Archivi del mese: luglio 2013

BAOL (*)

di Stefano Benni

Image and video hosting by TinyPic

Beh, cari lettori… Non ci siamo.
Cos’è Baol? Baol è la storia di uno che studia per diventare mago baol, che però poi non vuole più essere un mago baol, ma quando uno è mago baol è un mago baol per tutta la vita, e allora aiuta l’amico che gli chiede aiuto coi suoi trucchetti baol, e ci riuscirà, ad aiutarlo, e il finale sarà parolicamente più acrobatico del resto. Ed è scritto più o meno come ve l’ho raccontato finora.

Baol è una storiella che è la riscrittura di una parte del più noto 1984 di Orwell, quella parte che prevede il monopolio dell’informazione e quindi di scrivere la storia del mondo ad hoc.

Baol è una storia in cui Benni riempie mezze pagine semplicemente con aggettivi della stessa cosa, o con elenchi di apparizioni più o meno assurde. Un esempio delle apparizioni:

“Poi cominciarono a entrare:
un dragone alato
un drago
un draghetto
un dracunculo
un King-Kong
uno scarposauro
uno schifomedonte
alcuni grifi di Notre Dame
sei arpie
un ciclope
un sirbione ormiaglio
un’anaconda cingolata
(continua…)”

Continua, sì, con altre 46 righe (oltre a queste) di apparizioni, alcune volte multiple.
Cioè… Due pagine di roba inutile che entra, perché poi non se ne fa niente.

E dicevo degli aggettivi:

“Ma quando l’orrida gehenna l’infame masnada l’infernale coacervo l’orrenda sfilata la macabra assemblea (…)”
e avanti senza virgole per mezza pagina…

No, ribadisco: non ci siamo.
Se mi lasciate citare Verdone, “che mi combini, Benni, che mi combini!”
Un disastro su tutti i fronti. Da lui non me lo sarei aspettato. Come dire, “il troppo stroppia“.

E questo è tutto, cari lettori, alla faccia di chi lo trova un buon libro.
Alla prossima!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata | Tag: , , , | 4 commenti

Il momento è delicato (****)

Di Niccolò Ammaniti.

Image and video hosting by TinyPic

Dicono che un libro è davvero bello quando, leggendo, alzi un attimo gli occhi e dici “caaaazzoooo!!”.
Che dire, allora, di un libro che ti fa sgranare gli occhi, spalancare la bocca, che lo chiudi un momento appena hai finito la frase e ti esce un “porca pu(…)”, e provi un certo timore nel riaprirlo e continuare a leggere? Che proprio ti fermi un attimo, devi riprendere fiato, digerire ciò che hai appena letto?

Ecco, questo è il caso di Ammaniti. Ti prende lo stomaco e lo usa come sacco da boxe con la stessa naturalezza con cui va in posta a pagare la bolletta del gas. Ed è meraviglioso.

Questa raccolta di racconti, a differenza di Fango in cui sono tutti più o meno sanguinosi, è più tranquilla, nel senso che sì, ci sono storie a tinte forti nel suo tipico stile, ma ci sono anche alcuni racconti amari, altri più riflessivi, e altri ancora che riescono a essere divertenti nel senso comico del termine. Per quanto Ammaniti possa grottescamente suscitare ilarità, intendo.
Insomma, è un’accozzaglia di roba che ha scritto, varie storielle che portano il suo nome e il suo stile, un’antologia di racconti più o meno curati scritti durante gli ultimi vent’anni, ma non è comunque il solito Ammaniti.
Sconsigliato per chi ancora non ha letto nulla, si presta a essere apprezzato da chi già conosce l’autore e vuole vedere se sa scrivere anche dell’altro.

Un’altra cosa: si capisce che alcuni racconti sono stati scritti durante lo stesso periodo di tempo perché in qualcuno di consecutivo si trovano le medesime espressioni più o meno a sproposito. E questa è una situazione che conosco un pochino anch’io, visto che qualche cosetta la butto giù, ovvero che a volte si scopre un termine, un’espressione nuova e ci si affeziona, si vuole usarla almeno un paio di volte… ma vi faccio un esempio, cari lettori, così capirete di cosa parlo.

