Archivi del mese: febbraio 2016

Intervista a Diego Cocco

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Cari lettori, care lettrici, bentrovati. Voglio presentarvi un collega, un amico, un autore che ho conosciuto anni fa quasi per caso sul posto di lavoro… insomma, voglio farvi conoscere Diego Cocco.

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità.

Ospitalità? Sei un ben strano tipo, se ritieni “ospitale” me, che ti lascio lì seduto sulla sedia chiodata… D’altronde, in qualche modo devo costringerti a rispondere.

Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Accetto.

Ne sei sicuro?

Sì, in genere mi piace accettare. Il titolo della raccolta non è un caso.

Si, la vecchia battuta dell’”accetta”. Sappi che io non lascio l’uscio se tu non lasci l’ascia!

Allora giuralo su… vediamo…
Ecco! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Ecco cos’era questa puzza di carogna. Lo giuro (e spero nella clemenza degli avvoltoi).

Anche tu con sta storia! La puzza di carogna è quella dei miei piedi. La mosca è secca. Secca, lo capirete mai voi intervistati? Gli insetti si seccano! Quella mosca si è seccata di stare in fila, e ora sta lì, immobile. E non puzza.

Ma lasciamo perdere queste precisazioni, ormai sono stufo di spiegarvelo. Se volete capirlo bene, altrimenti sono broccoli vostri.

Senti, Diego: perché ti sei presentato con quella foto?

Adoro il cappello, l’ho pagato una follia.

Lode Lode al Dio Cappello!
Ottimo, dai. Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità.
Credo di aver appena avuto un dejà vu…

Parliamo giusto un attimo del tuo libro: come nasce l’idea?

L’idea nasce dall’esigenza di allontanarmi dagli stereotipi della scrittura “classica” per intraprendere un sentiero nuovo, libero dalla gabbia di regole nel quale il mondo dell’editoria sembra voler confinare la creatività. Racconti in versi, poesie, pensieri, annotazioni: ancora adesso, a distanza di quasi due mesi dalla pubblicazione, c’è chi si ostina a voler etichettare il mio lavoro. Ovviamente, ognuno mette sul piatto una definizione diversa. È divertente.

Quando ti è venuto il pallino di scrivere?

1. Quando ho letto una quantità sufficiente di robaccia messa in circolazione senza pietà.

2. Quando ho parlato con persone che avevano letto quella robaccia, definendola capolavoro.

3. Quando un mio collega, di cui non farò il nome, mi ha proposto di scrivere un “romanzo” (le virgolette sono d’obbligo) a quattro mani.

Temo di conoscere collega e romanzo di cui al punto “3.”. Sono d’accordo con te che è meglio dimenticare. Il badile lo porti tu, però.

La prima volta non si scorda mai.
Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato la tua opera a un editore?

Dover sborsare 1.300 euro per pubblicare un lavoro per cui hai sacrificato tempo, famiglia, intelletto e tutti i diavoli della speranza? Un vero affare…

L’editoria a pagamento spaccia illusioni a chi è già incline all’illusione.

Come già detto in altre interviste, l’editoria a pagamento è un male che bisognerebbe estirpare. Purtroppo, fin che esiste la gente ci casca.

E, parlando di altri scritti (perché ce ne sono tanti, ma tanti, ma tanti…), dove vai a pescare la tua ispirazione?

Sguardi, reazioni, il rumore dell’acqua nella grondaia, invidia, attesa, la tenacia degli ottantenni, colpi bassi, sorrisi, bugie profonde, il traffico all’ora di punta, vite condotte su binari obbligati. Ogni scenario, ogni sensazione è buona per dipingere con le parole il mio stato d’animo. A volte mi capita di tenere in mente una frase tutto il giorno, finché arriva l’ora giusta per scriverla. Anche se i miei racconti in versi sembrano dettati da pensieri urgenti, non è così. Ogni parola ha un significato profondo e diversi piani di lettura. Purtroppo qualcuno si ferma al primo strato, quello più superficiale, ma si tratta di una questione soggettiva, dettata dalla sensibilità di ognuno di noi.


