Archivi del mese: luglio 2014

Altri Squilibri (****)

Di Annalisa Bruni

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89 pagine
Editore: Edizioni Helvetia
Iniziato il 24/07/2014
Finito il 27/07/2014

Bentrovati, cari lettori! Siccome in questo periodo sono preso col contest “sere marroni”, come vi sarete accorti, ho bisogno di leggere qualcosa che non mi tenga troppo impegnato.
Ed ecco che, proprio mentre stavo raccogliendo idee per le regole e tutto il resto, mi arriva una mail proprio da Annalisa, l’Autrice, che ha apprezzato la mia recensione all’altro suo libro, “storie di libridine”, e mi ha detto che ne aveva scritti degli altri.
Ho chiesto un consiglio su quale leggere e mi ha proposto questo, di cui è appena uscita l’edizione digitale… e allora vai di Amazon!

Ma veniamo al libro: anche questo si legge in un fiato, sono 86 pagine, undici racconti di donne.
Donne che sono… Donne, con le loro fragilità e i loro crucci, ma che sono anche maledettamente ciniche!
Anzi, pure sadiche, come possiamo notare nel primo racconto!

Cosa c’è nel primo racconto? Un omicidio, e neanche tanto velato, dato che è la protagonista a dircelo, subito lì all’inizio. E il modo in cui uccide quell’uomo… beh, solo a una donna poteva venire in mente!
Perché solo una donna può rendere un uomo consenziente a farsi legare a una sdraio, a rendersi impotente di sua volontà con la sola promessa di una sveltina, e poi accade.
Accade che quell’uomo muore in una maniera orribile.

E nel secondo si parla delle stupidaggini che una donna può fare quando è ridotta a uno straccio, e delle conseguenze che pagherà a vita.

E l’ultimo è un racconto cortissimo, che a occhio non so se arrivi a mille caratteri, e che si presenta con un linguaggio molto semplice e dolce, parole di un uomo rivolte a una donna, ma col finale che è di tale violenza che, dopo aver letto il libro di corsa, pare di piantarsi col naso su un muro. Fa male. E finisce così, di colpo.

E poi ci sono ancora racconti di donne. Donne che dicono di avere una vita inutile e vuota ma che non smettono di raccontarti cose che accadono loro, donne ignoranti fino al midollo convinte che solo loro sappiano prendersi cura dei figli, magari facendo loro del male quando altre persone stanno tentando di farli crescere bene, e così via in un turbinio di gonnelle impazzite, di donne che ti tengono col fiato sospeso, di passioni travolgenti e di anime travolte, di racconti che non ti lasciano un attimo di respiro e che si devono terminare, e che quando si sono finiti di leggere non si può fare a meno di fermarsi a riprendere fiato, a respirare, a bere qualcosa per inghiottirli.

Vi dirò, cari lettori, che questi racconti non li ho divorati: mi ci sono proprio ingozzato!
Perché ogni racconto mi ha lasciato stranito. Anzi: proprio stravolto, e pensieroso.
Però soddisfatto, con la pancia piena.

Che altro dire, cari lettori?
Di certo questa è una raccolta di racconti di donne per le donne, la loro rivincita sul mondo intero, sui luoghi comuni e pure sul sesso forte, come pure ci sono le loro angosce, le loro paranoie, le loro disfatte, ma… c’è un ma.
Questa antologia dovrebbe essere letta dal pubblico maschile. Per capire cosa frulla nella testa alle nostre compagne di viaggio, per capire cosa non va nella loro testolina bella, quali sono le pare mentali che riescono a farsi, quali sono le conseguenze di un mancato abbraccio, ma anche come reagiscono a uno sguardo malizioso, a un dispetto, a mille cose che noi ometti facciamo senza nemmeno accorgerci, ma che magari a loro sta grandemente sulle balle.
Io, per esempio, lascio spesso i fazzoletti di carta dentro le tasche dei pantaloni. Prometto solennemente di impegnarmi a non farlo più, non fosse altro che per non trovarmi, un giorno, con un coltello piantato fra le scapole.

Peccato solo che il maschio medio sia un forte lettore di pagine “rosa” e riviste di scarsa utilità.

Comunque, cari lettori, questo è davvero un lavoro notevole rispetto al precedente. Che non so se sia precedente in ordine cronologico, ma “storie di libridine” l’ho letto prima di questo, perciò per me è così.

Bene, cari lettori, potete ora cliccare il link di Amazon là sopra e spendere, se avete un reader, quei 5 euri, che li vale tutti.

Alla prossima!

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Sere Marroni Contest – i racconti in gara

Contest concluso! Quattordici i racconti in gara.
Commentate!

 

Racconto numero 1

Dieta Ferrea – di Daniele Picciuti

C’è questa tipa, abito rosso e tacchi a spillo, labbra carnose dal rossetto scarlatto, una bionda ossigenata Marylin style. E io qui, seduto in macchina con il portafogli in mano.