Per prima cosa vi dico che Ammaniti deve aver fatto una strage di tartarughe, dato che moltissimi personaggi antipatici o presunti tali portano “occhiali da sole/vista con una grossa montatura in tartaruga”; poi vi riporto un altro termine, il verbo “estroflettere”, che ha usato in due racconti, solo che un alieno-cavalletta che estroflette i palpi boccali fa figo, un chirurgo che estroflette il braccio per prendere lo scotch fa ridere.

Bene, dai, le mie quattro stelle le ha, non perché è Ammaniti, ma perché i racconti sono indubbiamente godibili. Tutti, nessuno escluso.
E questo è tutto! A presto, cari lettori!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata | Tag: , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

geLotteria 4 – for dummies

Allora, che cos’è la geLotteria? Ve ne avevo giàpparlato lo scorso anno, ma ve lo rispiego volentieri.

Image and video hosting by TinyPic

La geLotteria è una delle gelofigate che trovate sul blog gelostellato, ed è, ovviamente, una cosa figa.
Cioè, intendiamoci, stiamo parlando di uno scambio di libri, una cosa che uno può fare anche da solo con amici e parenti, ma qui c’è il brivido. Sennò che gelofigata sarebbe?

E qui, cari lettori, vi spiego dove sta il bello: lo scambio è randomizzato. Cioè, voi vi impegnate a mettere in palio un libro che non vi piace, o che avete doppio, o che vi hanno regalato solo per farvi un dispetto, e a spedirlo. A chi ancora non lo sapete, ma vi verrà detto alla fine.
Ecco, voi non potrete scegliere il libro con cui scambiare il vostro, vi verrà assegnato da quel simpaticone di Raffaele dal destino, dalle tre Parche, o altre divinità casuali, e potreste essere fortunati e ricevere un bellissimo romanzo del vostro genere preferito, o essere sfortunati e ricevere una schifezza che vi interessa ancor meno di quello che avete messo in palio.

Però è divertente, e una volta ricevuto il pacco vi metterete a pensare alla geLotteria 5, fra un altro anno.
Ecco, io il mio pacchetto l’ho già fatto, vi rimando alla geLotteria 4 per sapere cosa c’è dentro.

Intanto vi mostro cosa si vede da fuori:

Image and video hosting by TinyPic

Dai, giocate, divertitevi e… in bocca al lupo!

Categorie: Varie ed Eventuali | Tag: , , , , , , , , , | 2 commenti

La scimmia pensa, la scimmia fa (**)

di Chuck Palahniuk

Image and video hosting by TinyPic

Una piccola premessa: l’ho preso perché cercavo una storia a tinte forti, di quelle che ti rivoltano come un calzino.

Allora, cari lettori… partiamo dal titolo. Chiaramente una metafora, l’uomo pensa e agisce, dando sfogo ai suoi istinti. E questa è una cosa che troviamo in tutti i racconti.
Tutti quelli che ho letto, quantomeno, perché il libro non l’ho finito. Vi sia chiaro, lo dico ora e non voglio sentire lagne. Smentitemi, indicatemi un raconto “bello” e lo leggerò. Comunque, non l’ho finito perché se ogni due pagine uno si ritrova a dire “che due maroni” allora vuol dire che il libro non va.
E stop, io la possibilità gliel’ho data, non fa per me.

Ma andiamo con ordine: la prima storia parla di una sagra paesana, dove l’alcool scorre a fiumi e le ragazze sono parecchio disinibite, intente a “ciucciare” ogni maschio che incontrano. (se non la capite ve la spiego in privato.)

La seconda parla di scrittori. Cioè, di pensionati, casalinghe disperate, gente che non ha un caspita da fare che tenta di piazzare la propria storia per farla diventare una serie televisiva, un film, un romanzo. Senza riuscirci.

La terza dici “finalmente gente che si prende a botte!”, ma i combattimenti vengono così descritti:

“Pritts vince il suo incontro.
Chris Rodrigues vince il secondo incontro.
Ken Bigley vince il primo e il secondo incontro, ma al terzo perde.
Rodrigues perde al terzo incontro e resta fuori dal torneo di lotta libera.”