La tenacia degli ottantenni mi piace assai. Non hanno più molto tempo da vivere, e si dilettano a guastare quello altrui. Per esempio andando in posta alle 18, o dal medico alle 7.30 di mattina. O facendo la spesa di sabato, assieme comunque a tutte quelle categorie di persone che non possono fare ste cose in orari diversi. Ma stiamo divagando, torniamo a noi.

Domanda extra: continui a dire “io dopo questo smetto”, ma sembra quasi che tu abbia avviato una macchina che si autoalimenta: hai partecipato a talmente tanti eventi, manifestazioni e concorsi che ci sono un sacco di tuoi racconti in giro, e capita a volte che tu vinca qualcosa a tua insaputa, o che tu venga chiamato da una casa editrice per essere pubblicato. Come ti senti a riguardo?

Sono i racconti che chiedono di essere scritti. Non posso farci niente, se non assecondare (e ringraziare) la preziosa macchina che hai menzionato.

Quindi, nonostante tutto ti ci diverti.

E ora torniamo sul personale. A parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi ai tuoi scritti?

Quando scrivo lo faccio nel silenzio più assoluto: mi piace seguire la musica della tastiera. A volte, se riesco a ballarci insieme nel modo giusto, lo spettacolo va avanti per ore.

Il ticchettio dei tasti spesso è una droga, mi trovi d’accordo. Capita pure a me di mettermi davanti alla tastiera e andare avanti per diversi giri di orologio.

E, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui scrivi?

Mi sono ricavato un angolo del sottotetto per i momenti migliori, invaso dai libri e con il giusto tanfo di solitudine. Ma d’inverno è troppo freddo, il notebook preferisce il divano del salotto…

E sveliamo una cosa di te: parlaci un po’ della tua pipa, dei pensieri che il fumo fa emergere dal profondo del tuo animo.

Fumo la pipa osservando la città immersa nella notte. Da casa mia vedo i lumini del cimitero e le auto che sfrecciano impazzite; un paradosso confuso in una nuvola di fumo dal quale emerge la domanda ricorrente: in quale tranello infernale siamo caduti?
Nessun tranello, è solo vita.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense (come ce ne fosse bisogno) a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese o farmi un disegnino… insomma, vedi un po’ tu!

Diego Cocco scrive. Diego Cocco utilizza la tastiera come strumento di libertà. Fra qualche anno sarà un autore di fama mondiale e i suoi libri venderanno milioni di copie. Ma anche:

Diego Cocco resterà all’ombra del grande albero delle lettere, continuerà la vita di sempre e dovrà sputare sangue per guadagnarsi una vecchiaia decente; ma scriverà alla grande perché, forse, nella sofferenza dell’uomo è nascosta la vera consapevolezza.

Ahi, dovevano essere trenta parole…

Dovevano, si. Sono 73. Adesso passa dieci volte sopra i calabroni ardenti. Così, senza un motivo preciso. Almeno ringrazia, che puoi alzarti dieci minuti da quella sedia.

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Ce ne sarebbero tante. In generale quella che sogno da una vita è: “Credi che sia arrivato il momento di farmi i c…i miei?”

E la risposta è… ?

Certo che no, ma rimani pure fermo lì, sui binari.

E ora, spazio a una tua domanda per me. Prenditi pure una rivincita, rispondo a (quasi) tutto!

Non amo le rivincite. Se ho perso significa che non sono stato all’altezza del gioco.

Cosa ne pensi?

Che qui comunque non c’è nulla da perdere, tranne, forse, la dignità. Ma bisogna vedere se uno ce l’ha, la dignità.
Ecco, già essere qui denota che tu ne abbia, e non ne hai perduta. L’unica cosa che hai lasciato qui dentro è una vena di triste ironia.