«Q-quanto?» chiedo, mentre già immagino quel corpo statuario addosso al mio, scarno e ossuto.

«Cento, tesoro. Da me».

«Cento?»

«Sono una che non si dimentica».

Ha ragione, penso.

Sale in macchina, mi indica la strada. Posteggio, poi mi guida su casa, un edificio fatiscente che sta su con lo sputo, un ascensore che cigola a ogni piano, arrugginito e puzzolente.

Apre l’uscio, dentro drappi di velluto rosso, letto a baldacchino, specchi in cornici dorate, luci soffuse.

Si spoglia. Io, di pietra, non muovo un dito.

«Coraggio» fa lei, spingendo quelle enormi tette contro il mio petto scheletrico. Poi inizia a slacciarmi la camicia. Quindi passa alla cintura, ai calzoni. In breve rimango col coso di fuori.

«Ti funziona quello?» mi fa, arrogante.

«C-certo».

Sorride. Poi si apre. Letteralmente.

La fessura della vagina si estende, tagliando pancia e torace in due. Un’enorme organo genitale si spalanca su di me.

«S-sono a-anoressico» mormoro.

«Seguo una dieta» fa lei.

Che serata di merda, penso, mentre si richiude per divorarmi.

Racconto numero 2

Super-T – di Diego Cocco

Era la solita terribile notte in cui Pao-City aveva bisogno del suo supereroe. Due bombe al tritolo erano appena esplose davanti al municipio, e purtroppo la coppia di malviventi non si era liberata in tempo dei congegni. Un cane si fermò a urinare sui resti del più giovane, o forse del più vecchio. O forse sulla borsetta bruciacchiata di Liza, la padrona del marciapiede. La polizia trovò una folla di curiosi col fazzoletto sul naso. – Merda! – strillavano tutti verso il cumulo di viscere e corpi.

– No, non è merda!

Era arrivato lui, il più grande di tutti. Super-T, l’eroe dal mantello nero e il caschetto di capelli colore del sole.

– E Raffaaellaaa è tuaaa! E Raffaaellaaa è tuaaa!

Cori entusiasti si alzavano da ogni dove.

– State tranquilli – disse imperturbabile. – Sono solo i resti di tre individui. Avvicinatevi. Non sentite il tipico olezzo di carne bruciata?

La ressa si accalcò davanti all’ammasso informe.

– Vedete? Più che marrone direi che è un rosso relat…

Il terzo ordigno esplose a causa del riflesso post mortem del pollice di uno dei criminali.

Cadaveri ovunque.

– La sfiga è una cosa semplice – borbottò Super-T pettinandosi la frangia. – Eppure io non me lo so spiegare.

Racconto numero 3

Io sono romanzo – di Riccardo Dal Ferro

Vi racconto della sera in cui ho scoperto d’essere un romanzo.

Sì, avete letto bene. E no: nessuna metafora. Vi è mai capitato di provare la sensazione di venire stappati? Come se tutta la vostra vita fosse una bottiglia chiusa che riposa in cantina, e d’un tratto POP! Tutto cambia.

La mia era una vita di serate trascorse sul divano, a bere cedrata e guardare film scialbi. Questo dovrebbe fare un uomo:

trascorrere! Dovrebbe farsi vivere, osservarsi invecchiare, lasciarsi morire.

Da quella sera tutto è cambiato, per il capriccio di un autore che voleva scrivere una storia diversa.

In casa mia piombarono gli alieni, e un plotone di miliziani dello spazio mi prelevò, dicendo che ero il prescelto! Io? Io ero un triste impiegato contabile! Io salvare l’universo? Scherzate?

Nell’arco di mille caratteri sono finito in tuta mimetica su pianeti distanti, nel fango. Guardatemi. Ci credete? Certo, mi state leggendo. Un giorno mi troverò faccia a faccia con quello scrittore, gli punterò contro il mio fucile sonico e gli dirò: «Non potevi farti i cazzi tuoi?»

Ma non sparerò. Sono l’eroe io, qui.

Quella fu la peggior serata della mia vita.

Spero solo che questo almeno non sia un romanzo di merda.

Racconto numero 4

Sorpresa – di Chiara Orsato

Temporale; sono sul divano, la coperta a riscaldarmi, guardo la tv e accarezzo il gatto, appollaiato sulle ginocchia.

Una serata come tante, il diluvio fuori ma io all’asciutto dentro casa, al riparo.

Sorrido compiaciuta, quasi beffandomi di chi, ora, si trova nel bel messo dell’inferno.

Mi stiracchio e Paco, il mio micione, si spaventa per il brusco movimento, salta giù e zampettando si dirige verso la sua cuccia.

Un lampo illumina a giorno la notte cupa, e “ZAC!”, la luce se ne va.

“Merda!”, impreco, e a tentoni cerco di raggiungere il letto.