(e via così.)

Cioè… Cavallo bianco in c2, scacco. Alfiere nero in c2. Pedone bianco in h3. Regina nera in f6, scacco matto.
Una partita a scacchi. Anzi, una partita a scacchi sarebbe più emozionante, perché ogni tanto un pezzo viene mangiato!
Qui dov’è la lotta? Dove sono gli occhi pesti, le ossa rotte, le scorrettezze? Dai, su!

Parliamo del quarto racconto: un “demolition derby” di mietitrebbie. Qui (oh, si!) ci danno dentro, ma il fatto di descrivere il torneo come un elenco di danni fatti e subìti rende il tutto una specie di lista della spesa. Come il racconto precedente.

Poi c’è “la mia vita da cane”, che non ci ho capito una mazza.

Infine, quello che ho piantato a metà: tre uomini che costruiscono tre castelli. Così, per sfizio. Ho letto il finale: i castelli sono rimasti incompiuti.
Basta. Chiuso il libro, senza curarmi di tenere il segno.

Deluso profondamente.

Però se avete qualche sua opera da consigliarmi, tanto per farmi ricredere su questo autore, ditemelo qui sotto, prenderò nota e leggerò, in futuro.

Deh, per me questo è tutto, a me non è piaciuto proprio per niente e ve l’ho detto; se poi vorrete leggerlo saranno affaracci vostri.

Alla prossima!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata | Tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Tsugumi (***)

DI Banana Yoshimoto

Image and video hosting by TinyPic

Cari lettori, questo è un libro che ho letto nonostante mi fosse stato sconsigliato… e me ne sono innamorato. (Poi mi smentirò, pazientate un attimo!)
Perché è un libro in cui la spettacolarizzazione degli eventi è del tutto assente, è un libro in cui si parla di cose di tutti i giorni, di un’amicizia fra due cugine; è un libro in cui, nonostante tutto, si respira un’aria serena, a tratti appena offuscata da un velo di malinconia.

Sinceramente, non so cos’altro potrei dire, di questo libro, e anche la storia… diciamo che ho qualche difficoltà a rimetterla insieme, ma ci provo lo stesso.

In questa storia, un’io narrante femminile ci parla della sua amicizia con la cugina Tsugumi, una bellissima ragazza cagionevole di salute fin dalla nascita. Le due sono cresciute insieme nella pensione della madre di Tsugumi, in riva al mare.

Tsugumi ha uno spirito ribelle, con un pessimo carattere, sempre pronta all’offesa e alla sfida, ma in qualche modo riesce a confidarsi con la cugina. Ed è affascinante, il suo modo di essere, è uno di quegli animi che si amano o si odiano, non c’è una via di mezzo.

L’io narrante racconta di quando erano ragazzine, prima della separazione, perché a un certo punto trasloca, e ci racconterà della sua storia a Tokyo senza la cugina. La ritroverà solo dopo molto tempo, un po’ cambiata ma fondamentalmente la stessa, nell’ultima estate in cui la pensione Yamamoto sarebbe rimasta aperta. Un’estate, quella, che non sarebbe mai più tornata.

Un’estate in cui le due cugine conosceranno un ragazzo del quale Tsugumi si innamorerà follemente.

E il libro finisce con la fine dell’estate, non facendosi mancare qualche avventura di poco conto.

Dicevo là sopra che mi sarei smentito: ebbene, ci siamo arrivati.
Perché non succede talmente nulla che ci si annoia. L’unica cosa degna di nota è che Tsugumi scava una buca e ci ficca dentro un tizio. Così, per vendetta. Ma, dato il suo fisico, il tutto appare troppo “finto”, impossibile da credere… e oltremodo grottesco.

Insomma, a parte l’inizio e, alla fine, quella buca, il resto è noia. Chi me lo aveva sconsigliato la sapeva lunga.

Bene, mi pare di essermi espresso. Ovviamente è una mia considerazione, se a voi è piaciuto un sacco fatemelo sapere.

Alla prossima, cari lettori!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata | Tag: , , , , , , , , , | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: