Archivi del mese: ottobre 2014

Sword Art Online – Aincrad (***)

Di Reki Kawahara,
illustrazioni di Abec.

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335 pagine
editore: Edizioni BD
iniziato il: 24/10/2014
finito il: 27/10/2014

Cari lettori, se ho letto questa light novel è soprattutto merito e colpa di mio fratello.

Dovete sapere che qualche anno fa ho seguito un anime, “.Hack//”, che era ambientato in un mondo virtuale, un gioco online che aveva un bug a causa del quale “game over” significava, in alcuni casi, la morte fisica per un giocatore. In questo anime, nella serie “sign”, un giocatore non riusciva a disconnettersi da giorni.

Ecco, questo romanzo riprende quell’idea e promette che nessun giocatore possa disconnettersi prima di averlo completato, pena la morte, e che come in “.Hack//”, “game over” significa morte. E che ci saranno giocatori che vanno in giro a uccidere la gente apposta, ben conoscendo gli effetti reali.

Io non avevo un buon ricordo della serie. Cioè, l’idea mi era piaciuta, ma lo sviluppo della trama, sempre in “.Hack//”, era troppo lento e l’avevo abbandonata a metà.

Ma ecco che una domenica mio fratello suona al citofono, invitato a pranzo, e mi porta un sacchetto con dentro questo libro, “Sword Art Online”, appunto, e mi racconta quello che avete appena finito di leggere, e che non riscrivo per non entrare in loop.
E mi ha incuriosito. E con queste invitanti premesse ho iniziato a leggere avidamente.

Ma cominciamo dall’inizio.

Ci troviamo all’interno di un castello d’acciaio la cui base misura 10 Km di diametro. Il castello fluttua nell’aria, i giocatori al suo interno sono circa diecimila, e i primi, dopo due anni, sono riusciti ad arrivare al settantaquattresimo piano.

Conosciamo il protagonista intento in una battaglia di alto livello, che poi finisce con facilità.

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E lui inizia a raccontarci la storia attraverso un flashback di quando tutto è cominciato, di quando si è messo il casco virtuale per la prima volta dopo essere stato beta tester.

Mi raccontava mio fratello che sto casco è connesso direttamente al cervello e alla colonna vertebrale tramite microonde. Ora lo sapete anche voi, anche se a questo punto della storia, cioè all’inizio, ancora non si sa nulla.

Di certo c’è che il linguaggio è un po’ da nerd, ma ci sono pure le note a piè di pagina per chi non è avvezzo a certi termini. Il che è fastidioso, perché rallenta la lettura. A me, quantomeno, che l’ultima volta che ho giocato online esisteva ancora la prima versione di “Ragnarock Online”, ormai una decina di anni fa, ma un giocatore abituale non noterà questo dettaglio.

Altra cosa che si nota subito è un frustrante senso di sconforto legato all’adattamento dei testi: alcune frasi devono essere rilette più volte per essere comprese, non per virgole sbagliate o parole strane, ma per alcune costruzioni grammaticali ad cazzum che spero vengano sistemate nelle prossime edizioni. Il protagonista, beta tester del gioco come già detto, si prepara alla prima partita ufficiale connettendosi mezz’ora prima. Poi… “A vedere lo status dei server che registrava già in contatto più di novemila e cinquecento persone, avevano fatto lo stesso tutti gli altri fortunati che avevano potuto acquistare il gioco.”

Spero di non essere l’unico a non aver capito subito il senso della frase.

Ed è pessimo anche il “segnale che ha risuonato nell’aria”.

Quando poi ho letto “Vorrei che restiate calmi… e vi preoccupiate solo di completare il gioco.”, avrei voluto mettermi a piangere…
Ma ormai ero curioso, e così sono andato avanti. E non vi stresserò più coi problemi linguistici.

Allora… c’è da dire che viene spiegato molto bene il funzionamento del casco, e che la morte avviene come se si mettesse la testa in un forno a microonde.

Ci viene molto ben descritto di come il creatore del gioco abbia radunato i giocatori in un’unica piazza e abbia spiegato la situazione, ma poi non viene resa bene l’idea di panico fra la folla. Perché il tutto ci viene raccontato dalla bocca del protagonista, e a voler forzare troppo il suo punto di vista, che guarda tutto con la freddezza tipica dei ragazzini dei cartoni animati (perché la storia, alla fine, è una possibile sceneggiatura da cartone animato), si perde molto dell’eccitazione e della concitazione del momento. Insomma, si viene coinvolti poco o niente.

Si torna poi al presente, a distanza di due anni dall’inizio del gioco, e i giocatori più progrediti sono, come dicevo, al settantaquattresimo livello: mancano solo ventisei piani per arrivare in cima al castello, sconfiggere il boss finale tornare tutti a casa.

E siamo solo a pagina ottanta, circa, quindi mi viene da pensare che il bello possa cominciare ora.

E qui parliamo di un altro punto negativo, che in realtà è il problema che ho riscontrato anche prima, in mezzo alla folla: in questa light novel manca completamente l’immedesimazione. Nel senso che sembra proprio di star guardando un programma alla televisione: il lettore non viene preso e portato dentro il romanzo, ma viene lasciato fuori a far da spettatore. E questa, secondo il mio metro di giudizio, è una grave lacuna a prescindere dal target di età!

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Comunque, l’esperienza non mi inganna: nelle pagine successive il nostro eroe ottiene un oggetto di alto valore, e con questo inizia a intrattenere una relazione con una giocatrice di alto livello.

Ora, se all’inizio la relazione è una cosa prettamente affaristica, immagino che in futuro i due diverranno amici e affronteranno l’avventura insieme. Anche a fronte del fatto che lei appartiene a un gruppo di guerrieri molto in vista, nel gioco, ma sembra stufa del suo ruolo, e che lui è stato ingaggiato da questa gilda di guerrieri per affrontare uno dei boss di fine livello, dato che è un guerriero molto forte e preparato.

Continuiamo a leggere e, come previsto, i due si conosceranno meglio, andranno in cerca l’uno dell’altra, e vedremo come si svilupperà un forte legame di amicizia. Andranno in giro a fare ricognizioni insieme, arriveranno alla stanza dove si trova il boss di fine livello di quel piano e fuggiranno, perché sanno di non potercela fare da soli.
Qui arriva uno squadrone dell’“Esercito” (questo il nome della gilda più grande presente ad Aincrad), un manipolo di una dozzina di uomini che chiede a Kirito (questo il nome del protagonista, assieme ad Asuna, che è la ragazza di cui parlavo poc’anzi) di condividere la mappa dell’area che aveva visitato.

L’Esercito andrà a combattere contro il mostro, perdendo tre uomini e quasi perdendo tutti gli altri. Si salvano perché arrivano Kirito, Asuna e un gruppetto di altri giocatori in loro soccorso, e qui, cari lettori, scopriamo che proprio Kirito è a conoscenza di una mossa allucinante che gli permette in pochi secondi di azzerare l’energia residua del mostro di fine livello, che peraltro aveva subito danni superficiali dagli attacchi precedenti.

