fastidio

Si svegliò fluttuando. Si svegliò sospeso a mezz’aria, nella sua stanza.
Si svegliò perché sentiva freddo alla schiena. La coperta era sopra di lui, il letto era sotto. Un metro e mezzo sotto.

– Cazzo! Il motore gravitazionale!

Indossò la tuta pressurizzata e uscì nel corridoio della stazione orbitante. Non c’era nessuno in giro.

– Ma dove diavolo sono finiti tutti quanti!

A quell’ora, normalmente, c’era un viavai ininterrotto di personale tecnico, indaffarato nelle esigenze più disparate.
A qualunque ora ci sarebbe stato un viavai ininterrotto di personale tecnico, ma quella mattina regnava il silenzio vuoto dello Spazio, nello spazio vuoto dei corridoi.

Arrivò alla sezione dei laboratori: se fosse passato di lì sarebbe arrivato prima alla sala macchine. Ma la porta era sigillata, e all’interno si vedeva una densa nebbiolina verde, pesante, che aleggiava sul pavimento. Nessuna presenza nemmeno lì, constatò Giovanni.

Dovette percorrere alcuni lunghi corridoi, e una volta arrivato a destinazione impallidì di colpo: i computer erano tutti spenti, e un drone umanoide giaceva spaccato in due sotto l’enorme ruota dentata che muoveva il meccanismo responsabile di tenere tutti coi piedi per terra.

– Ecco svelato il mistero!

Il primo, almeno.
Già. Quello era il motivo per cui lui stava fluttuando a mezz’aria; restava da capire cosa fosse quella nebbiolina verde e perché non ci fosse nessuno nelle sezioni che aveva visitato.

Provò a riaccendere i computer, invano. L’unica cosa che riuscì a ripristinare fu il sistema di sorveglianza interno. Ovviamente, tutte le registrazioni erano andate perse, ma almeno avrebbe potuto trovare il resto del personale di bordo.
Centododici telecamere, due per ogni stanza, bagni esclusi.
Nessuna di esse riprendeva immagini di persone umane. I pochi droni ripresi erano tutti fuori uso.

– Ma che caz…

Era solo. Se ne erano andati lasciandolo lì. Si erano dimenticati di lui.
Giovanni non si fece prendere dal panico, ma corse subito alla sala dei moduli di emergenza.
E intanto pensava. Pensava al fatto che tutti erano fuggiti, probabilmente presi dal panico, per paura di qualcosa di contaminante, per qualcosa sfuggito al controllo… probabilmente a causa di… quella nebbia verde.

– Quella dannata nebbia verde! Se trovo quello che ha prodotto quella schifezza…

Ma per trovare il responsabile della sua solitudine, si sarebbe dovuto allontanare da lì, in qualche modo.

Nel frattempo era arrivato alla darsena, prevedibilmente vuota, dove erano attraccate le navette di salvataggio.
No, non era del tutto vuota: uno dei moduli era rimasto incastrato in un tunnel di lancio condannando i suoi occupanti a una lenta morte, se non per fame e sete, per mancanza di ossigeno, da lì a tre giorni. Sicuramente erano partiti a velocità massima, fondendo il metallo del tubo con quello del modulo. Un errore che si paga caro, ma che si sarebbe dovuto imparare a gestire già nei sistemi di simulazione a Terra.
Sicuramente la fuga era stata rapida e disordinata.

Nell’ultimo tunnel di lancio, una navetta ancora fissata ai sostegni era sporca di sangue. Probabilmente la fuga era stata più turbolenta di quello che stava immaginando un istante prima. Eppure c’erano moduli per tutti, più uno per eventuali visitatori.
E, quell’ultimo rimasto, era proprio quello dedicato a loro.
Aprì il portello ed entrò. Non sapeva che nessun meccanico si era mai preoccupato della manutenzione, dato che visitatori non se ne erano mai visti, da quelle parti, quindi azionò la leva di accensione.
Per qualche istante, decine di spie si illuminarono come un albero di Natale, poi si spensero tutte insieme, segno che tutto era in ordine.

– Perfetto!

Controllò la carica energetica, sganciò i connettori che tenevano la navetta ancorata alla stazione, accese i motori secondari e avanzò lentamente attraverso il tunnel di uscita.
Appena giunto a distanza di sicurezza, inserì le coordinate per il viaggio iperspaziale e azionò il motore.

L’ultima cosa che vide, ma non ne era del tutto sicuro, fu il riflesso della stazione orbitante rinchiuso in un guscio di nebbiolina verde.
Si rilassò sul sedile e si addormentò, stremato dall’agitazione degli ultimi eventi.

Venne svegliato dalla voce metallica del modulo: segnalava un’avaria ai motori.
Era immobile, in un posto dell’universo nero come l’inchiostro, nessuna stella visibile.
Un puntino minuscolo al di fuori da ogni mappa stellare conosciuta.

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