare in un’isola più difendibile, non prima di aver depredato le chiese.

“Si tratta di uno scambio. Abbiamo navi piene di pitali. (…) Saranno i pitali a prendere il posto di tabernacoli e croci, a titolo di risarcimento. (…)”

In quell’isoletta ammasseranno in un forno alcuni prigionieri di valore, sperando in un riscatto più cospicuo di quelli già pretesi.
L’isoletta, però, si rivelerà poco difendibile, quindi si salperà di nuovo. Abbandonando gli ostaggi e tutto ciò che non serve.
La loro rotta li porta verso altri galeoni della marina militare spagnola, i quali potrebbero affondarli in un battito di ciglia, ma i nostri eroi puntano sulla paura, e quindi ecco di nuovo l’orchestra con la sua marcia funebre, accompagnata stavolta anche dalla folla di marinai che battono le lance sui ponti e le spade sui parapetti (sulle impavesate, per essere pignoli).
Le navi dell’esercito spagnolo fanno dietrofront, ritirandosi disordinatamente. Come dicevo all’inizio, si erano, per così dire, un po’ rammolliti, e di fronte alla determinazione dei pirati, la loro presunta forza superiore crolla come un castello di carte.

E qui c’è un però: se fino a questo momento le cose sono andate benone, non si può dire altrettanto di ciò che succede successivamente.
Non vi dirò cosa succede, perché ve lo dovete leggere (che tutto il libro è una cosa esaltante), ma vi porto direttamente (e senza passare dal via), dopo spade e pugnali, fino all’isola dove si spartiranno il bottino. Con precedenza a…

“Avanti i mutilati! Spettano quote extra a chi ha perduto a Veracruz un braccio, una gamba, una mano, un occhio, o tutti e due. (…) Penso che il primo a essere ricompensato debba essere Jean Lestang, del Le Tigre, rimasto senza mento né mascella. (…)”

Orribile e affascinante, non trovate? Il bello è che la storia, come già detto, è vera, ma questo potrete tranquillamente leggerlo nelle note di Valerio, alla fine del romanzo. Noi invece andiamo avanti.

E ripartiamo per mare, che dopo la spartizione della prima parte del bottino si va a vendere merci rubate e schiavi in posti amici, ma… ecco, arriva un uragano che disperde la flotta, e restiamo a seguire il veliero principale, il Le Hardi dell’ammiraglio De Grammont, più altri due, che arrivano in un’isola inglese dove non se li fila nessuno per non inimicarsi la Spagna in tempi di pace. Non se li fila nessuno al punto che ripartono quasi senza provviste, e uno dei tre capitani finisce per staccarsi e andare per conto suo.

Il vascello principale, navigherà fino a raggiungere un galeone spagnolo tre volte più grande, che verrà abbordato da filibustieri in preda alla fame e pronti a tutto. Tanto per farvi calare nel clima della battaglia, vi riporto altre due righe:

“Tutti i pirati urlavano senza posa. Colpivano alla cieca, mutilavano, sollevavano e agitavano membra tagliate. Erano il terrore assoluto. Molti sghignazzavano come folli, coperti di sangue dalla testa ai piedi.”

(Sublime)

Poi, carichi di provviste, faranno rotta per Petit-Goave, dove si concluderà la loro avventura.

Bene, cari lettori, questo è qualcosa di quello che potete leggere di Veracruz. Spero di avervi incuriositi abbastanza da farvelo leggere e amare come l’ho amato io, o quantomeno farvelo eleggere a “libro da leggere durante le ferie”.
Alla prossima!

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