IntervEsta a Riccardo Dal Ferro (la seconda, eh!)

Image and video hosting by TinyPic

Lo so, cari lettori, lo so.

Avevo già intervistato Riccardo Dal Ferro, ma allora era solo un giovane blogger.

Ma ora è diverso. Riccardo non è più un giovane. Ed è riuscito a diventare un autore.

Piano con le parole, io sono giovanissimo, e nonostante all’anagrafe insistano a dire che ho ventisette anni io sono certo di averne al massimo dodici. Li compio domani, tra l’altro. Fammi gli auguri.

Ok, domani ti farò gli auguri.

Dopo due antologie che riproponevano i racconti già proposti su “Sotterfugi”, oggi è anche autore del romanzo a episodi “I Pianeti Impossibili”.

Riccardo, tu certamente conosci già il rito, ma consuetudine vuole che io te lo riproponga. E sappi che lo farò ancora e ancora, dovessi intervistarti mille e mille volte.

Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Se rispondessi davvero sinceramente dovrebbe intervenire la polizia, fors’anche l’esercito. Se dovessi rispondere esaustivamente, allora a te servirebbe uno psicologo, a me un esorcista, ai lettori qualche mese. Quindi, mi limiterò a mentire: sì, risponderò sinceramente (ops) ed esaustivamente.

Ne sei sicuro?

No. Sì. Cioè, sì. No. Chi? Quando? Perché la gente mette in giardino quei nani in gesso? Quanto vale il dollaro su Alpha Centauri? Sì. Curo.

Non credo ci sia risposta alla tua domanda. Quella sui nani, intendo.

E su Alpha Centauri il dollaro vale esattamente mezzo sguhhk.
Allora, se sei pronto giuralo! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra, se hai coraggio! (è la stessa dell’altra volta, tranquillo. Era morta allora, è morta pure oggi, non morde.)

In effetti, la mosca che va in putrefazione non viene mangiata da altre mosche. Mica sono cannibali le mosche. Oppure sì? Giuro, davvero.

Le mosche non vanno in putrefazione, si seccano e basta.
Prima di cominciare ti chiedo: perché ti sei presentato con quella foto?

Quella non è un’immagine, scherzi? Quello è un mio racconto, scritto con altre migliaia di mosche morte, tritate e polverizzate, poi usate come inchiostro. Il caso vuole che le parole di questo racconto abbiano formato un’immagine che mi somiglia sorprendentemente. Come vedi, non sto bene, quindi passiamo oltre.

Che tu non stia bene è la norma. Intendi dire che stai come al solito o peggio?

Il solito non esiste. Il solito è noioso. Il solito mi sta stretto. Di solito.

Ottimo, dai. Come al solito.

Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

E che cacchio, ma leggono gratis? Eh no, fatemi un bonifico!

No, hanno già subito torture da parte mia. Non possono non leggere.

Tu fidati, non indagare oltre.

Senti, le domande sul blog non posso fartele. Inizieresti a chiedermi “quale blog?”, e finiremmo a parlare di semantica e dei settordici blog che hai aperto, uno per ogni progetto. E allora ti chiedo:

come fai a non ingarbugliarti nella rete?

Non sono ingarbugliato, io sono epidemico. I miei non sono progetti, sono virus, pandemie, contagio. Le idee si diffondono in maniera parcellizzata e capillare, senza identità. Scappano ovunque, vengono viste, respirate, assimilate, e creano una pestilenza senza nemmeno che voi ve ne accorgiate. Io nel web sono ovunque, sotto le forme più disparate (qua ci metterei una risata malefica, tipo BWAHAHAHAHAH). Il caso vuole che il contagio abbia creato un ganglio virale proprio in questi giorni, un non-luogo che racchiude (e racchiuderà) tutte le mille forme in cui appaio nel web: www.riccardodalferro.com

Ecco, lì sto iniziando a mettere ordine.

Allora, omonimo, come ti è venuto in mente di raccontare ben trentacinque pianeti?

