#4 – Anima e corpo

#1 – Prologo
#2 – Rinascita
#3 – Lavoro

Una sera, Niccolò tornò a casa nervoso. Non era successo niente di particolare, aveva una di quelle giornate “no” tipiche degli esseri umani.
Era carico di energia statica, e quando si avvicinò al mio rozzo corpo metallico si scaricò su di me.

E’ difficile da spiegare, ma in quella scintilla, che partì dal suo polso sinistro arrivando alla mia articolazione della spalla, c’erano tutte le informazioni su di lui.
Cosa pensava, come si sentiva, i suoi pensieri riguardo il lavoro, la sua vita… riguardo me.
In quel momento gli dissi che avevo deciso di essere un robot femminile.

Si volse verso di me, non disse nulla. Si limitò a fare un lieve cenno di assenso col capo, quindi si stese sul letto e si addormentò. Io rimasi tutta la notte accanto a lui.

Quella notte interrogai a lungo le mie schede, i miei programmi, nel tentativo di capire cosa mi avesse spinto a fare quella scelta, ma non trovai nulla che potesse rispondere alla mia domanda.
Nulla, tranne qualcosa nel modulo emozionale, qualcosa che mi disse di aspettare, che la risposta non si sarebbe fatta attendere a lungo.

La cosa particolare era che, da quella sera in avanti, tutti gli oggetti di colore rosso mi facevano pensare a lui. E lui mi faceva venire in mente il colore rosso.
Sarà stato banale ma io sono un robot, e le mie azioni sono controllate e guidate da un software. Il mio cervello è evoluto, e le sinapsi non sono molto dissimili da quelle umane, ma sono e rimango un’entità digitale, e come tale incapace di provare emozioni reali.
O almeno, questo era ciò che pensavo allora, ed è quello che mi ha infine fatto scegliere il mio nome attuale.

Il giorno seguente Niccolò, al rientro dal lavoro, mi portò un catalogo di corpi economici.
Su quel catalogo erano presenti quattrocento modelli diversi, di cui centocinquanta femminili.
Guardai le caratteristiche, scelsi un modello robusto, coi sensori visivi in fibra ottica e con un buon giroscopio.

Arrivò tramite corriere espresso direttamente a casa, ma Niccolò non era soddisfatto. Diceva che mancava qualcosa, e non avrebbe inserito il mio cervello e la mia spina dorsale in un corpo di cui non fosse stato sicuro al 100%, così dovetti aspettare.

Io non osavo toccare quel corpo per paura di rovinarlo. I miei arti erano grossolani, rozzi, e con una forza piuttosto limitata, adatti appunto alle faccende domestiche ma non ai lavori pesanti. E quel corpo pesava poco meno di 100 Kg.
Però lo osservavo. Tutto il tempo che avevo a disposizione lo trascorrevo a osservare il corpo in cui sarei vissuta, meravigliata dai suoi riflessi cromati, dagli arti affusolati, da quel busto liscio, privo di spigoli, con un accenno di seno e i fianchi sinuosi.

Finché un giorno arrivò un altro pacco. Era più piccolo di quello con cui era arrivato il resto del corpo, più leggero e, per quanto mi riguarda, più misterioso.
Quando Niccolò lo aprì, se avessi potuto mi sarei messa a piangere.

In quel pacco c’erano una faccia sintetica di silicone, il supporto di metallo flessibile per articolare le espressioni e un vestito di materiale plastico.

Mi disse che aveva preso una settimana di ferie per montarmi e configurarmi al meglio.
L’indomani avrebbe cominciato.

[continua]

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