Sbatto l’alluce contro lo stipite della porta, “Porc…!”, esclamo, e saltellando dolorante, proseguo.

Gli occhi di paco, al buio, sono due palle infuocate: lo raggiungo, lo prendo in braccio e arrivo al lettone.

Tengo Paco con me, lo coccolo; fuori la tempesta si placa e d’un tratto la stanza s’illumina: finalmente la luce.

Mi guardo attorno; ai piedi del letto scorgo Paco e vicino a me, sotto le coperte, distinguo la sua sagoma: com’è possibile?

Ma allora?!

Alzo le coperte, e un grosso ratto mi guarda, soddisfatto per le attenzioni ricevute.

Io, invece, emetto un conato di vomito e svengo per il disgusto.

Racconto numero 5

Bella serata – di Maria Rosaria Del Ciello

La donna molto bella arrivò con il mento che puntava in alto, al di sopra delle teste di noi altre mamme.

La donna molto bella non ci guardava mai negli occhi, c’era sempre un punto altrove, distante da noi, da cui lei era attratta.

Camminava, muovendo le sue gambe non più giovanissime e tenendo per mano un frugoletto di appena sei anni. A volte andava veloce, quasi volesse fuggire dalla nostra mediocrità. A volte avanzava lentamente, sempre fissando un punto lontano e sorrideva. Sempre.

Organizzai una cena. Di classe. “I nostri ragazzi potranno fare amicizia”, ma non ci credevo neanche un po’.

La donna molto bella arrivò in ritardo, scusandosi molto.

I maschi della serata, fuchi intorno alla regina, facevano a gara a chi diceva più cose simpatiche, a chi era più galante con lei. I suoi occhi puntavano, ora, un po’ più in basso.

Poi, sul finire della serata, il campanello suonò.

Ero felice. Andai ad aprire e fece l’ingresso in casa la ragazza più attraente che avessimo mai visto, amica della mia figlia maggiore, un gran pezzo di figliola. Giovane, ancora con lo sguardo vivo dritto verso di noi. E anche verso di lei, la donna molto bella, sul cui viso il sorriso sparì, come d’incanto.

Racconto numero 6

Profumo d’intesa – di Michela Fornasa

Finalmente è arrivata la fatidica serata. Rocco e Mariangela, dopo mesi di chat e sorrisini davanti a un pc, ceneranno per la prima volta insieme.

I preparativi fervono per entrambi: lei, nei suoi pantaloni bianchi e top scollatissimo, è già pronta. Lui invece opta per un look informale, camicia di lino azzurra e jeans scuri.

L’appuntamento è fissato per le nove nel bar più in voga della città. Si inizierà con un aperitivo, poi in riva al lago per una cenetta al lume di candela.

Tutto è stato pianificato alla perfezione. Mariangela scende dalla sua Mini slanciando le lunghissime gambe affusolate. Rocco la sta aspettando con una rosa blu.

Aperitivo: il prosecco è quasi ghiacciato e Mariangela avverte una strana sensazione allo stomaco.

Cena: eleganti e sfiziose portate di pesce crudo; una band suona melodie romantiche e sensuali. Il fastidio di Mariangela si fa sempre più intenso.

Rocco allunga una mano e la invita a ballare: in quel momento il dolore diventa ingestibile. Il corpo perfetto di Mariangela sprigiona un’insonorizzata ma odorosa flatulenza.

La donna si stringe al suo amore, mentre la macchia marrone sui pantaloni assume la forma geofisica dell’Africa.

Racconto numero 7

Al calar del sole – di Luisa Lajosa

Jack mano lesta diede uno sguardo allo specchio e ripensò a quel bastardo di John occhi di lince e alla sua Rose tra le mani callose di quel bifolco, gliel’avrebbe fatta pagare.

Finalmente avrebbe scoperto cos’era meglio: il dito veloce o la vista aguzza. Infilò i calzoni sdruciti, strinse il cinturone e assicuro la sua colt 45 nella fondina. Udì il rintocco delle 17,00 e si affrettò per non fare la figura del codardo.

«Salve Jack» esclamò John tra i denti. Jack si limitò a chinare il cappello.

Slash disse: «Giratevi, contate trenta fottutissimi passi e che Dio sia con voi!»

Arrivati alla fine si voltarono e bang! Si udirono gli spari, John mancò la mira e colpì l’insegna del saloon che cadde sul piede dello sceriffo che dolorante saltellò all’indietro finendo nel beverino dei cavalli.

Il colpo di Jack strisciò un cavallo che partì al galoppo e sradicò il palo alla quale era legato facendo inciampare chiunque si trovasse sulla strada. I cittadini infuriati avanzarono verso di loro, e Jack esclamò: «Ehi John, fanculo Rose, è già stata abbastanza una giornata di mer…», non riuscì a finire la frase che inciampò finendo con la faccia sugli escrementi del suo cavallo «merda volevo dire!»