Bene, grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog.

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità.

Continuo ad avere lo stesso dejà vu…

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori! E ora… tutti a leggere “Lame Senza Memoria”!

E, se volete, potete contattare Diego su questi luoghi: facebook e WordPress.

Alla prossima, cari lettori!

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La Strana Biblioteca (****)

di Haruki Murakami

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edizione: Einaudi
75 pagine
iniziato il: 13/02/2016
finito il: 14/02/2016

Bentrovat* car* lett*i! (politically uncorrect, per non star lì a scrivere lettori, lettrici, differenziare i generi. Oggi mi gira così.)
Credo che, dopo un anno poco prolifico, stia tornando a riempire questi spazi.
E ciò è un bene. Almeno, lo è per me.

Mia moglie è passata in biblioteca, qualche giorno fa, e si è portata a casa i soliti 3 romanzi. Lei legge molto più di me, tanto che potrebbe aiutarmi ad arricchire queste pagine con quello che non leggo io, perché amiamo generi differenti, solo che non ne ha voglia.
Dicevo, viene a casa con tre romanzi e, come raramente accade, uno di quelli mi incuriosisce. Ecco quindi che glielo rubo e in due giorni me lo leggo, e insomma, sono qui a parlarne.

“Ma che cos’è la strana biblioteca?”, vi starete chiedendo.

Ebbene, la strana biblioteca è un raccontino di meno di 73 pagine. Meno, perché la metà circa è fatta di disegni. Schizzi, invero, ma ciò che importa è che solo la metà delle pagine è scritta.

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Ecco, roba del genere, ma meno comprensibile.
Parla di un ragazzo che viene imprigionato nei labirintici sotterranei della biblioteca del paese. Tutte le biblioteche sono così, gli dicono.
Deve imparare a memoria tre grossi volumi di diritto tributario nell’impero Ottomano. Se vi chiedete il perché, è presto detto: uno strano bibliotecario che vive nel sotterraneo deve succhiargli il cervello, e gli piace che sia morbido. Un cervello è morbido se contiene nozioni, da qui il motivo di imparare a memoria i tre tomi di cui sopra.

E non vi racconto altro, che il racconto è breve e si legge in un’ora. E ho iniziato e finito in due giorni diversi perché l’ho letto a cavallo della mezzanotte, e aNobii considera due giorni.
Si, ok, il vecchio aNobii, perché il nuovo prevede di poter inserire date a caso, ma sorvoliamo.

Vi dirò invece che il libro si divora per via del ritmo incalzante, di quell’atmosfera onirica, una rara abilità di incantare il lettore.

Ecco, non avevo mai letto Murakami prima di oggi, e sebbene tutti invitino a leggere qualcos’altro prima di questo, io l’ho letto ugualmente per primo.
Perché questo avevo sottomano, questo mi ha incuriosito, e questo ho letto.

Ecco, è tutto. Oggi ho riempito la pagina di chiacchiere, ma devo riprenderci la mano, quindi portate pazienza. Il prossimo invito alla lettura sarà, spero, più articolato.

Alla prossima, cari lettori!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata, Varie ed Eventuali | Tag: , | 4 commenti

Alessia Palumbo – intervista a un’esordiente

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Cari lettori, care lettrici, bentrovati. Oggi voglio presentarvi Alessia, un’autrice esordiente che ho conosciuto per colpa di questo blog. Ecco, lei voleva che io leggessi il suo romanzo, io ho acconsentito, e come al solito ho iniziato a romperle le scatole inviarle qualche mail, giusto per fare conoscenza, sciogliere il ghiaccio, prepararla a questa cosa folle che lei ha accolto di buon grado.
Come si suol dire: mal che si vuole, non duole.

Ciao Riccardo! È davvero un piacere per me essere qui. Ti ringrazio per lo spazio e il tempo che mi hai dedicato.

