Polvere alla Polvere

Il massiccio mezzo corazzato M2 avanzava, con incedere lento e pesante, sulla sabbia rossa arroventata dal primo sole di quel luglio del 2005.
Al suo interno il tenente Ferretti, uno dei sopravvissuti della spedizione, imprecava contro Houston e contro il loro concetto di “lavoretto semplice e veloce”.
Ferretti era stanco di stare rinchiuso all’interno dell’M2, assediato da una tempesta di sabbia che durava da settimane: aveva voglia di sgranchirsi le gambe, di correre, di fare due salti. Ma non poteva. Prigioniero del blindato, procedeva senza la minima idea di dove si trovasse o di dove stesse andando.
La radiobussola si era guastata al momento dell’atterraggio, e l’antenna satellitare per le comunicazioni era schizzata chissà dove dopo il primo rimbalzo al suolo. Il primo dei sette che avevano distrutto parte della nave interstellare e ucciso quasi tutti i membri dell’equipaggio, tranne lui, ovviamente, e gli altri due.
Sapeva solo che, in un modo o nell’altro, avrebbe dovuto portare a termine la sua missione: sulla Terra ritenevano che fosse di importanza vitale.
L’unica consolazione che aveva e che gli dava speranza, era che qualcuno sapeva che loro erano lì, e che avevano tre volte le scorte di “pillole alimentari” sufficienti alla vita di una persona per un anno. E che il motore a fusione atomica installato sull’M2 avrebbe fornito energia al mezzo per almeno cinquanta o sessanta anni.

Motore a parte, l’unico strumento davvero utile che aveva a disposizione era quello che gli indicava, con un insistente puntino rosso, la posizione della navicella con cui erano arrivati su Matusalemme, quello che fino ad allora era un pianeta solamente “presunto” del sistema PSR B1620-26, una stella binaria a 12400 anni luce dalla Terra, classificato col nome di “PSR B1620-26c”.
E qui stava il problema: “qualcuno”, alla NASA, non aveva tenuto conto che il sistema avrebbe potuto avere più di tre pianeti. Questo significava dover ricalcolare la forza di propulsione adeguata a sfuggire alla gravità delle due stelle e a quella degli altri dodici pianeti che Hubble non era stato in grado di individuare.
Il tutto, stando attenti a non entrare in collisione con le tre cinture di asteroidi che circondavano il pianeta, cosa che, era palese, dalla Terra non erano riusciti a vedere.
Sempre che, ovviamente, la nave fosse stata ancora in grado di funzionare… e viaggiare a velocità iperluce.

Con i pensieri fissi su questi punti chiave, Ferretti si chiedeva come avessero potuto individuare dalla Terra quel “coso” così irrilevante sulla superficie del pianeta senza essere prima riusciti ad avvistare il resto dei pianeti di quel sistema, o almeno gli anelli di Matusalemme!

No, Ferretti non si sentiva fortunato a essere rimasto in vita. Non in quelle condizioni, con quei due inutili “sacchi di zavorra”. Non senza l’altro pilota e gli altri otto soldati, non senza il drone esploratore, non senza il medico di bordo e, sicuramente, non senza gli altri tre fisici che avrebbero dovuto ricalcolare la spinta per staccarsi almeno dall’orbita delle due stelle e riportarlo a casa.
Casa… Chissà se avrebbe mai rivisto sua moglie, incinta al sesto mese quando era partito due anni prima.

In preda a questi pensieri, Ferretti non si accorse del muro che gli si parava davanti.
Fu il professor Pani, l’astrofisico che aveva scoperto per primo il pianeta, a urlargli di fermarsi, che stavano per andare a sbattere.
Ferretti frenò bruscamente, e l’M2 si fermò all’istante. Lui si schiantò sul volante, Pani venne catapultato in avanti e finì bocconi sul pavimento dell’ M2.
La dottoressa Nalli, invece, si slacciò la cintura di sicurezza e guardò ironica gli altri due, prima di far loro un cenno col capo, indicando l’esterno.
Forse erano arrivati a qualcosa, forse quel muro era quello che stavano disperatamente cercando. A cosa sarebbe servito essere arrivati lì non lo sapevano, ma trovarselo improvvisamente di fronte aveva riacceso in loro la speranza.

Ferretti spense il motore e si recò alla cabina di uscita. Indossò l’esoscheletro di carbonio, controllò il sistema di pressurizzazione, aprì i rubinetti di azoto e ossigeno e, con la paura di essere trascinato via dal vento o dalla possibilità di un guasto alla tuta, aprì il portello.

La visiera nera del casco era appena sufficiente a filtrare la luce che proveniva violenta dai due soli, l’esoscheletro protettivo sfrigolava al contatto con la sabbia come un pezzo di metallo che venisse levigato con una mola a disco, ma resisteva.
Il caldo era soffocante, e il vento l’avrebbe sicuramente portato via se non si fosse assicurato, con un cavo di acciaio, alla struttura dell’M2.
I numerosi motori elettrici, posizionati in ogni giuntura della corazza, lo aiutavano a muoversi agilmente sulla superficie di quel pianeta grande due volte Giove.
Arrancò fino al muro, e constatò che era fatto di sabbia. E che era permeabile.
Tornò all’interno del veicolo, al posto di guida. Guardò gli altri due con espressione cupa, e non disse una parola. Pani cercò di chiedergli qualcosa, ma la dottoressa Nalli lo fermò mettendogli la mano sulla spalla e guardandolo dritto negli occhi. Avevano visto anche loro, da dentro, ciò che Ferretti aveva sperimentato di persona.

Ferretti fece allora l’unica cosa che poteva avere un senso in quella situazione: spinse la cloche in avanti.

Il veicolo obbedì docile al comando, il motore a fusione spinse sulle otto ruote artigliate, che lentamente iniziarono a muoversi.
Ferretti era ancora incredulo. Aveva toccato quel muro, ci era passato attraverso, e aveva estratto, incolume, il braccio. Mentre ripensava a questo, inconsciamente chiudeva e riapriva le dita della mano destra, e guardava il naso dell’M2 scomparire attraverso la fitta coltre verticale di sabbia.
Tutto divenne buio. Per interminabili secondi il mezzo avanzò in quel nulla reso rossastro dalla fioca luce che arrivava dai suoi potenti riflettori, accompagnato dal rumore della sabbia che si ostinava a tentare di penetrare attraverso la protezione a ultrasuoni che lo difendeva dagli agenti esterni.
Ferretti sentì il veicolo accelerare, e capì di percorrere un tratto in discesa.

Quando il terreno si fece di nuovo pianeggiante, finalmente il blindato uscì dalla sabbia, e si ritrovò sopra quella che sembrava una lastra di metallo rotonda, sormontata da tre coni ricurvi. Nel frattempo, la tempesta continuava a frustare il pianeta.

Ferretti aveva ancora addosso l’esoscheletro, Pani era ancora seduto sul pavimento dell’M2, e la Nalli gli toccava ancora la spalla.
L’M2 procedeva col suo solito incedere lento e pesante, e l’avrebbe fatto fino a che non si fosse esaurita l’energia a disposizione, trasportando attraverso le sabbie di Matusalemme, come un enorme sarcofago vagante, i tre cadaveri mummificati che stavano immobili al suo interno.

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