Trentacinque? Ma come trentacinque? Sono trentasette pianeti, elevati al quadrato di un battibecco venusiano e al numero phi che corrisponde circa a 1,6180339 e vattelapesca, poi sottratti alle mie personalità multiple che durante il viaggio de “I pianeti impossibili” trovano libero sfogo, infine suddiviso per 44 gatti in fila per quattro così non facciamo casino, ed ecco che abbiamo il risultato… cacchio, hai ragione! Trentacinque pianeti che sembrano trentasette, o forse trentasette che sembrano trentacinque, chi lo può dire?

Senti, siccome due mi facevano proprio schifo, ho strappato le pagine. È mio diritto di lettore poterlo fare. Sulla mia copia ci sono trentacinque racconti. Qualche problema?

Le conseguenze saranno terribili. I pianeti sono maledettamente permalosi, i due che hai strappato te la faranno pagare cara. In sguhhk sonanti.

La prima volta non si scorda mai. Cos’hai pensato quando:

a) hai avuto per la prima volta fra le mani, tutti insieme in bella copia, i tuoi pianeti impossibili?
b) hai fatto la prima dedica?
c) hai venduto il primo libro?

La prima volta non si scorda mai, ma solo se usi la chitarra giusta.
Comunque, non chiacchieriamoci in perdite, rispondo punto per punto:

a) devo togliermi dalla corsia di emergenza dell’autostrada (la consegna è stata, diciamo, “volante”);

b) come cacchio si fa a scrivere a mano? (sai, da anni ormai scrivo tutto a tastiera, l’imbarazzo di scrivere “buon viaggio” a mano e vedere che si leggeva “burghtbi sidfhvie” è stato grande);

c) non ho il resto (e non era vero).

Senti, quando mi hai dato la mia copia del tuo romanzo, prima di lasciarmelo prendere mi hai chiesto che ti dicessi quale fosse il mio pianeta. Ti ho già detto che, per certi versi, il mio pianeta è Uru. (voi che leggete, se volete scoprire Uru dovrete comprare il romanzo!)

A mia volta ti chiedo: qual è il tuo pianeta?

Questa è una domanda scorretta, cacchio. Lo sai che appena dico “il mio pianeta è Rakma, quello della guerra eterna”, poi torno a casa e ci sono Brux, Vardad e Pormide che mi pisciano nella minestra? E se dico “il mio pianeta è Gargantula, popolato di insetti” mi trovo Orea e Calamaia che mi mettono il dentifricio nelle ciabatte mentre dormo? Non puoi farmi questo, su, quei pianeti sono fottutamente gelosi, cattivi e vendicativi, tu non vuoi che io subisca le conseguenze della mia risposta, vero?

Avanti, su! Ti ho fatto una domanda, e tu sei sotto giuramento.

E allora sei proprio stronzo. Il mio pianeta è… il mio pianeta è… Subernia!

Vuoi spiegarci anche il perché?

Perché mi piace la frutta, e la frutta che cresce su Subernia è… molto speciale, ma mica dico altro altrimenti il mio libro poi non lo comprano più.

Cambiamo argomento: a parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi allo scrivere? Perché negli anni i gusti personali possono cambiare.

Ti sorprendo: il mio lavoro di scrittura ora è al 90% mattutino, scrivo dalle 8 alle 12 ogni giorno. Lavorando io di pomeriggio e sera, ho fatto di necessità virtù. La musica è come sempre parte integrante della mia scrittura, ti dirò che anzi a volte mi sembra che sia la musica a “suggerirmi” i racconti, come se scrivere significasse tradurre lo stimolo sonoro. Da un anno a questa parte sono molto preso da elettronica e post-rock. Ogni pianeta ha la sua musica, me le ricordo tutte le canzoni corrispondenti a ognuno.

Ok, sorpreso.
E, senza barare, ricordi cosa mi hai risposto l’altra volta?

Durante il periodo di Sotterfugi ero molto preso dai System of a Down, molti racconti sono nati sotto le loro note. Ma non ricordo se ho citato anche altri artisti. Di certo era musica… scatenata!

Ci hai quasi preso. Cito testualmente: “Le influenze musicali possono essere di ampio raggio: andiamo dalla musica classica, in quei lavori che vorremmo mantenere più “gotici”, fino ad arrivare alla Nu Metal dei System of a Down, per quei racconti più pregni di azione.”