In questo video
, da circa metà potrete assistere alla battaglia di cui sopra, o, se siete solo curiosi di vedere la tecnica segreta di Kirito, andate direttamente al minuto 11.

E questa parte devo dire che è abbastanza bella, anche se la sensazione rimane quella di star guardando un amico giocare a un videogioco che non conosciamo e di cui non abbiamo visto che qualche battaglia. Altro dettaglio è che anche in questa parte è stata portata alla luce una bomba che è subito stata disinnescata: il protagonista a un certo punto si chiede “Voglio davvero tornare indietro… nel mondo reale?” Perché sente di essersi abituato a quel mondo, sente che, dopo due anni, quella è la sua realtà, e si chiede se anche gli altri personaggi non stiano in qualche modo abituandosi a quel modo artificiale di vivere. E sarebbe stato bello sondare questo sentimento, probabilmente molto comune soprattutto fra i giocatori che avevano aperto attività di mercanti, di fabbri e artigiani in genere, vivendo tranquillamente in città nell’attesa di essere liberati, ma Asuna, dal niente, dice che vuole tornare indietro, che “Tra l’altro, ci sono un sacco di cose che ho lasciato in sospeso”, e così la riflessione viene lasciata cadere nel vuoto. Verrà ripresa un paio di volte, in seguito, ma proprio appena accennata e inutile nei momenti in cui viene citata.

Pluf!

Un sasso nello stagno che increspa la superficie dell’acqua e niente più.

Tornando nuovamente al romanzo, la storia va avanti con la faccenda della mossa segreta di Kirito, che verrà rivelata al mondo grazie al passaparola, fino a quando non viene sfidato a duello dal capo di una grossa gilda, quella cui appartiene anche Asuna. Questo perché Asuna è vicecomandante, in quella gilda, e il capo non vuole darle “ferie” senza aver prima combattuto con Kirito per costringerlo a farne parte.

Non vi dirò chi vince, ma in un secondo momento ritroveremo Kirito e Asuna in ferie, da qualche parte, e lì vedremo svilupparsi una bella storia d’amore. Finora, la parte più convincente di tutto il racconto.

Bella, dolce e simpatica quanto basta, saprà appagare il lettore che vuole essere coinvolto nella storia. Inutile dire che i due si sposeranno, almeno all’interno del gioco, ma sta cosa si indovinava fin dalla prima volta che si sono incontrati.

Il come ci sono arrivati, però, non è poi così banale.

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Il problema è che non posso mettermi a rivalutare il romanzo a sole 100 pagine dalla fine, cioè a circa il 70% del totale. Non dopo che, fino a questo punto, il protagonista è stato vittima dei pregiudizi della gente che ha trasferito su se stesso: “non è giusto che uno come me abbia amici/faccia cose”, un mantra costante in un turbinio di autocommiserazione e sfoggio di tecniche di alto livello.
Non dopo aver letto un racconto che ignora le tecniche di base della scrittura creativa. Cioè, di romanzi che ignorano le tecniche di base ne ho letto più di qualcuno, ma per poter ignorarle, bisogna prima conoscerle a fondo. E si nota subito quando uno le conosce o meno.

(Fra l’altro, in postfazione l’autore ammette che i suoi manoscritti fossero “confusi e pieni di punti problematici”. Quindi lode al “signor Miki”, l’Editor che lo ha seguito e che ha reso leggibile il tutto!)

In ogni caso, lo sviluppo della storia d’amore, che vedrà Kirito e Asuna comprare una casa in un bosco di un livello molto basso, sarà immediatamente precedente allo scontro finale. Si troveranno ad affrontare prima il mostro del dungeon del settantacinquesimo livello, che dimostra un potere molto grande, poi il boss finale. Perché Kirito si accorge di alcune caratteristiche di un cero player, quindi in un modo molto intelligente saprà smascherarlo e ottenere da lui una sfida che avrebbe potuto mettere fine al gioco in quel momento.

Con una notevole forza di volontà, Kirito saprà sconfiggerlo. Non mi sento di avervi spoilerato granché del finale, visto che la storia nel complesso è banale e fin dall’inizio sappiamo come andrà a finire.

Bene, cosa dire? Che sono molto indeciso sul voto finale.

  • Da ex gamer e amante dei cartoni giapponesi, valuterei l’idea generale con quattro stelline. Perché è insolita, offre molti spunti su cui riflettere, specie su dove potremmo spingerci con la tecnologia, e se qualcuno sarebbe realmente disposto a farsi disconnettere il cervello da un aggeggio elettronico che serve a giocare.
  • Lo sviluppo della trama è da una stella e mezza, forse due. Perché ci si concentra moltissimo sulle battaglie e molto poco sulla caratterizzazione dei personaggi. Ci sembra di conoscerli perché sono semplici da capire, ma in realtà non li conosciamo a fondo, e spesso stiamo lì a chiederci il perché di una scelta o da dove arrivi una certa forza interiore. Perché l’amore può tutto, sì, ma non certo in quel modo.
  • Le idee ci sono e sono tante, ma sono tutte mescolate in un brodo primordiale e nessuna riesce a emergere con forza e fare da perno alle situazioni. Si, ok, c’è l’amore fra Kirito e Asuna, ma la forza portante di una storia del genere non può essere concentrata tutta lì. Non è attinente!

Insomma… tre stelle, dai. Un po’ stiracchiate, ma ci stanno.

E se qualcuno della BD edizioni dovesse leggere queste righe, mi faccia il favore di far riadattare i testi, che molti passaggi sono illeggibili!

E magari di ritradurre il tutto, visto che la versione in inglese propone frasi meglio articolate e comprensibili. (Ho potuto confrontare un paio di frasi, il testo è differente!)

È tutto, cari lettori. Mi permetto, prima di congedarvi, di consigliare la lettura di questo romanzo solo ad amanti dei giochi di ruolo, fumetti e serie animate a tema.

A tutti gli altri, consiglio di recuperare da qualche parte la serie animata “.Hack//Sign”, che sicuramente è sviluppata in maniera molto migliore.

Alla prossima!

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Mondo9 (*****)

di Dario Tonani

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167 pagine
edizione: Delos Books
iniziato il: 17/10/2014
finito il: 23/10/2014

Cari lettori, avevo promesso che dopo l’intervista a Dario Tonani avrei letto qualcosa di suo. Glielo devo, dopo che mi ha dedicato parte del suo tempo, e comunque Mondo9 è un titolo che mi ingolosisce.

Volevo prenderlo con l’ordine di libri di Natale, che sono solito fare su Amazon con mia moglie, solo che lei stava comprando delle cose di altra natura per sé, e chissà come nell’ordine c’è caduto dentro un libro. Questo. E siccome è arrivato oggi, che è venerdì 17 (no, non me ne frega una beata mazza che voi lo stiate leggendo in un giorno diverso), e che ho finito e recensito un Baricco, e quindi dovevo scegliere cosa leggere nel week end… ecco che Tonani mi capita a fagiolo, e anziché farsi la consueta stagionatura sullo scaffale ha la fortuna di essere letto fresco di spedizione.