Il piacere è mio. Non sono sicuro che per te lo sarà altrettanto. Ma perché diavolo mi hai rimandato il documento “giustificato”? A me piace allineato a sinistra!

Vabbè, dai. Accontentiamo questo tuo capriccio, e vediamo se WordPress accetta la cosa.

Se vuoi rimettere il testo allineato a sinistra nell’intervista fai pure! U-U Ma se il testo non è allineato mentre scrivo mi sembra di impazzire.

Affari tuoi.

Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Accetto senza riserve.

Ne sei sicura? Potresti pentirtene, sai?

Tanto ormai è tardi per tornare indietro, no?

In effetti lo è.

Allora giuralo su… vediamo…

Ecco! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Ah, non vale! Questa l’ho già sentita.

Per forza l’hai già sentita: è un rito obbligatorio per tutti quelli che passano di qua. Se non giuri sulla mosca, nessuno crederà a una sola delle parole che dirai.

Ma io non vedo nessuna mosca, si deve essere decomposta diverse interviste fa.

Gli insetti, in genere, si seccano. Specie se devono fare la fila alle poste.

Prima di cominciare (anche se in realtà stiamo già cominciando) ti chiedo: perché ti sei presentata con quella foto?

È la foto scattatami durante la presentazione ufficiale del libro del 28 novembre scorso. Ci sono sia io che il libro, e penso che mi rappresenti bene. Inoltre, verrò bene in una foto all’anno, quindi diciamo che era una scelta praticamente obbligata!

In effetti ci sei tu, c’è il libro, un titolo che spiega che cosa stavi facendo e la data in cui l’hai fatto. Solo una cosa: chi stavi fulminando con quello sguardo?

Quella è la mia faccia normale -.-‘

Ah. Pazienza, dai.

Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao a tutti! Proseguite a vostro rischio e pericolo. Non mi prendo la responsabilità per eventuali attacchi epilettici.

Brava! Questo è lo spirito! 😀

Parliamo giusto un attimo del tuo libro “I Due Regni“: come nasce l’idea?

Sembrerà strano o buffo, ma l’idea del mio libro nasce da un sogno. Certo, scrivevo da tantissimi anni, ma mai avevo trovato una storia ai miei occhi degna di essere un romanzo. Poi, durante il marzo del 2011, nel mio mondo onirico venni fulminata da una visione che mi suggerì l’argomento principale del romanzo; l’odio verso i maghi. Poi tutto il resto è venuto dopo.

Cioè, fammi capire: stavi dormendo, hai fatto un sogno in cui la gente odiava i maghi, ti sei svegliata che non riuscivi più a stirarti i capelli tale era la folgorazione, hai preso carta e penna e hai vergato cinquecento (!!) pagine di romanzo?

Di tutte le cose strane che mi è capitato di sentire, questa è una fra le più incredibili!

E invece è stato proprio così! Certo, prima di avere il romanzo che leggiamo oggi ho scritto tre precedenti versioni che poi ho scartato. Ma ormai sono passati quasi cinque anni da quel sogno, eppure me lo ricordo ancora alla perfezione.

Non ho detto che non ci credo, ho detto solo che la cosa è strana.Comunque, a me adesso interessa la tua persona, non la tua opera. Per la tua opera ci sarà spazio in un altro articolo, in un altro momento. Per esempio, quando avrò finito di leggerti. (Si, cari lettori, in questo momento sto ancora leggendo il suo pachidermico romanzo. In senso buono, eh… Alessia… per cortesia, posa quel trapano a percussione… ecco, brava.)

Quando ti è venuto il pallino di scrivere?

Scrivo da quando avevo otto anni circa. Era un modo per costruire un mondo mio in cui potermi rifugiare. Da allora non ho mai smesso.

