Storia di un corpo

Di Daniel Pennac.

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Chiarisco subito una cosa: non ho messo stelle perché non so se metterne due o quattro.
Perché Pennac è Pennac, il romanzo è scritto bene, la storia scorre, diverte, emoziona.
Però è scritto, appunto, come un diario… e alla lunga la cosa diventa pesante.
E a me i romanzi scritti a mo’ di diari (o peggio: epistolari) non sono mai piaciuti più di tanto, però, ribadisco, Pennac è Pennac, e va letto.
Difficile riprendere la lettura, altrettanto difficile staccarsene una volta ripartiti.

All’inizio, Pennac ci dice che ha ricevuto alcuni quaderni da un’amica. Quaderni che raccontano la storia del padre di lei, appena morto. Sì, un po’ come il Manzoni ci dice che “i Promessi Sposi” non è nient’altro che la riscrittura di un altro documento, solo che qui ci si accorge subito dello stratagemma, perché un bimbo di 13 anni non ci regala un certo tipo di linguaggio, né di ragionamento. Insomma, si capisce che ha scritto tutto lui, dai!

Tutto ciò però non ci importa. La storia parte da questo ragazzino che a un certo punto della sua esistenza decide di scrivere un diario dove raccogliere le sensazioni fisiche, tentando così di riappacificare corpo e mente, di fare del diario una specie di ambasciatore fra le due parti.

E davvero è un esempio di coerenza, perché vedremo la mente che ci racconta le esperienze, più o meno dolorose, delle reazioni del suo corpo.

Ci parla, per esempio, del sesso in età giovanile in un modo che per noi maschietti è una goduria, di quello in età adulta, più legato all’amore per la propria compagna, e di quello in età avanzata, passando per il tradimento.
Poi ci parla del dolore, e ce ne fa sentire uno quasi reale quando ci parla di una carie curata quasi senza anestesia. O di un polipo nasale strappato via così, a crudo, con un gigante che gli teneva ferma la testa perché non si muovesse troppo. (sento ancora male al solo pensiero. E non è successo a me!) O di una sonda infilata non vi svelo dove, ma con l’anestesia, e il dolore di togliere un drenaggio per la prostata…
Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Anche perché qui vi ho accennato solo a due tipi di esperienza fisica, senza raccontarvi nulla di “colorato” del resto delle cose descritte.

E sì, tocca anche il tema della malattia, dell’omosessualità (altrui), finanche della morte, passando attraverso… la vita. E poi della carezza dell’acqua sulla pelle, il calore del fuoco, e altre amenità di cui non vi parlo.
Apposta, come al solito. Diciamo solo che non si farà mancare nulla.

Alla fine non mancherà di strapparvi qualche lacrima, perché, anche se sappiamo fin dall’inizio che il protagonista è già morto e sepolto, ne conosceremo la vita quasi per intero, ci sembrerà di averlo intimamente conosciuto, ci affezioneremo moltissimo, a quest’uomo. E ci dispiacerà vedercelo portare via dalla malattia.

Scopritelo, perché è un libro da scoprire, non da leggere. Leggetelo, soprattutto se vi ritrovate possessori di un corpo.

Prima di lasciarvi, voglio rendervi partecipi di due episodi slegati fra loro. Uno mi ha fatto ridere, l’altro mi ricorda esattamente la mia condizione di padre.

13 anni, 1 mese, 14 giorni – Martedì 24 novembre 1936

La nostra voce è la musica che fa il vento quando ci attraversa il corpo. (be’, non quando esce da sotto.)

28 anni, 3 mesi, 17 giorni – Domenica 27 gennaio 1952

Diventare padre significa diventare monco. Da un mese a questa parte ho un solo braccio, l’altro regge Bruno. Monco dall’oggi al domani. Ci si fa l’abitudine.

E questo è, come sempre, quasi tutto.
Alla prossima, cari lettori!

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