E appena lo apro e leggo le prime pagine, mi accorgo che quelle navi che si inseguono nel deserto, nemiche per natura (o almeno così è nella mia testa) mi ricordano qualcos’altro. Un libro che eoni fa ho letto due volte, la prima con gusto, la seconda volta con sufficienza, e s’intitola Macchine Mortali. No, non affannatevi a cercarlo, non l’ho recensito e non credo lo farò mai. Perché quel libro narra di intere città montate su cingoli che si inseguono nel deserto, e se la prima volta mi era piaciuto, la seconda invece no.

Ma sto divagando, come al solito, e a voi interessa sapere che, per fortuna, la prima impressione spesso è quella sbagliata.

Abbiamo, cari lettori, un libro di racconti tenuti insieme da una serie di intermezzi che ci trasportano dall’uno all’altro, creando un filo logico che ci accompagna lungo le vicende che girano attorno alla nave Robredo.

Il primo racconto si chiama Cardanica, nome derivato dallo pneumosnodo Cardanic.
Cos’è uno pneumosnodo? Semplicemente un apparato autonomo che mantiene dritta la nave mentre affronta curve e buche. Perché, come già detto, le navi navigano nel deserto, non in acqua.

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Questo modulo funge apparentemente anche da scialuppa di salvataggio, però bisogna essere veloci: non appena la nave naufraga, inizia la procedura di distacco degli pneumosnodi. Si entra, se ci si riesce, poi questo si sgancia e parte alla ricerca di un porto.
Potrebbe volerci un’ora, a raggiungere il porto, come pure un anno.

Nel nostro caso, troviamo la nave rovesciata su un fianco, e in questo modulo entrano due ufficiali della nave. Un cilindro punzonato si mette in posizione, una voce metallica dà il benvenuto ai due naufraghi che prendono posto all’interno del Cardanic, quindi un altro cilindro inizia a suonare una melodia.

Sembra bello ma non lo è. La prima cosa che vengono a sapere è che lì dentro fa un caldo torrido e che l’acqua non sarà disponibile prima di cinque ore.

Entra in azione un carrello, una specie di portavivande. Il primo piatto è vuoto. Il secondo, che arriva dopo qualche ora, contiene un pene umano.

Un brivido mi corre lungo la schiena, sulla mia faccia si disegna un ghigno di malefica attesa.
Un’attesa, cari lettori, che non verrà delusa. Questo primo racconto è un incubo di lamiera e olio lubrificante.

La macchina lo dice all’inizio, dando un titolo al diario che il protagonista trova: “Quaderno di bordo di una (macchina) mangiatrice di carne”. Che la carne sia quella umana si intuisce da subito.

E non state leggendo male: la macchina stessa, un insieme di lastre di ottone, ingranaggi e vapore si nutre di carni umane, che usa come carburante, lubrificante e… cibo. Proprio cibo.

Dove ci troviamo? Di certo in un deserto. Un deserto sabbioso dove si muovono mostri meccanici autosufficienti e affamati. Un deserto velenoso, le cui sabbie creano forti reazioni allergiche al contatto con la pelle. Un deserto in cui l’umanità sopravvive appena: il deserto di Mondo9.

Il deserto in cui, nel secondo racconto, padre e figlio ritrovano il relitto della Robredo, la nave naufragata da cui si è staccato il Cardanic. Un relitto ancora vivo, e un padre che all’improvviso sparisce. E la pioggia, dalla quale bisogna fuggire, e il figlio che da solo deve affrontare la nave per trovare un riparo. E scopriamo che, dentro la nave ancora viva, i pannelli che formano muri e corridoi cambiano posizione, e che quindi non è facile uscirne.

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Anche il secondo racconto finisce dove inizia quello successivo. La Robredo, alla fine del secondo racconto sembra muoversi, e in effetti nel terzo scopriamo che qualcuno la sta trainando. E viene trainata attraverso un deserto di ghiaccio. Per carità, di tempo ne è passato parecchio e non si sa da quanto la nave stia venendo trainata, non sappiamo né dove siamo, né in che stagione, né come siano le previsioni del tempo su questo pianeta, ma passiamo dalla sabbia alla neve semplicemente voltando pagina. E, soprattutto, non si è più saputo nulla di eventuali predatori. Perché quello che non vi ho detto all’inizio è che la Robredo stava fuggendo da una nave più grossa, prima di prendere una buca e rovesciarsi su un fianco. O forse ve l’avevo detto, non ricordo. (Ok, si, ho guardato e ve l’avevo detto. Controllate pure.) E allora mi stavo appunto chiedendo come mai non si fossero più verificati eventi di quel genere. Comunque, a mio avviso mi sa che qui perdiamo di vista la Robredo. Perché succede una cosa, e non vedo come se ne possa uscire.

Il racconto successivo vede l’apparizione di un’isola fatta di rottami per lo più morti, alcuni ancora vivi ma incastrati, e due ragazzini (daje) che hanno il gravoso compito di avvelenarli. Perché si può uccidere, il metallo. Come? Eh, se ve lo racconto io poi vi perdete il gusto di leggere Tonani!
Però vi dico che prima mi sbagliavo: in questo cimitero troviamo la Robredo, che non è morta.
E (a-ha!) scopriamo di trovarci sulla banchisa polare. Quanta strada, dal deserto del primo racconto!

Ed ecco che arriviamo al capitolo finale, in cui si conclude una parte della storia. Una parte, perché Mondo9 è grande, e sicuramente ci sarà spazio per mille altre avventure.
Comunque, in questo racconto torniamo nel deserto a bordo dell’Afritania , in vista del porto di Mecharatt, dove conosceremo meglio il morbo.
Come, “quale morbo”? Quello che trasforma la gente in metallo, no? Avete letto fino a qui e non vi siete ancora fiondati in libreria? Vergogna!

Ah: ho detto che si è in vista del porto, non che ci si arriva. La cosa mica è scontata, ma lascio a voi il piacere di scoprire cosa succederà. Vi cito solo una famosa frase di Lovecraft: “non è morto ciò che può vivere in eterno, e in strani eoni anche la Morte può morire”. Se avete capito, allora vi ho fatto uno spoiler. Se non l’avete capito, meglio.

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Incubo dopo incubo si svolgono le vicende su Mondo9, un mondo spietato, ma uno fra i mondi più belli che abbia mai visitato.

Intendiamoci: bello perché ha un suo carattere, una sua conformazione ben precisa. È un mondo descritto così bene da risultare possibile.

Vogliamo trovare un punto negativo? Il linguaggio. Perché è troppo curato, per questo mondo. Vi faccio un esempio: al di là che mi piacciano i borborigmi delle tubature, o il sole che ti pugnala alla schiena, se un ragazzino vede suo padre scomparire (anzi, proprio non lo vede più di punto in bianco), con la quasi certezza che la nave se lo sia mangiato, lui non è che ha la freddezza di cadere e pensare che deve togliersi di dosso la sabbia perché è velenosa, e tanto meno si metterà a fare il periplo della nave!

No, dai Dario, un ragazzino di circa 11 anni che vive un’esperienza del genere se ne frega della sabbia e corre disperato a cercare il padre, fregandosene della pioggia o di toccare il metallo della nave! (Per esempio, eh!)

Ma è solo un piccolo peccato veniale, dai. Perdonato e promosso a pieni voti!

Bene, cari lettori, a me questo libro è piaciuto molto, mi sono divertito a leggerlo, ci ho trovato dentro un sacco di cose.
Volete un consiglio? Affrettatevi a divorare questi racconti, prima che siano i racconti a divorare voi.

A presto!

(Illustrazioni F. Brambilla)

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mr Gwin (*****)

Di Alessandro Barico

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184 pagine

Edizione:

iniziato il: 12/10/2014

finito il: 17/10/2014

Mister Gwin, cari lettori.

Baricco mi piace, è già il terzo romanzo che leggo, e il secondo di cui parlo.

Avevo voglia di leggere Baricco, e ho scelto questo. Perché proprio questo? Mah, semplicemente perché a mia moglie Baricco non piace, e una volta mi ha fatto vedere un video sul tubo in cui una ragazza, che per carità, è splendida nel recensire libri di vario genere, sostiene che è brutto. Anzi, lo definisce ridicolo, ribadendolo più volte, e si accanisce, e si diverte a demolirlo. E magari potrebbe anche aver ragione, ma io sono dell’idea che Baricco non vada preso troppo sul serio. Baricco, secondo me, va letto per divertirsi leggendo parole inusuali messe in bocca a personaggi leggeri.

(Non abbiate timore nell’aprire il link e vedere che dura più di venti minuti, perché ne parla nei primi cinque.)

E allora io volevo smentirla, dire che Baricco è bravo, che non è solo paroloni e frasi pompose.
Ecco, io paroloni o frasi pompose non ne ho trovate, qui dentro. Non più di tante, almeno. Per dire, Oceano Mare è molto più parolonpomposo di questo, ma vabbè, Baricco si ama o si odia.

Chi è mr. Gwin?
Mr Gwin è un tizio famoso che scrive libri. Bravissimo, a dir dei lettori, a entrare nella testa delle persone, tanto che pare che i personaggi siano famigliari. Ebbene, lui a un certo punto manda al giornale per cui scrive una lista di n cose che non ha più voglia di fare nella vita. Una di queste è la ferma decisione di non scrivere più, e per un anno e mezzo si darà alla macchia proprio per tornare a essere una persona come le altre, non famoso, non scrittore, non Jasper Gwin.

Nel frattempo conosce una vecchia in un ambulatorio, e questa vecchia sarà per lui una specie di angelo custode. O una schizofrenia, dato che lui la vedrà una sola volta, da viva, ma che lo accompagnerà per un buon tratto di strada.

Ecco, lui parlerà, nella sua testa, con la vecchia, e lei saprà consigliarlo. In che cosa lo lascio leggere a voi.

Mr Gwin non scriverà per quasi due anni, e in quel tempo cercherà qualcos’altro da fare. Qualcosa che possa riavvicinarlo alla scrittura, ma che non sia scrivere di suo pugno. Il copista, per esempio, ma non è sicuro della cosa.

Avrà la sua illuminazione in una galleria d’arte. Non per la sindrome di Stendhal, ma per aver visto in un catalogo una foto fatta al pittore e al modello di un nudo il cui quadro aveva proprio di fronte, appeso alla parete.

Era un quadro ritraente un vecchio nudo seduto a un tavolo, col candido vello sul petto e il pene afflosciato su un lato. Senza la tazza da tè che era invece presente nella foto.

Dopo una lunga riflessione, dettata appunto da questo quadro, deciderà di ritrarre la gente. Intendiamoci: non con pennelli e colori, ma a parole. In due (ma proprio due) parole, “scriverà ritratti”.

Il problema è come mettere insieme le parole, perché si rende ben conto che non può limitarsi a descrivere il soggetto, a dire che “il braccio è mollemente posato” (cit.)

E insomma, il nostro Jasper spende tutti i suoi risparmi per creare uno studio adatto alle proprie esigenze: un vecchio garage malconcio e ammuffito, con lampadine fatte fabbricare apposta da un artigiano perché si fulminino dopo circa un mese, una musica che stia bene col rumore delle tubazioni e che duri una cinquantina di ore, anche questa fatta fare apposta da un compositore, un pavimento malconcio e macchie di umidità sulle pareti. E una prima modella.

E che cosa fa con la modella?
Assolutamente niente, in un primo momento. Il primo giorno lei arriva, si denuda, ma lui non è presente.

Il secondo c’è, ma la guarda appena.

E poi è tutto un gioco a guardarsi, in silenzio. Lui scrive bigliettini che attacca per terra con puntine da disegno, mentre lei gironzola nuda per la stanza. Insomma, non fanno niente di che, ma Baricco descrive questo niente in maniera squisita.

Alla fine scriverà il ritratto di lei e, vista la reazione, anche a tutti quelli che si faranno ritrarre. A prezzi che variano dalle 15 alle 18mila sterline. Una follia per meno di una decina di pagine scritte in caratteri grandi.

La cosa va avanti per un po’, fino a quando accade qualcosa per cui mr Gwyn scompare dalla circolazione, e noi restiamo lì a farci raccontare il resto della storia dalla sua assistente. E il resto della storia lo lascerò a voi.

Allora, tanto per dire… Ilenia, come dicevo nell’introduzione, ha detto che è un libro brutto. Beh, diciamo che non è un libro brutto, ma un libro completamente inutile. Perché, come già detto, parla di nulla, e niente lascia al lettore se non una scia di non-so-che-cosa. Ah, e una bellissima perla che troviamo quasi alla fine, quando Rebecca, che era l’assistente del protagonista, a un certo punto ci dice che “Jasper Gwin mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie (…)”. Sarà banale, ma in qualche modo illuminante. Cioè, è una cosa ovvia, ma è una cosa bella da tenere a mente.
mr Gwin parla di uno scrittore che non vuole più scrivere, parla di un editore che lo vuole pubblicare lo stesso e per questo lo assilla, parla della sua assistente innamorata che andrà alla ricerca di lui quando sarà scomparso, e parla di silenzi e di ore passate a non fare assolutamente nulla. O quasi.

Però quel nulla è incredibilmente attraente, è un nulla così ben descritto che non si riesce a staccarsi dalle pagine, e che, per quanto mi riguarda, mi ha portato fuori dalla palude della crisi di lettura, e potrei anche decidere di rileggerlo, un giorno, che tanto è breve.

L’unica cosa che mi dispiace è che a un certo punto, dopo capitoli di segretezza, viene svelato il mistero di che cosa scriva in quelle poche pagine che fungono da ritratto letterario. Avrei preferito rimanere nell’ignoranza, avrei preferito continuare a immaginare chissà che cosa, perché alla fine è un uovo di Colombo, quello che viene rivelato.

