Sogno

Continuavo a pensare a lei.
Non la conoscevo, non l’avevo mai vista prima, ma continuavo a pensarla.
Da venerdì. Da quando, tra la folla che usciva dagli uffici e si riversava nella piazza centrale, ho sentito il suo profumo e mi sono voltato per vedere da dove venisse.

Lunedì mattina mi sono svegliato col suo profumo nelle narici, come se l’avessi avuta con me, e mentre ero in pausa caffè l’ho vista dalla finestra dell’ufficio.
Ero certo che fosse lei. L’ho vista dirigersi verso la stazione con un piccolo trolley, la sua figura sinuosa che se ne andava a testa alta, fiera. Il treno delle 10.32, ho pensato. Che stupido!

La sera l’ho vista scendere da quello che tornava da Venezia. Il viso stanco, lo sguardo sulle mattonelle.
Beh, in effetti non sono sicuro che fosse andata proprio a Venezia, ma il treno veniva da quella direzione.
Ho provato a fare un cenno con la mano. Non mi ha visto.

L’ho guardata mentre se ne andava, il passo ancora deciso come al mattino, il ticchettio regolare dei tacchi sul pavimento. Non ho avuto il coraggio di seguirla.

Martedì sono stato col naso incollato alla finestra tutto il tempo, non ho nemmeno preso il caffè. L’ho intravista un attimo prima di riprendere il lavoro, stava andando verso la stazione, come lunedì, col trolley.
La sera l’ho aspettata. Stessa scena del giorno prima, ho anche accennato un banale “ciao”.
Avrei dovuto trovare il coraggio di fermarla! Insomma, cosa sarebbe potuto succedere?
Al massimo avrei potuto essere respinto!

Essere respinto. Che fosse quello, il mio blocco? Avevo paura di… ?
No, dovevo riuscire a parlarle. Insomma, non ho più quindici anni, non sono più un ragazzino!

Ieri mattina ho ritardato di dieci minuti l’orario della pausa, e ho chiesto ad alcuni colleghi di avvisarmi nel caso l’avessero vista mentre non ero presente.
L’ho vista mentre attraversava la strada con una grossa valigia. Non potevo più aspettare!
Sono schizzato via rovesciando un caffè, sono volato giù dalle scale, quasi non toccavo i gradini, e ho travolto il portiere all’uscita, correndo verso la stazione.

“Fermati!”, le ho gridato, “Fermati, per favore!”
Si sono girate due anziane signore che stavano entrando al bar, un pensionato, i suoi piccioni e una riproduzione della statua del David. Lei stava infilando la porta del treno fermo, in attesa della coincidenza. I piccioni sono volati via disordinatamente, il vecchio ha ammiccato e le signore si sono fermate incuriosite.
Non pensava che il mio appello le appartenesse.

“Non salire!”, gridai con voce trafelata.

Si fermò, e girò la testa, scocciata, verso di me.
Quando mi sono avvicinato ero accaldato, ansimavo, ho fatto un gesto per chiederle di farmi riprendere un po’ il fiato.

Ho raccolto le sue mani e l’ho guardata negli occhi.

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Categorie: Racconti già scritti | Tag: , , , , , , , | 4 commenti

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4 pensieri su “Sogno

  1. Ee? 😮 finisce cosi???

    • E certo! Il racconto si chiama “sogno”, e proprio come in un sogno ci si sveglia sul più bello, sul più bello il racconto finisce.
      A te (e agli altri lettori) immaginare cosa possa essere accaduto dopo! 😉

  2. Questo sogno, che può benissimo essere realtà tanto da esserne confuso nel limite, ci piacerebbe accadesse a tutti noi.
    Là dove un profumo, la maniera di camminare di una persona completamente sconosciuta ci affascina a tal punto da diventare una magnifica ossessione!

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