Mondo9 (*****)

di Dario Tonani

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167 pagine
edizione: Delos Books
iniziato il: 17/10/2014
finito il: 23/10/2014

Cari lettori, avevo promesso che dopo l’intervista a Dario Tonani avrei letto qualcosa di suo. Glielo devo, dopo che mi ha dedicato parte del suo tempo, e comunque Mondo9 è un titolo che mi ingolosisce.

Volevo prenderlo con l’ordine di libri di Natale, che sono solito fare su Amazon con mia moglie, solo che lei stava comprando delle cose di altra natura per sé, e chissà come nell’ordine c’è caduto dentro un libro. Questo. E siccome è arrivato oggi, che è venerdì 17 (no, non me ne frega una beata mazza che voi lo stiate leggendo in un giorno diverso), e che ho finito e recensito un Baricco, e quindi dovevo scegliere cosa leggere nel week end… ecco che Tonani mi capita a fagiolo, e anziché farsi la consueta stagionatura sullo scaffale ha la fortuna di essere letto fresco di spedizione.

E appena lo apro e leggo le prime pagine, mi accorgo che quelle navi che si inseguono nel deserto, nemiche per natura (o almeno così è nella mia testa) mi ricordano qualcos’altro. Un libro che eoni fa ho letto due volte, la prima con gusto, la seconda volta con sufficienza, e s’intitola Macchine Mortali. No, non affannatevi a cercarlo, non l’ho recensito e non credo lo farò mai. Perché quel libro narra di intere città montate su cingoli che si inseguono nel deserto, e se la prima volta mi era piaciuto, la seconda invece no.

Ma sto divagando, come al solito, e a voi interessa sapere che, per fortuna, la prima impressione spesso è quella sbagliata.

Abbiamo, cari lettori, un libro di racconti tenuti insieme da una serie di intermezzi che ci trasportano dall’uno all’altro, creando un filo logico che ci accompagna lungo le vicende che girano attorno alla nave Robredo.

Il primo racconto si chiama Cardanica, nome derivato dallo pneumosnodo Cardanic.
Cos’è uno pneumosnodo? Semplicemente un apparato autonomo che mantiene dritta la nave mentre affronta curve e buche. Perché, come già detto, le navi navigano nel deserto, non in acqua.

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Questo modulo funge apparentemente anche da scialuppa di salvataggio, però bisogna essere veloci: non appena la nave naufraga, inizia la procedura di distacco degli pneumosnodi. Si entra, se ci si riesce, poi questo si sgancia e parte alla ricerca di un porto.
Potrebbe volerci un’ora, a raggiungere il porto, come pure un anno.

Nel nostro caso, troviamo la nave rovesciata su un fianco, e in questo modulo entrano due ufficiali della nave. Un cilindro punzonato si mette in posizione, una voce metallica dà il benvenuto ai due naufraghi che prendono posto all’interno del Cardanic, quindi un altro cilindro inizia a suonare una melodia.

Sembra bello ma non lo è. La prima cosa che vengono a sapere è che lì dentro fa un caldo torrido e che l’acqua non sarà disponibile prima di cinque ore.

Entra in azione un carrello, una specie di portavivande. Il primo piatto è vuoto. Il secondo, che arriva dopo qualche ora, contiene un pene umano.

Un brivido mi corre lungo la schiena, sulla mia faccia si disegna un ghigno di malefica attesa.
Un’attesa, cari lettori, che non verrà delusa. Questo primo racconto è un incubo di lamiera e olio lubrificante.

La macchina lo dice all’inizio, dando un titolo al diario che il protagonista trova: “Quaderno di bordo di una (macchina) mangiatrice di carne”. Che la carne sia quella umana si intuisce da subito.

E non state leggendo male: la macchina stessa, un insieme di lastre di ottone, ingranaggi e vapore si nutre di carni umane, che usa come carburante, lubrificante e… cibo. Proprio cibo.

Dove ci troviamo? Di certo in un deserto. Un deserto sabbioso dove si muovono mostri meccanici autosufficienti e affamati. Un deserto velenoso, le cui sabbie creano forti reazioni allergiche al contatto con la pelle. Un deserto in cui l’umanità sopravvive appena: il deserto di Mondo9.