E senti, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui ti metti a creare luoghi, personaggi e situazioni?

La mia stanza è fatta di libri. Ed è piuttosto ordinata pure, cosa che contrasta molto col disordine metodologico che pervade il mio stile narrativo. I libri che mi circondano sono come la musica: stimoli narrativi. Mentre scrivo, faccio pause in cui prendo in mano altri autori, leggo qua e là, mi metto in “ascolto”, cosa che tutti coloro che scrivono dovrebbero saper fare.

A questo punto, in genere chiedo il famoso racconto di trenta parole, un disegno, una scorreggia… insomma, un segno del passaggio del poveraccio dell’artista di turno. Stavolta invece ti chiedo un pianeta. Riusciresti, in cinque righe, a darmi il Trentottesimo Pianeta?

Karotide è l’unico pianeta cilindrico al gusto di liquirizia. È abitato da globuli rossi dipinti di viola che amano giocare a BrulikBall: si inizia con una palla enorme che a ogni calcio si frammenta in sedicimila palle, e così via. Vince chi ricompone la palla. Essendo impossibile, nessuno vince.

Grazie. Infinitamente onorato. (forse, non lo so, potrei cambiare idea.)

Io invece sono infinitamente ornato. Vedi? Ho tre anelli. E Tolkien non c’entra niente.

Ma… Riccardo, restituisci subito gli anelli a Saturno!
Ma dimmi te! Ora uno si monta la testa e si mette a giocare coi pianeti solo perché ha scritto un paio di pagine buone!

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Come si chiama il narratore senza nome de “I pianeti impossibili”?

E la risposta è…?

Faber Fruit, ma non ditelo a nessuno!

Manterrò il segreto. O il secreto.
E ora… una domanda per me. Quello che vuoi, dai!

Perché non scrivi un pianeta impossibile?

Vuoi un pianeta impossibile? E allora, cari lettori, mi tocca parlarvi di Flex, il pianeta di gomma.

Perché dovete sapere che lì i pensieri sono elastici, le persone flessibili, e le donne morbide.
Nessuno potrebbe suicidarsi buttandosi dal quarto piano, perché rimbalzerebbe via, andando a finire chissà dove.

Questo pianeta gira attorno al suo sole con un periodo equivalente ai nostri quattro mesi, quindi non è strano imbattersi in bimbi di venticinque o trent’anni.

Ecco, accade due volte l’anno che l’orbita di questo pianeta intersechi le due orbite parallele dei pianeti gemelli Ard1 e Ard2, e siccome le orbite sono così vicine che portano i due gemelli quasi a toccarsi, tanto che sembra che vaghino per lo spazio tenendosi per mano, il pianeta Flex deve stiracchiarsi, divenire una lente, estendendosi con una rotazione centrifuga sul piano orizzontale.

Per questo esistono su Flex dei buchi in cui infilarsi per allungarsi assieme al pianeta.

Capita a volte che qualche Flexiano non riesca a infilarsi in tempo in uno di questi buchi, di conseguenza non è insolito neppure trovare Flexiani su altri pianeti nell’Universo.

Ma ora è venuto il momento di salutarci. Grazie per il tempo che mi hai dedicato, è stato un piacere averti ospite qui da me.

Grazie a te e a tutti quelli che sono stati molto male, leggendo questa intervista. Spero che col libro abbiate più fortuna!

Certamente il libro è migliore.

Salutiamo il buon Riccardo, che ci ha tenuto compagnia, e arrivederci a presto.

Alla prossima, cari lettori!

E, a proposito dell’intervEsta… beh, è una vecchia storia.

Annunci
Categorie: Domande usate per interviste nuove | Tag: , , , , , | 2 commenti

Navigazione articolo

2 pensieri su “IntervEsta a Riccardo Dal Ferro (la seconda, eh!)

  1. L’ha ribloggato su Riccardo Dal Ferroe ha commentato:
    Il Venditore di Pensieri usati ha voluto intervistarmi.
    Di nuovo.
    Se volete farvi due risate, leggete questo delirante scambio di idee.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: