Pane e tempesta (****)

di Stefano Benni.

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Mi ha veramente fatto ridere di cuore! Quest’opera del nostro buon Stefano è forse la migliore della sua produzione.
Di quelle che finora ho letto, s’intende… Magari fra qualche mese mi ricrederò, ma per il momento per me è così.

In questa “storia”, che è in realtà un insieme di storie tutte collegate fra loro, tutte infilate come perle sullo stesso filo, racconta dell’avanzare del progresso, della “civiltà” moderna, a scapito della serenità di un tranquillo paesino di montagna, di Montelfo, circondato dai boschi.
Boschi che stanno rischiando grosso, fra le ruspe grandi come dinosauri pronte a estirpare le piante secolari come fossero stuzzicadenti piantate nel terreno e l’asfalto che andrà a sostituirle.

In tutto questo, conosceremo millemila personaggi, ognuno con una propria storia e con una propria caratteristica, e il bello è che non ci si dimentica di nessuno di loro, perché ognuno a proprio modo entrerà nel nostro cuore.

Per esempio, c’è la storia del taglialegna Grandocca, che prima ti delizia e poi ti stringe il cuore, perché un omone tanto semplice e buono, che fa la fine che fa per un gesto gentile verso un oggetto inanimato, fa tenerezza. Tanta. E lui, con la stessa maestria con cui ti fa sbellicare dalle risa, ti dipinge una storia toccante fino alle lacrime.

E poi prende un personaggio rozzo, gli fa fare un bell’esame di coscienza, gli confonde le idee… Insomma, deve decidere se vendere il bar che è della sua famiglia da generazioni a fronte di una cifra che lo sistemerebbe a vita, o tenerselo, col suo carico di amici e di ricordi… e lo fa uscire con una frase in cui dice:

“Penso che l’oceano vasto e terribile sia sempre al suo posto. Lui sa sempre cosa fare, se stare calmo o in tempesta.”

Insomma, un uomo che forse ha la terza media, che fa il barista da una vita, che sì, insomma, non è una persona colta… e quello è il massimo che potrebbe riuscire a pensare; in parole semplici ti esprime un concetto grande come l’oceano…

E in un turbinio di vicende si arriva fino in fondo, dove ci parla dell’odierna crisi e ci dà pure un sistema per combatterla, terminando il racconto con una frase che spiega il titolo del libro:

“… e anche se il vento ci soffia contro, abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e passeremo anche questa.”

Riferito alla crisi. Indi c’è un racconto dove il nonno stregone (che è il personaggio principale, o quantomeno finge di esserlo) incontra il fantasma di Poe, che gli dice che i suoi racconti li ha scritti divertendosi, non per far paura ma per far ridere… e poi arriva la fine.
Che io ho interpretato in un modo, ma siccome può essere interpretata in mille maniere non ve la racconto, leggetelo e lo scoprirete.

Ah, un’ultima cosa: dato che questo è un libro fatto per divertirsi con le cose semplici, vi mostro come il buon Stefano fa ridere gli adulti come fossero bambini:

“La farina stava finendo, e Selim faceva il pane mettendoci una metà di polistirolo, facevamo degli stronzi così leggeri che a volte volavano via come dirigibili.”

E questo non è tutto, come al solito, ma andate a leggerlo. Io lo riporto in biblioteca, lo trovate là.

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