Il deserto in cui, nel secondo racconto, padre e figlio ritrovano il relitto della Robredo, la nave naufragata da cui si è staccato il Cardanic. Un relitto ancora vivo, e un padre che all’improvviso sparisce. E la pioggia, dalla quale bisogna fuggire, e il figlio che da solo deve affrontare la nave per trovare un riparo. E scopriamo che, dentro la nave ancora viva, i pannelli che formano muri e corridoi cambiano posizione, e che quindi non è facile uscirne.

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Anche il secondo racconto finisce dove inizia quello successivo. La Robredo, alla fine del secondo racconto sembra muoversi, e in effetti nel terzo scopriamo che qualcuno la sta trainando. E viene trainata attraverso un deserto di ghiaccio. Per carità, di tempo ne è passato parecchio e non si sa da quanto la nave stia venendo trainata, non sappiamo né dove siamo, né in che stagione, né come siano le previsioni del tempo su questo pianeta, ma passiamo dalla sabbia alla neve semplicemente voltando pagina. E, soprattutto, non si è più saputo nulla di eventuali predatori. Perché quello che non vi ho detto all’inizio è che la Robredo stava fuggendo da una nave più grossa, prima di prendere una buca e rovesciarsi su un fianco. O forse ve l’avevo detto, non ricordo. (Ok, si, ho guardato e ve l’avevo detto. Controllate pure.) E allora mi stavo appunto chiedendo come mai non si fossero più verificati eventi di quel genere. Comunque, a mio avviso mi sa che qui perdiamo di vista la Robredo. Perché succede una cosa, e non vedo come se ne possa uscire.

Il racconto successivo vede l’apparizione di un’isola fatta di rottami per lo più morti, alcuni ancora vivi ma incastrati, e due ragazzini (daje) che hanno il gravoso compito di avvelenarli. Perché si può uccidere, il metallo. Come? Eh, se ve lo racconto io poi vi perdete il gusto di leggere Tonani!
Però vi dico che prima mi sbagliavo: in questo cimitero troviamo la Robredo, che non è morta.
E (a-ha!) scopriamo di trovarci sulla banchisa polare. Quanta strada, dal deserto del primo racconto!

Ed ecco che arriviamo al capitolo finale, in cui si conclude una parte della storia. Una parte, perché Mondo9 è grande, e sicuramente ci sarà spazio per mille altre avventure.
Comunque, in questo racconto torniamo nel deserto a bordo dell’Afritania , in vista del porto di Mecharatt, dove conosceremo meglio il morbo.
Come, “quale morbo”? Quello che trasforma la gente in metallo, no? Avete letto fino a qui e non vi siete ancora fiondati in libreria? Vergogna!

Ah: ho detto che si è in vista del porto, non che ci si arriva. La cosa mica è scontata, ma lascio a voi il piacere di scoprire cosa succederà. Vi cito solo una famosa frase di Lovecraft: “non è morto ciò che può vivere in eterno, e in strani eoni anche la Morte può morire”. Se avete capito, allora vi ho fatto uno spoiler. Se non l’avete capito, meglio.

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Incubo dopo incubo si svolgono le vicende su Mondo9, un mondo spietato, ma uno fra i mondi più belli che abbia mai visitato.

Intendiamoci: bello perché ha un suo carattere, una sua conformazione ben precisa. È un mondo descritto così bene da risultare possibile.

Vogliamo trovare un punto negativo? Il linguaggio. Perché è troppo curato, per questo mondo. Vi faccio un esempio: al di là che mi piacciano i borborigmi delle tubature, o il sole che ti pugnala alla schiena, se un ragazzino vede suo padre scomparire (anzi, proprio non lo vede più di punto in bianco), con la quasi certezza che la nave se lo sia mangiato, lui non è che ha la freddezza di cadere e pensare che deve togliersi di dosso la sabbia perché è velenosa, e tanto meno si metterà a fare il periplo della nave!

No, dai Dario, un ragazzino di circa 11 anni che vive un’esperienza del genere se ne frega della sabbia e corre disperato a cercare il padre, fregandosene della pioggia o di toccare il metallo della nave! (Per esempio, eh!)

Ma è solo un piccolo peccato veniale, dai. Perdonato e promosso a pieni voti!

Bene, cari lettori, a me questo libro è piaciuto molto, mi sono divertito a leggerlo, ci ho trovato dentro un sacco di cose.
Volete un consiglio? Affrettatevi a divorare questi racconti, prima che siano i racconti a divorare voi.

A presto!

(Illustrazioni F. Brambilla)

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