Ma pazienza, dai, sono contento di averlo letto, e di avere in parte smentito Ilenia, alla quale va un sentito ringraziamento per avermi fatto scoprire questo romanzetto e una dedica in calce a questo mio invito alla lettura.

Grazie, Ilenia.

E grazie a voi lettori che mi seguite e che portate pazienza se farcisco le recensioni con i fatti miei.

È tutto, per ora. Alla prossima!

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I Pianeti Impossibili (****)

Di Riccardo Dal Ferro

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180 pagine
edizione: Tragopano Edizioni
iniziato il 21/09/2014
finito il 11/10/2014

Cari lettori, questo è uno dei pochi libri che ho avuto la fortuna di aspettare da prima che fosse pubblicato!

È, come ho scritto là sopra, di Riccardo Dal Ferro, un ceffo che ho avuto il piacere di conoscere di persona qualche anno fa, durante una manifestazione a Vicenza, e che ho ritrovato il giorno in cui ha presentato questo libro, ovvero il 19 settembre dell’anno in corso. Duemilaquattordici.

Oddio, io sono arrivato dopo che era già stato presentato, ma lui mi ha accolto con calore e mi ha concesso ugualmente una dedica.

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(Si, vendo anche i tuoi, se vuoi!)

Beh, per capirla dovreste conoscere un minimo di contronautica e di patafisica, ma questo, cari lettori, è un altro paio di maniche.
Ma basta parlare di queste cose, voi siete qui per scoprire cosa si cela in questi pianeti, ed è arrivato il momento di parlarne.

Allora, cari lettori… Parliamo di trentasette racconti ben compressi in 180 pagine. Anzi, meno di 180, ma non sto qui a dirvi perché. Come al solito, dovete scoprirlo da voi.

Sono racconti velocissimi che si possono leggere ovunque: sul divano fra uno stato su facebook e un post sul blog; a un concerto fra un brano e l’altro, anche se siete lì per suonare; in bagno, meditando; davanti al televisore mentre fanno la sigla di “Peppa Pig”… e via discorrendo, credo che ci siamo capiti.

Sono racconti che lasciano la logica fuori dalla porta, vi troverete a combattere contro enigmi e paradossi, spesso senza cavarne un ragno dal buco proprio perché sarà il ragno a portarvici dentro. Al buco, intendo.

E proprio perché sono così brevi non riesco a recensirli come vorrei, perché parlare di un racconto significa né più né meno che riscriverlo a modo mio. Però posso dirvi che, nonostante tutto, le storie incuriosiscono. Ci sono pianeti che sono così grandi che dovrebbero essere stelle, ma non lo sono, oppure dove accade che la guerra è eterna e così radicata che i neonati imparano a sparare prima di saper camminare, ma anche pianeti dove accadono cose che a prima vista sono meravigliose, ma che sono portate all’estremo con tutto ciò che ne consegue.

Per darvi un’idea di tutto quello che avrei voluto scrivere, diciamo che ho riempito il libro di note. E non solo il libro, ma anche il mio block notes, e per ricordarmi alcune cose ho fatto foto frettolose alle pagine del libro. Cosa che non mi era mai capitata, in genere il libro mi resta immacolato. Ma… ecco, vi fo vedere una foto, solo di una paginetta, quella dove c’è la dedica, tanto per farvi vedere il caos di cose.

Ah: lì ci sarebbero anche la cartolina di Officina Fermento e il puzzle col mio racconto dell’Accademia Patafisica, ma voi fate finta che non ci siano.

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Dicevo, incuriosiscono perché chi ce li sta descrivendo sa bene che è impossibile che i pianeti descritti esistano, eppure sono lì, e resistono coraggiosamente, ostentando orgogliosi la propria diversità.

In ogni caso, esiste un filo logico che lega ognuno di questi pianeti: chi ce li presenta è un naufrago astralgico. Vi spiego: l’astralgia è, da quel che ne ho capito, la nostalgia di un pianeta in cui non si è mai stati, la Terra nel nostro caso, perché si è nati nello spazio. Il nostro naufrago si trova, unico superstite, in una nave spaziale alla deriva nel Cosmo a causa di una falla nei serbatoi di carburante che ne ha decretato il prematuro esaurimento.

Vi lascio un estratto di uno dei suoi monologhi, una pagina del “Diario di Bordo” che trovate a pagina novantuno:

Proveniamo tutti dalla medesima particella.
Pensate che responsabilità per quella singolarità concentratissima che un giorno ha deciso di esplodere e diventare tutta questa varietà di visioni, idee, immagini, catastrofi. Pensate a tutto il senso di colpa e l’orgoglio che devono pesare su quella particella, che in realtà è un po’ ovunque, essendo la materia prima da cui tutto si è espanso.
Da essa provengono tanto queste mie mani quanto le dune dei deserti universali. Pianeti, guerre, costellazioni, carnefici e vittime, tragedie teatrali e reali, le prime parole di un infante e il criminale che fa violenza su una bambina innocente. Tutto questo e il suo contrario vengono dalla stessa minuscola particella, meritevole e colpevole di ogni cosa, al di là del bene e del male. Giocattoli, bombe, libri, musica, il rancore e ogni felicità, niente è fatto di un materiale diverso. I mondi che vedo, persino quelli che ho immaginato, sono composti da cima a fondo di quella stessa particella espansa, stiracchiata, spalmata fino alle estreme conseguenze e ai confini dell’universo che in realtà, visto così, sembra piccolo e indifeso.”

Una leccornia per le papille gustative dell’immaginazione, siete d’accordo?

Bene, cari lettori, ora parliamo del resto. Perché io ero abituato a un Riccardo Dal Ferro dedito alla scrittura pulp, lo conosco virtualmente da quando mi ha scritto la prima volta sul blog invitandomi a leggere i suoi “Sotterfugi” (trovate il link, se lo desiderate, nella mia pagina delle interviste, in ordine alfabetico) , e i suoi racconti mi hanno sempre lasciato con in mano brandelli di carne umana e in bocca un forte sapore di sangue… e invece qui mi spiazza. Completamente!

Perché la violenza dei racconti di “Sotterfugi” lascia spazio alla delicatezza, alla poesia. Tratta i pianeti come fossero fatti di vetro soffiato, ogni parola trasuda amore per le forme di vita che contengono.

Se “Sotterfugi” era la sua battaglia personale, la sua manifestazione di odio contro il genere umano, “I Pianeti Impossibili” è la storia d’amore fra lui e l’Universo. Una storia da cui traspare un velo di tristezza, che si fa sentire forte quasi ovunque.

Ma non pensate che il libro sia qualcosa di sdolcinato, perché sareste fuori strada! Vi ho già parlato di pianeti perennemente in guerra… ecco, là ci sono parole che, prese una a una contengono tutta la violenza contenuta nei racconti che vi ho già citato, ma Riccardo non disprezza la gente che ci abita: li capisce e li rispetta per la loro natura. E questa è la forza che accomuna tutti i racconti: il rispetto e la comprensione per le miserie altrui, senza giudicare nulla. Descrive, e basta. Lascia al lettore il difficile compito di decidere se un pianeta sia nel giusto o meno.