Racconto numero 8

Quattro passi in quattro toni – di Carla di Fucina Creativa

Piove. C’è un luogo dove andrò stasera. La fine di una viscera in ghiaia battuta lo svela; si attraversa una vegetazione da jungla per l’abbocco al fiume. La notte lì è abisso. Mer…avigliosa avventura. Indosso vecchie scarpe, jeans e stratificazione a cipolla del busto. Allo specchio, rido. In auto la radio su cd dà “Fango”, “il fango è …marrone”, penso.

Parcheggio; i fari illuminano un colore caldo di muro, intermittente coi vuoti delle vetrine e focalizzo:”secondo marrone”. M’incammino. Alla fine dell’asfalto inizia l’oscurità. Gli occhi, sballottano per uscire e vedere meglio la via e l’intorno. M’incantano le ombre del buio: sagome vegetali che si animano personificando ruoli immondi. La valle è occlusa da nebbia saturata da luce al sodio e nero.”Che bel terzo marrone”, dico divertito dal gioco della conta. immagino tutti i toni nel range del colore: nella terra acida, sotto i rovere e nelle pozzanghere limose; giù, al fiume, c’è quello che  ti avvinghia, denso e squagliosciente; appena appoggi il piede, ti risucchia e devi opporre gran resistenza per stare in equilibrio. “Quarto marrone, decisamente!”. Cado. L’osservo. Da vicino sembra inodore.

Rido: che quattro marroni!

Racconto numero 9

Incubo di una notte di mezza estate – di Gnagna

Sono uscita solo un paio d’ore e, rientrando, l’unico aggettivo che posso utilizzare per descrivere quello che vedo è: AGGHIACCIANTE! Macchie ovunque, lo scrittoio che sembra un quadro impressionista tale è la fantasia disegnata dall’inchiostro rovesciato su di esso e la cosa peggiore è che quell’oggetto, l’unico che mai nessuno avrebbe dovuto toccare è andato in mille pezzi. Per un momento ho desiderato di soffrire di amnesia e aver sbagliato casa ma non era così. Mentre me ne rendo conto che quella è effettivamente casa mia, lei mi guarda, serena, leccandosi le zampine ancora sporche di quell’inchiostro che questa sera, ai miei occhi, è peggio del sangue. Non faccio in tempo ad avventarmi contro di lei, Mimì, la mia piccola, maldestra e dispettosa gattaccia che sento il rumore della porta di ingresso aprirsi…e…richiudersi. Sento le risate ed i passi susseguirsi nel corridoio fino all’ingresso della sala e poi, eccoli lì, silenziosi, immobilizzati dallo shock davanti a quel disastro. “Ciao mamma! Ciao Papà!” dico sorridendo nervosamente. Mia madre freme: “Il vaso di porcellana della mia bisnonna! Distrutto!! MIRIAM!!!”

Racconto numero 10

La befana rovinata – di Anifares

La sera del 4 gennaio non volevo andare con la mamma dalla zia Teresa perché il marito stava morendo di cancro. Quando entrammo in casa lo zio dormiva a primo piano e la mamma mi chiese di andare a prendere delle buste in macchina. Mentre stavo aprendo la porta di casa, sentii chiamare. “Teresa, vieni”. Nessuno in cucina si mosse. “Cosa vuoi?” chiesi “Accompagnami in bagno” disse. Io odiavo lo zio perché negli ultimi anni aveva rovinato la quiete della mia famiglia. Lo zio picchiava la moglie e i figli. “Quando guarirò farò una festa” disse, mi fermai, stavamo proprio sulle scale “Tu stai morendo” “Io non morirò” disse. Mentre rotolava, capì che non avrei visto più i miei genitori litigare e non avrei più visto quei segni rossi dietro la schiena dei miei cugini. Il malato scomposto era davanti alla porta della cucina. Andai nel bagno e dalla finestra mi ritrovai fuori dalla casa. Bussai alla porta con le buste, mio cugino venne ad aprirmi. “Papà è caduto dalle scale”. Andai subito vicino agli altri “Respira?” chiesi. Mia madre fece di no con la testa. Era stata proprio una serata da dimenticare. Il suo funerale non avrebbe fatto arrivare nemmeno la Befana. Che beffa!

Racconto numero 11

La mia proposta di matrimonio – di Marco Sartori

Sono James Meier, un poliziotto della MPD e, anche stasera sono in centrale. E dire che oggi era il mio giorno libero. Che sfiga.

In realtà fino a qualche ora fa non ero nemmeno qui.

Per dirla tutta ero fuori con la mia ragazza a festeggiare i nostri 7 anni. Stasera avrei dovuto chiederle di sposarmi.

Ero passata a prenderla per le 20.30 e ci dirigemmo al ristorante dopo esserci salutati.

Lei indossava un vestito delizioso quella sera, come delizioso fu il pasto che consumammo.

Dopo cena ci dirigemmo verso un motel.