Lo so, forse è un po’ difficile da capire, ma spiegarvelo qui non si può. Non posso, in poche righe, spiegare l’universo che lui vi rivela legando un racconto all’altro.

Insomma, se volete finalmente saperlo, sì, mi è piaciuto e ve lo consiglio pure. Perché è bello.

Epperò, là sopra, accanto al titolo non vedete cinque stelle, ma quattro. Cosa ha fatto saltare la quinta stellina, che regalo a tutti quei libri che, come questo, mi ha fatto provare un’emozione, qualunque fosse? Ebbene, il tono mi è sembrato un po’ piatto. Intendiamoci: il tutto è scritto molto bene, ma la narrazione mi è parsa molto, troppo lineare. Tutti i racconti sono scritti con lo stesso tono pacato, tutti i pianeti sono trattati con benevolenza dall’autore, e alla fine pare che tutto si ripeta, nonostante i pianeti siano molto diversi uno dall’altro. È come quando si leggono i racconti di filosofia Zen: a leggerne più di tre o quattro di fila ci si stufa. Ma, proprio come i racconti Zen, se se ne leggono un paio al giorno allora funzionano come una medicina per l’anima: fanno pensare molto, offrono moltissimi spunti di riflessione, riempiono la testa di domande a cui si sente il bisogno di trovare una risposta nel quotidiano. Con la differenza che questa non è filosofia, ma fantascienza.

Oh, beh… è anche filosofia, sì. Ed è anche Fantascienza. Una bella crasi fra le due cose.

Ma la lettura ne risulta rallentata, e, per quanto mi riguarda, mi piace che i racconti siano veloci, folli, subito digeribili. Magari qualcuno di voi gli renderà quella stella che io ho tolto.

Ecco, smetto di girare attorno ai soliti punti, mi pare di aver esaurito quello che avevo da dire, e vi lascio con una domanda che rivolgo direttamente all’autore.

L’universo è meraviglioso e in continua espansione, ma verrà il giorno in cui dovrà necessariamente collassare. E, proprio come l’universo tornerà a essere un punto adimensionale, chiedo all’autore di condensare l’intero romanzo in una sola parola. Riccardo, qual è quella parola?

  • Impossibile. La parola è decisamente “impossibile”.

Grazie, Riccardo.

E a voi, cari lettori, lascio l’onore e l’onere di compiere questo viaggio fra le stelle, e giudicare ogni pianeta secondo coscienza. A presto!

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mr. Nishikawa – intervista a Cris Fabian

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Cari lettori, ho il piacere di presentarvi una fumettista che ho scoperto da poco, della quale ho divorato tavola dopo tavola il manga “Mr. Nishikawa”. Ecco quindi a voi Cris Fabian, che da 15 anni vive a Londra!

Hello, here I am.

Ma bando alle ciance, cominciamo. Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Yeah why not, chiedimi tutto non ho segreti.

Ne sei sicura?

Ma si vai tranquillo chiedimi anche quando mi son messa lo spolverino e m’han presa per maschio alle 4 del mattino a Tokyo davanti un bordello della Yakuza, chiedimelo vai! Quella è da ridere.

E allora dai, raccontami tutto, prima di cominciare!

Abitavo a Kamata, prima di venire a Londra. Per circa tre mesi sono stata in Japan e ho lavorato in un negozietto a conduzione familiare di vestiti. Abitavo da sola, con il mio ofuro e la mia cameretta. Una sera non avevo voglia di dormire e mi sono infilata lo spolverino che mi aveva regalato il mio amico Takeshi. Nel piccolo centro, pieno di café bar, manga café, negozi 100 yen e sushi places sono finita nel quartiere a luci rosse in una via stretta. Siccome mi piace esplorare, e per una “gaijin” tutto era permesso, e perché ero sicura che non avrei corso nessun pericolo di morte perché a Tokyo di notte non è pericoloso camminare da soli, insomma, camminavo e mi gustavo la notte apprezzando il silenzio, (che a Tokyo è raro, se non per il costante bzzzz dei cavi elettrici sparsi ovunque nello spazio aereo tra casa e casa), quando un tale spezza l’idillio e mi chiama e mi fa cenno con la mano di accostarmi al suo marciapiede. “Oi! Kocchi! Miru miru!” E mi allunga tre cards con tre donnine belline a puppe gnude. Io un po’ sorpresa ma incuriosita ancora di più le guardo e ammicco. “Kore wa hontoni kawaii ne!” (questa qui è proprio carina vero!) dico io facendogli vedere una delle carte. Il tipo, sulla cinquantina mi fa segno di entrare nella sua dimora, che notai solo allora era più simile ad un hotel. Improvvisamente, mentre ero in accordi con il tipo, un altro dall’altra parte della strada ci urla sottovoce “Oooi!!! Onnanoko desuyo! Baka!” (non vedi che è una donna? Idiota!) Ovviamente parlava al cinquant’enne riferendosi a me. Quindi questo scusandosi dell ‘errore si stava riprendendosi le carte, facendo un casino di inchini. Beh ormai il dado era tratto e ho chiesto gentilmente se poteva lasciarmi le cards in ricordo. Il tipo fece un lungo “eeee….tooooo” (eeeehmmmm…). E con la manina che reclamava le tre donnine mezze nude, l ‘ho lasciato là piantato con la sua meraviglia. Cavolo, ero quasi stata invitata dentro una soapland da uno yakuza…Una quasi esperienza di vita!

E’ tutto vero.

Eh, sono esperienze interessanti, se prese con il giusto spirito! 😀

Allora dai, continuiamo con le domande di rito. Anche se ormai è chiaro che alle domande risponderai onestamente, giuralo lo stesso sul cadavere di quella mosca là per terra!

Sicuro che sia una mosca? Forse è un coackroach dalla mia cucina. A Londra siam pieni. Ci sputo anche sopra se vuoi.

No, mi pare sia proprio una mosca. Sputaci sopra, basta che poi resti lì per i prossimi giuramenti.

Dai, ci siamo già fatti due chiacchiere e io devo ancora cominciare con le cose meno serie. Per prima cosa ti chiedo: perché ti sei presentata con quella fotografia?

Sono io nella personalità che più si affaccia quando sto con la gente. Un maschiaccio, che posa per una foto e a un tratto urta quel vaso a forma di pisello ormai soddisfatto, e quasi lo butta giù. Ovvio la mia innata clumsiness, (goffaggine) e il mio tocco da elefante… insomma me devo fa riconoscere per forza anche se poso per una foto via!

E già qui stai raccontando molto, di te 🙂
Ottimo, dai. Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Non ho capito devo risalutare di nuovo? Ok no prob, bro. Hello! Here I am… still…

Si, è la prassi. Ti farò salutare ancora, più tardi.

No Problem.

Hai una pagina facebook, dove pubblichi il fumetto, che si chiama Mr. Nishikawa. Da dove hai preso il nome per il protagonista?

Me lo son sognato quando avevo 12 anni. GIURO! Ne sono sicura, te posso anche baciare lo scarafaggio morto sul pavimento per farti credere. Il mattino seguente l’ho scritto sul diario di scuola. Nome e cognome. Poi mi son divertita a cercare il significato e ho scoperto che Nishi voleva dire ovest e Kawa voleva dire fiume… Taka (di takaya)vuol dire alto ma anche falco….. il sogno era una crime scene per cui ho deciso di inventarmi il personaggio che era invischiato nei crimini, ma non quelli da detectives o simile, ma quelli da spia, da traditori, da pugnalamenti alle spalle, da casini del genere…. Forse perché vivevo nel periodo in cui i genitori si tradivano a vicenda. Ne ho viste di cotte e di crude e alla televisione non censuravano una benemerita pippa. Che bei tempi, tutto sommato. Bombardamento televisivo di cartoni animati e film dove Charles Bronson era un pedofilo (il film in questione si intitolava Pinky), films dove una matrigna giovane era oggetto sessuale del figlio dodicenne, pellicole come “…e Sue con Bob in più” dove i puntini stanno per un nome di donna che non ricordo e altri films dove facevano il gioco delle chiavi e in casa la mia mamma leggeva Hystoire d’O mentre mio padre comprava le edizioni Pescecane… Te dimmi se da tutto ciò non poteva scaturire un fumetto come Mr Nishikawa… Ho già scritto i 3 light novels. Adesso devo solo editarli con i miei fidi Needle e Giulivi e poi disegnarlo.

Ah, però! Non deve essere stato facile.
Histoire d’O, comunque, l’ho letto anch’io, in tempi recenti.

Dovevi leggerlo a 12 anni! Quello era il trucco.

Ah. A dodici anni. La prossima volta che nascerò vedrò di ricordarlo.

Allora ti posso dare altre dritte! batti un colpo quando rinasci eh!

Ok, lo farò.

E quando ti è venuto il pallino di disegnare e creare storie?

Ricordo che a sei anni vinsi un concorso Disney organizzato dalla scuola elementare dove andavo. E vinsi. Pure l’anno dopo. Poi alle medie sono andata alla scuola di fumetto di Luca Boschi e da li poi sono diventata una habitué a casa sua, a disegnare e a parlare di tutti i fumetti del mondo in particolare di quelli americani e europei.

Quindi possiamo dire che il tuo è un vero e proprio talento innato! Si, lo so, il talento senza la tecnica e qualche sacrificio non vale nulla, ma quello che produci è bello, e ci si vede la passione dentro.

Grazie! Si, non ho tecnica, e uso molto le foto per capire come si muovono le persone. A volte devo vedermi delle scene di film a ripetizione su Youtube per capire la dinamica… Su mr Nishikawa ci sarà parecchia azione ma non quella dei Seinen, perché Nishikawa non è un agente che va e colpisce a calci in culo, ma usa la testa, è un programmatore, un hacker per cui… una di quelle spie che per fare casino basta che stia li seduto a un tavolo e manda in crash il sistema. Chi fa l’azione fisica, qui, è Irene Fortefiore. Anche se Nishikawa pare sia esperto di Parkour e gioca a calcio…Forse vedrete un po’ di azione li.

Va bene, dai. Senti… La prima volta non si scorda mai. Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato al pubblico le tue opere?

A 16 anni venni pubblicata sul Micco della mia Città, Pistoia. Beh era divertente e mi dava soddisfazione il fatto che fossi stata scelta per essere pubblicata su una pagina intera di un giornale locale. Era stato Luca Boschi a propormi. Venni pagata 50 mila lire, e li diedi tutte a mia madre per comprare la carne. A quel tempo mio padre non ci passava molti soldi.

Torna il tema dell’adolescenza difficile. Però forse, conoscendo il tuo passato, i tuoi lettori possono trovare un pochino di te dentro le tue storie. Correggimi se sbaglio.

Si si vero ma le mie storie di vita vissuta le ho tutte ritrasformate in maniera digeribile su Nishikawa, sennò cavolo, una noia e una depressione spaventosa…! Comunque ci sono state delle avventure per niente male, come quando raccattavo i pinoli e li andavo a vendere porta a porta. Dio che guadagni! Nel 1980 la gente era gentile. Oppure disegnavo in classe (questo modo di fare non è mutato per nulla tra gli artisti del tempo di oggi e son contenta, lo studio secondo me è una perdita di tempo, nelle scuole italiane) vendevo i disegnini nell ora di ricreazione a 100 lire l uno e poi anche le cingomme quelle tonde a 50 lire. Alla fine della settimana facevo 10 mila lire secche. 30 anni fa era davvero un bottino in mano a una bimba di 12 anni (e 13, e 14 e 15…) Per quanto riguarda il fumetto…già….

Mr Nishikawa, Irene e Takeshi sono tutta io. Ma ho dovuto dividere le tre personalità in tre personaggi ben precisi sennò finiva che creavo un personaggio solo ma casinista…e non avreste capito molto subito e avreste abbandonato la lettura. Però provai a suo tempo a creare questo personaggio e lo pubblicai in Francia. Dal fumetto ricavai i soldi che usai per vivere tre mesi in Giappone. Fu il primo fumetto che davvero mi fece trovare la fama e fui riconosciuta di fronte la Tonkam, a Parigi. (Mi sto vantando troppo?)

Prima o poi lo ripropongo anche in Italia.

No, non ti stai vantando troppo. Ti stai vantando e basta, ed è giusto che sia così!
Se non ci si autocelebra, chi altri lo farà per noi?
Non preoccuparti, questo spazio è tutto tuo!

Perfetto! Però non sono una che se la tira eh bada bene! Anzi!

Si, tranquilla. Ma, ripeto, vantarsi un po’ non fa mai male!
Andiamo avanti, dai, sennò facciamo notte. Dove vai a pescare la tua ispirazione?

Ahahahahah nei siti porno!

Oddio! 😀 Questa risposta proprio mi mancava! Però dai, almeno è originale. E se è vera, tanto di cappello!

Se vuoi ti passo un video troppo figo che mi fa vedere quanto può essere morbido il culo di una donna… cosa che che devo imparare a disegnare quando il fumetto di Nishikawa arriva al suo ideal climax.

(Ehm… Si, dai. In privato, però, che qui da me è un posto per tutti, non solo per adulti.)
(Ma oooovvvio facciamo tutto in privato….)

E oggi, con più esperienza e molto lavoro alle spalle, qual è il tuo personaggio preferito? Quello che curi di più sotto l’aspetto estetico e psicologico?

Ovviamente mr Nishikawa , Takeshi e Irene, (che sono tutte mie personalità). La prima, trasgressiva, ribelle e anticonformista; la seconda accomodante, amichevole e consigliera. E che ha pazienza. Tanta pazienza. La terza è l’idiozia pura, la naiveté e l’improvvisa crescita fisica.