Improvvisamente, apparve nella corsia opposta, probabilmente un ubriaco, visto come sbandava. Io sterzai bruscamente per evitarlo e la nostra macchina finì per schiantarsi dopo aver sfondato una staccionata.

Quando ripresi conoscenza Louise era ancora lì di fianco a me, con l’aria terrorizzata e gli occhi spalancati, incapace di dire anche una singola parola, con un palo della staccionata piantato nel centro del suo petto, con un grido disperato sulle mie labbra.

Ed ora eccomi qua, di nuovo in centrale… Sì, ma dalla parte sbagliata della scrivania e accusato di averla uccisa durante la mia guida in stato di ebbrezza, aspettando di essere interrogato.

Racconto numero 12

Giri di vite – di Rupert Kebler

Viaggio numero uno.
– E ricordati di chiamarmi appena arrivi, Paolo, che poi tuo padre se la prende con me!
– Tranquilla, ‘ma.

– Pronto?
– Sono io. Arrivato.
– Tutto bene?
– Ha guidato sempre Carlo. Ben trecentocinquanta chilometri senza scolarsi una birra!
– Dai, non fare il cretino. Telefonami quando partite, ok?

Viaggio numero due.
– Ha chiamato Paolo?
– Ancora no.
– Emerita testa di cazzo, ci fa stare in pensiero! E te, gliel’avevi raccomandato?

Viaggio numero tre.
– Se fai come l’altra volta tuo padre ti butta fuori casa a calci! Capito??
– Sì, ‘ma. In Croazia non mi prendeva il cell.

– Pronto?
– Sono io.
– Che, ma sei scemo? Ti pare l’ora di chiamare? Non avevi detto che arrivavi verso mezzogiorno?
– C’è stato un piccolo incidente, ‘ma, niente di grave. Abbiamo tamponato un tir.
– Oddio, mi fai tirar giù il Signore! E telefonare subito no, eh? Tuo padre deve ancora chiudere occhio!
– Ok, ‘ma. Ci sentiamo domattina, dai.

Viaggio numero quattro.
– C-H-I-A-M-A. D’accordo?
– O-K-K-E-I.

– Pronto? Paolo, sei tu? Tuo padre ha già detto che cambierà la serratura alla porta! Paolo??
– Famiglia Marroni?
– Sì?
– Signora, qui è la centrale dei Carabinieri. C’è qualcuno lì con lei?

Racconto numero 13

Porco cane! – di Manuel Ruffo

E’ incredibile: vivi una vita intera ignorando una situazione come questa e poi crack! Come un peso
morto cade su di te
un enorme casino da risolvere su due piedi. Questa sarebbe dovuta essere la serata più importante della mia vita ed invece eccomi qui, in sala d’attesa a pregare tutti i santi e le sante del paradiso affinché il medico riesca a sbrogliare (è proprio il caso di dirlo) questa ingarbugliatissima e drammatica matassa di sfiga. Purtroppo, dopo più di un’ora di tentativi, ecco che il veterinario esce dalla sala operatoria con la sconfitta dipinta sul volto. Sulla sua mano destra tiene al guinzaglio una splendida femmina di San Bernardo dal viso impotente e sconsolato, al cui posteriore è rimasto attaccato (come se fosse un pannolone di pelo) il mio minuscolo e voglioso Bolognese. Non voglio sapere come una simile scoreggia di cane alta 27 cm, sia riuscita a scalare ed a ingropparsi un molosso alto 65, tuttavia di una sola cosa però sono convinto: lo sguardo allegro e vittorioso del mio Rocky indica che non ha proprio nessuna voglia di staccarsi da lì. Quello è il suo primo accoppiamento. Avrebbe deciso lui quando sarebbe finito.

Racconto numero 14

Confession” di Stefano Busato Danesi

Ciao a tutti, mi chiamo Sandro.
-Ciao Sandro.-
Sono in questo gruppo perché il mio psicologo mi ha consigliato di aprirmi agli altri, è tutta colpa dei miei problemi di
socializzazione.
Tutto parte dalle serate di merda che passo. Non sono molto amichevole, sono più bravo a parlare su internet che nella vita vera.
Ma a volte mi arrischio ad uscire, non so neanch’io il perché, sono recidivo, ci credo che le cose potrebbero per una volta cambiare e andarmi bene. Ma finisce sempre male, quindi perché continuare?
Io voglio una donna! Una ragazza che mi dia un pò di tenerezza, non per forza sesso estremo, al massimo comprensione e amicizia. Poterei fare un elenco sterminato di ragazze con cui sono entrato in contatto e poi mi hanno deluso dicendomi che non mi vogliono più rivedere… Perfino i miei sarebbero più contenti se non andassi da loro a mangiare la domenica.
Sono destinato a stare solo? Sono proprio così repulsivo? Bé, voi cosa ne pensate?
-Vai via.-
-Non ti vogliamo.-
-Mi hai stancato.-
-Che schifoso che sei.-
-Sei noioso.-
E lei dottoressa Zanin che dice?
-Sandro, è meglio che non vieni più.-
Ma che cos’ho? Perché alla gente faccio questo effetto?