E li vediamo nell’immagine qui sotto. Si, solo gli sguardi, ma tanto vi ho già dato il link alla pagina facebook, e più avanti vi darò quello per il fumetto intero, quindi li trovate là, gli interi di questi occhi.

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Senti, a parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi al tuo fumetto?

Trance, rock, indie, dark, pop, jpop e jazz, sono le principali ma non disdegno il blues, il funky, lo Ska… insomma, tutto meno che le opere classiche alla Pavarotti, il metal diabolico dove la gente vomita invece di cantare e il rap troppo rap. Ah si, anche il taiko o il flauto giapponese e il chill out a volte mi ispirano. Pensa che adoro ascoltare anche Toto Cutugno, una in particolare: “Io sono L’italiano”, perche mi ricorda il meraviglioso 1982 quando l’Italia vinse ai mondiali. Ah si, ho giocato anche a calcio nella femminile pistoiese per due anni, cosi potevo disegnare meglio la parodia di Holly e Benji, uno dei miei fumetti più lunghi.

Una parodia di Holly e Benji… Dimmi che l’hai postata da qualche parte! Dai, dai, dammi il link, che andiamo tutti insieme (io, tu e tutti i miei e tuoi lettori) a vederlo!!

No… è disegnato a mano….E non ho lo scanner. Ed’è nella soffitta di mia sorella. In Italia!

Noooo! °A° Adesso dovrò scoprire dove abita tua sorella, andare a trovarla, convincerla a entrare in soffitta e chiudermici dentro! Ma non ho così tanto tempo, quindi dovrò tenermi a vita questa curiosità!

Cavolo ma ti piace Holly e Benji? Io adoro Mark Landers! Un pochino anche Benji ma non gioca mai diocristo! Invece Holly gli darei un ticket to Pride, il GAY Pride.

Beh, lo guardavo da piccolo e ho letto il manga. Ed essendo un mito della mia generazione, leggerne la parodia mi piacerebbe proprio.

Ma stiamo parlando di te, non di me, quindi riprendiamo con le domande che riguardano il tuo mondo. Com’è fatta la stanza in cui ti metti a disegnare?

In camera mia, con la scrivania enorme, pc, dvd, tv, radio, gatti a dormire qua e là, lettone dietro, Masamune shirow ed Evangelion girls come posters, con un print di mr Nishikawa che mi punta la pistola contro e che mi dice subliminalmente “Disegna e non mangiare al tavolo che ingrassi!”

Decisamente, sei una persona interessante!

OM gosh, thanks!

Aggiungiamo un pizzico di nonsense a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese od onorarmi con un disegno fatto per l’occasione… insomma, vedi un po’ tu!

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Ok, hai fatto un po’ una crasi di cose: non un racconto con le tag, non un disegno, ma un disegno con le tag! Geniale! Grazie! 🙂

(che bello, un disegno fatto apposta per me 🙂 )

Fatto veloce, mi spiace.

Perché dovrebbe dispiacerti? A me piace un sacco! È simpaticissimo! 😀

EEEHHH? Oggrassie!

Sai, io non so tirare una riga…

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Quando hai perso la verginità? E perché a quell età?

E la risposta è… ?

a 25 anni. Si, esatto, e per un motivo ben preciso. Ho deciso io quando come e con chi. Ho deciso che prima dovevo essere mentalmente pronta. In più in Italia ho faticato a trovare il ragazzo che mi completasse. Sembrava fossero tutti ancora alle elementari, e più crescevano più mi sembravano irrecuperabili. Poveri maschietti. Oh no, non era perché nessuno mi voleva o perché ero brutta o grassa. No, in realtà ero carina magra e appetibile, altrochè! Sviluppatissima dai 12 anni. E parecchio intelligente da quel punto di vista. Scusate ragazzi, ma per meritarmi dovevate saper fare altro che sputare a 3 metri dal vostro naso. Non ce ne fu uno degno. Si si mi son divertita eh ma alla fine ho scelto un giapponese, uno più giovane, già padrone della sua vita e sapeva benissimo cosa sarebbe diventato. Ha oggi mantenuto tutte le sue promesse. E poi ho sposato un inglese. L’ultimo dei knight esistenti sulla terra, credo, dove la parola Onore e Rispetto farebbe riscaldare il cuore anche a un samurai!

Sono ancora molto insoddisfatta dalla mancanza di intelligenza e voglia di fare, coraggio e concretezza dei ragazzi italiani. Oggi più di prima.

Eh… non ti si può dar torto. Vedo gente di quarant’anni comportarsi come se ne avessero diciotto… E poi mi chiedo come mai l’Italia stia andando così male.

MEEEH….

Ma bando ai malumori, dai, che dal Venditore non si discute di cose serie. Per farlo, per parlare di cose serie, intendo, puoi contattare il vero me, in privato, su facebook.

Ecco, si potrebbe fare ma poi si finisce per fare il solito bla bla bla senza azioni e già ci sono un sacco di persone che lo fanno per cui mi risparmio vai.

Va bene. Allora è venuto il momento che sia tu a fare una domanda a me. Quello che vuoi, dai!

Tu quando hai perso la verginità? con chi e perché hai deciso quel giorno?

Allora… siccome la cosa riguarda me e mia moglie, rientra in una sfera di coppia così intima e privata che non mi va di rivelarne alcun particolare. Posso dirti che la prima volta l’ho fatto con lei, e lei con me, in un momento in cui la situazione ci ha concesso di farlo. È l’unico particolare che ti concedo, oltre al fatto noto ai più che io e lei stiamo insieme dal 27 gennaio 1999. Quindi, è successo fra quel giorno e un giorno del 2010, dato che nostro figlio è nato a metà del 2011.

Caspita, non avevo pensato che prima o poi sarei incappato in questa domanda!

Rispetto la tua risposta, sei serio, e mi piace. Non sei certo sempliciotto come me.

Grazie per l’apprezzamento, ma non definirti sempliciotta. Il sesso è un argomento così soggettivo che è inutile star lì a giudicare una persona a seconda di quello che fa. Ognuno è libero di vivere la propria sessualità come meglio desidera, e nessuno deve permettersi di giudicare una persona partendo da questa parte della soggettività.

Uh… Bello! Dovrei usare la frase in Nishikawa, ci starebbe bene!

Libera di farlo! Mi piacerebbe proprio avere una citazione da qualche parte, anche anonima! 🙂

Detto questo, ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato, e ti ringrazio anche per la simpatia e per avermi raccontato il tuo passato. Saluta gli habitué di questo blog. (l’ultima volta, promesso!)

See you soon guys and please come to read my manga in inkblazers.com in English language if you wanna learn it or if you want to read it in Italian language well, there is facebook! Check the website out too! www.mrnishikawa.com

E con questo è tutto. Vi lascio anche qui il link alla prima pagina del fumetto, visto che so che siete pigri e non avete voglia di andare a cercarla là sopra, dove l’avevo messo. Alla prossima, cari lettori!

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