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Sere Marroni Contest – le regole

Cari lettori, benvenuti al primo contest del Venditore di pensieri usati.
Da tempo avevo voglia di proporvi qualcosa del genere, ma mi mancavano le idee.
Ci ho pensato, poi, lo ammetto, ho scopiazzato un po’ qui e un po’ là e ho fatto il mio.

E vado a esporvi le regole!

Scrivete un racconto. Uno e basta.

Il tema è quello del titolo, “sere marroni”, intese come serate di m… insomma, avete capito. Ho pure scritto un raccontino di esempio, che è lungo più del doppio rispetto a quanto scritto nel regolamento, ma io sono fuori gara e va bene così.

Il genere è a vostra discrezione: potete spaziare dall’horror al giallo, dal ridicolo alla fantascienza, dal fantasy al rosa, insomma, vedete cosa vi è più congeniale.

I limiti: siate brevi. Mille caratteri spazi inclusi, non di più. Facciamo milleduecento, dai, perché è la prima volta e voglio essere buono.

Il contest è aperto a tutti. Tutti possono partecipare, tranne i giurati.

Per partecipare mandatemi il racconto via mail, pensieriusati@gmail.com, con oggetto Sere Marroni Contest,
inserendo i vostri dati come segue:

– titolo del racconto – di nome e cognome (fra parentesi il nome o lo pseudonimo con cui volete essere pubblicati)

indirizzo mail dove volete essere contattati (si sa mai che vinciate)

Testo del racconto (conterò i caratteri uno per uno!)

Inviandomi la mail col racconto, vi impegnate a riconoscere la paternità dell’opera e a sollevare me e i giurati da qualunque controversia in caso di plagio. I racconti dovranno essere liberi da qualunque vincolo contrattuale. Mi autorizzate a pubblicarli sul mio blog, esposti al pubblico ludibrio.
Autorizzate inoltre il trattamento dei vostri dati personali ai fini della legge 675/1996 e d.l. 196/2003. (sennò non posso scrivere di chi sono i racconti in gara!) E dichiarate, infine, di essere maggiorenni.

I diritti dell’opera restano comunque vostri, e a contest finito potrete farne ciò che vorrete.

La Giuria è composta da me e altre cinque persone che vi saranno svelate a tempo debito, quando pubblicherò i risultati.
Il voto della Giuria è definitivo e non opinabile, la Giuria è La Legge. Se i giurati lo riterranno divertente, giocheranno a fare gli onnipotenti rispettando le regole che darò loro per la valutazione.

Avete tempo fino al 1 settembre.

Cosa si vince: il primo classificato riceverà a casa un libro usato, “Baol”, di Stefano Benni.
(Caro futuro vincitore, ti contatterò via mail per chiederti l’indirizzo di casa. Sappilo!)

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(non ricordo se la mia edizione sia questa, ma non ho voglia di farmi le scale per andare a vedere di sopra.)

Il racconto vincitore verrà pubblicato in bella copia sul mio blog con un post fatto appost, con un rimando al blog dell’autore, se l’autore è pure blogger.

Non esistono secondi o terzi posti, scordateveli! Al massimo, se ci riesco, date le mie scarse doti artistiche, vi beccate un attestato di partecipazione fatto col paint.

Il concorso è gratuito, fatelo per divertirvi e per ricevere a casa un libro a caso pescato fra quelli che ho in soffitta, rinchiusi nel dimenticatoio, fritti nell’oblio e smaniosi di essere letti ancora una volta.

I racconti verranno pubblicati come commenti a un apposito post che si intitolerà “Sere Marroni Contest – i racconti in gara“, che verrà creato alla ricezione del primo racconto valido.

Eventuali domande e chiarimenti potete postarli in risposta a questo post.

Detto questo, a voi la parola.

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Il peggio deve ancora venire!

E’ una serata di quelle che iniziano così, in maniera perfettamente normale. Un martedì come ce ne sono altri cinquantuno in tutto l’anno.
Prendo la macchina, l’utilitaria della moglie perché nella mia station wagon non c’è abbastanza benzina, e vado a recuperare gli altri tre amici. In quattro, belli grossi, come sardine dentro a una scatoletta a tre porte. Nuova ma pur sempre stretta, e in ogni caso tocca a me il trasporto di tutta la band verso la sala prove.

E’ sereno, caldo ma con una leggera brezza che rende l’aria respirabile.

Entriamo nel garage affittato apposta per suonare, troviamo gli strumenti spostati, gli amplificatori settati in maniera diversa da come li avevamo lasciati, segno che qualcuno di un’altra band li ha utilizzati senza il nostro permesso.

Dopo mezz’ora passata a sistemare iniziamo a suonare, e subito va via la luce. Si sente un boato, e una gragnuola di mazzate sul tetto. Imprecazioni di varia natura. Grandina, piovono pezzi di ghiaccio grossi come pesche giusto il tempo per massacrare le auto parcheggiate fuori. Anche la mia.

Torna la luce nonostante i fulmini e la pioggia che, rovesciandosi a secchiate, flagella i vetri delle finestre.

Riprendiamo a suonare, fulmine, boato, l’amplificatore del chitarrista smette improvvisamente di emettere suoni e inizia, invece, a odorare di plastica fusa. Suoniamo un requiem per l’amplificatore; quanto al chitarrista, gli chiudiamo la bocca con una birra prima che si presenti Satana in persona a portarselo via.

Stacchiamo l’interruttore principale prima che succedano altri disastri, decidiamo di andare al bar lì vicino. Pochi passi sotto la bufera, il locale con le luci accese è chiuso. Cazzo, è solo l’una di notte!

Un motore romba coperto dall’ennesimo tuono, poi un altro boato, ma stavolta non è il temporale: l’auto è in panne, il neopatentato alla guida ha tirato il motore un po’ troppo su di giri, sbiellando.
Già fradici, gli diamo una mano a togliere l’auto dalla carreggiata. Un camion ci passa di fianco, sollevando uno tsunami da una pozzanghera.
Dall’altra parte della strada, una puttana bestemmia un dio sconosciuto.

Entriamo in macchina grondanti e prendiamo la via del ritorno.
Una pattuglia ci ferma, “sembra che siate stati investiti da un TIR”, gli starnutisco in faccia, “patente e libretto, esca dall’auto. Anche voi.”.

In qualche modo torniamo tutti a casa, io entro in doccia che sono le tre di mattina, acqua rovente per scaldare le ossa, blocco della caldaia, ghiaccio.

E ancora non ho raccontato a mia moglie della grandine.

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Paria dei cieli (****)

Di Isaac Asimov

240 pagine
Edizione Mondadori
Iniziato il 03/07/2014
Finito il 22/07/2014

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Cari lettori, questo è l’ultimo capitolo del ciclo dell’Impero.
Un po’ mi rattrista perché, avendo già letto il ciclo successivo, ora che l’ho letto ho finito anche di scoprire la storia dell’universo. Certo, mi direte che ci sono pur sempre le avventure di Lucky Starr, che si inseriscono all’interno di questo periodo, ma da quanto ho capito leggendo qua e là… beh, sono un’altra cosa.

Inizio a raccontarvelo dalla fine, da una postilla in cui Asimov ci dice che l’ha scritto a soli quattro anni da Hiroshima, quindi riteneva che una guerra nucleare e la conseguente radioattività della Terra fossero cose scontate, in un futuro prossimo. In questa postilla, scritta nel 1982, ci dice che non lo credeva più (come abbiamo già visto con “i robot e l’Impero”), e ci suggerisce di goderci il romanzo così com’è senza pensare a questa cosa.

Siamo nel 1949, un uomo in pensione sta passeggiando nel parco cittadino. Contemporaneamente, un ricercatore sta svolgendo un esperimento di laboratorio su una piccola quantità di uranio grezzo.
Qualcosa nell’esperimento va storto, parte un raggio di qualche tipo, non viene spiegato di preciso, ma troveremo il pensionato catapultato nell’anno 827 dell’era galattica, a casa di due lavoratori, marito e moglie, già in difficoltà perché ospitavano clandestinamente il padre di lei che da due anni aveva superato la “soglia di età massima prevista”, il cosiddetto “sessagesimo”. Il pensionato e i due nuovi personaggi parlano lingue diverse, non riescono a capirsi. Siamo sempre sul pianeta Terra, nello stesso posto rispetto allo spazio ma a migliaia di anni di distanza nel tempo. Ebbene, Arbin (il marito) pensa di portare il pensionato, Schwartz, in un centro scientifico e proporlo come volontario per un esperimento volto all’apprendimento quasi istantaneo di una nuova lingua. Presume sia una cosa pericolosa, ma a lui non importa perché comunque non sa come altro sbarazzarsi di questo intruso e perché tornerà a casa un po’ di soldi in tasca.

Conosciamo anche altri due personaggi: Arvarden, un archeologo che ottiene il permesso da Trantor di compiere degli studi sul pianeta Terra, e il procuratore terrestre che vive in una specie di isola felice le cui spese vengono fronteggiate grazie alle tasse provenienti da qualche centinaio di mondi. L’impero, evidentemente, già esiste e domina da parecchio tempo.
Il procuratore considera i terrestri poco meno di nulla, a parte uno, che è un fisico e ha inventato un apparecchio per lo sviluppo dell’apprendimento dei mammiferi. Da notare che gli sono morte un sacco di cavie, dopo il trattamento, quindi il procuratore non ha motivo di preoccuparsi che siano già stati eseguiti esperimenti sugli esseri umani.

E qui, cari lettori, le storie iniziano a incrociarsi: quel fisico, tale Shekt, è lo stesso da cui Arbin sta portando il vecchio Schwartz per l’esperimento.
Il procuratore era da lui, quando Arbin e Schwartz arrivano.

Il procuratore se ne andrà, con la promessa di rimanere in contatto; Arbin verrà scambiato per il volontario, ma riuscirà a farsi capire. Shekt eseguirà l’esperimento su Schwartz, lasciandolo più morto che vivo ma recuperabile, e contatterà il procuratore per riportare la notizia.

Lasciamo ora il procuratore in compagnia della moglie a scambiare tenerezze, non parliamone più, e concentriamoci sugli altri personaggi: Schwartz fugge dal centro di ricerca nucleare (ecco, dove si trovava!) mentre Arvarden si reca a Chica, credo l’attuale Chicago, con un mezzo aereo Terrestre (nel senso “della Terra”), in compagnia di altri terrestri che, una volta scoperta la sua provenienza siriana (da Sirio, non dalla Siria), iniziano ad accendere i fuochi del razzismo. Fortunatamente non accade nulla, ma un informatore della Società degli Anziani (che di fatto governa la Terra) lo classifica come “fortemente antiterrestre”, e ciò potrà avere ripercussioni negative, temo, sui permessi che dovrà chiedere come proforma per condurre i suoi studi nelle aree definite “sacre”.

Comunque, in quella città l’archeologo e “l’uomo che viene dal passato” si incontrano, pur non sapendo nulla l’uno dell’altro. E’ curiosa la modalità dell’incontro: Schwartz sta fuggendo, viene rintracciato in un supermercato e accusato di avere la febbre da radiazioni. Arvarden si scontra con Pola Shekt, figlia del dottor Shekt, e la aiuta a rintracciarlo perché l’aveva intravisto in un ristorante e sapeva quale strada aveva preso.
Si ritroveranno tutti e tre vittime di un emissario della Società degli Anziani; il vecchio verrà riportato in laboratorio, gli altri due saranno consegnati alle autorità imperiali e poi rilasciati quando questi scopriranno che Arvarden è un cittadino dell’Impero.

Siamo a metà della storia, e in questo momento entrano in scena due nuovi personaggi: il Gran Sacerdote della Terra e il suo segretario. Quest’ultimo entrerà in una serie di errate considerazioni di vere casualità, costruendo un castello di carte al cui interno si cela un complotto ai danni della Terra ordito dall’Impero. Protagonisti di tale complotto sarebbero appunto Arvarden, Schwartz, il dottor Shekt e la figlia.
Ah, e anche Arbin, sebbene venga considerato inconsapevole e innocente.

Noi sappiamo che non è così, ma loro no e andranno avanti per quella strada. Nel frattempo, Schwartz scopre di avere poteri mentalici: riesce a percepire la presenza di persone entro i 30 metri tramite il “tocco mentale”; riesce a prevedere le mosse del suo avversario a scacchi; riesce a far venire mal di testa a un’altra persona, per difesa, e pure a uccidere tramite la telepatia.

E, giusto per saperlo, Arvarden ha un colloquio col Gran Sacerdote, e il permesso per visitare le zone sacre gli viene gentilmente negato. Poi ritroverà Pola Shekt e padre, e quest’ultimo gli dirà come la Terra intende conquistare l’universo, cioè come un mondo arretrato e senza risorse intende sfidare l’Impero, che allo stato attuale conta venticinque milioni di abitanti per ogni terrestre, per un totale di duecento milioni di pianeti abitati. (Poi, nel ciclo delle Fondazioni vedremo che si ridurranno a 25 milioni, ma il perché non è noto.)

Alla fine, dopo molte vicissitudini, i quattro (Arvarden, Pola e padre, e Schwartz) si troveranno assieme nella stessa stanza, aspettando la morte per mano del segretario del Gran Sacerdote.
Ovviamente i piani terrestri verranno rivelati, e il modo in cui vogliono mettere in atto la guerra contro l’Impero ricorderà un po’ l’epilogo del film “la guerra dei mondi”, in cui gli alieni venivano sconfitti da una certa cosa. Il tutto appare verosimile.

Ecco, non vi racconto altro. Il romanzo va avanti un’altra sessantina di pagine, e devo dire che il ritmo diventa molto veloce negli ultimi passaggi.
Per il resto, il romanzo procede un po’ lento, come lettura, ma non è mai noioso. Diciamo che Asimov avrebbe potuto fare di meglio, e come indice di gradimento, per quanto riguarda la trilogia dell’Impero, si colloca al secondo posto.

Un giudizio generale sulla saga imperiale? Beh… non mi ha entusiasmato poi molto. Le altre due, quella dei robot e quella delle Fondazioni sono migliori.

È tutto, cari lettori. Alla prossima!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata | Tag: , , , , , , , , | 4 commenti

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