No, beh… mai smesso è grossa. Avrai pure dormito, mangiato, fatto la doccia…

Chiedo scusa. Dicevo, conosco un pochino il mondo della scrittura, e a volte la necessità di creare nuovi mondi è davvero urgente. Scrivere è liberatorio, e spesso è un modo per fuggire dal mondo reale. Tutto sommato, scrivere è come fare un viaggio, specie quando non si ha un’idea ben precisa in testa. Spesso si inizia sull’onda di un’emozione, o di un’idea, e la storia si srotola da sola fino alla conclusione. E si scrive di getto, curiosi di sapere come andrà a finire.

Poi, eh, non è detto che sia una bella storia, a volte non viene neppure salvata, ma tant’è…

Ma sto divagando. Invito ognuno di voi a superare la timidezza e l’imbarazzo del foglio bianco e iniziare a scrivere la prima cosa che vi viene in mente, giusto per capire quanto scritto sopra.

Torniamo a noi: la prima volta non si scorda mai.

Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato la tua opera a un editore?

La trafila per pubblicare è stata lunga ed è durata più di un anno e mezzo. Quando ho terminato il libro, non ero in grado di aspettare che qualche editore lo trovasse e lo pubblicasse. Ero molto inesperta del mondo dell’editoria e pensavo che sarebbero stati gli altri a venire da me. Neanche un’ora dopo aver digitato l’ultimo punto, ho pubblicato il libro su LULU. Dopo diversi mesi mi sono resa conto che ero stata troppo ingenua, e così ho cominciato a cercare un editore. Ho ritirato il libro e ho visitato fiere ed eventi editoriali, parlando faccia a faccia con le persone che avrebbero preso in considerazione il mio libro. È stato emozionante poterne parlare per la prima volta. Ma l’emozione è scemata in fretta quando ho scoperto le case editrici EAP e tutto il resto. Ma questo meriterebbe un discorso a parte.

Vi inviterei a leggere un certo manuale sull’Editoria, cari lettori, ma non sarebbe carino parlare dei libri di altri autori in questa intervista. Comunque sì, l’EAP (editoria a pagamento, NdV) è un male che sarebbe necessario estirpare.

Sono perfettamente d’accordo con te. Non capivo come mai qualcuno mi chiedesse migliaia di euro e quattro anni del mio lavoro, ricevendone pure in cambio il guadagno che gli avrei portato.

Secondo me ci sarebbe da fare informazione a tappeto. Così tutti capirebbero che se il proprio romanzo è valido, allora ci sarà una No Eap (come la mia) disposto a pubblicarlo.

Esatto. Scrivere, seppur piacevole, è comunque un lavoro. Ci vogliono tempo, dedizione e costanza.

Ma non parliamone, dai, non avveleniamoci l’anima e andiamo avanti con le domande. Parlando di altri scritti (ne hai, vero?), oltre che de “i due regni”, dove vai a pescare la tua ispirazione?

Sì, ho sempre scritto tanto. Soprattutto, non ho mai smesso di farlo da quando ho cominciato, quindi colleziono fra quaderni, diari e hard-disk quasi quattordici anni di scritti. Tuttavia, credo che nessuna di queste storie vedrà mai la luce. Nonostante le ami, le giudico un “campo d’addestramento” per la saga a cui sto lavorando.

Molte delle mie ispirazioni derivano da sogni, proprio come è successo per la storia di Farwel. A volte invece bastano eventi di vita quotidiana a cui assisto per innescare nella mia mente il processo di generi di una storia o un racconto.

Le storie che nascono da eventi realmente vissuti sono sempre le più belle, per quanto parafrasate o distorte. Non è che ce ne regaleresti una?

Una volta sul treno ho visto una signora a cui era rimasta incastrata la borsetta fra le porte. Mi è venuta in mente una città steampunk in cui tutto era governato da una macchina gigante. Certo, un’idea molto abusata, ma non era altro che un esercizio di stile.

Il nesso? No, non chiedermelo. Non ti saprei rispondere.

Più che Steampunk sembrerebbe una cosa Cyberpunk. Un cervellone centrale che governa tutto… e a un certo punto impazzisce.

A proposito di generi letterari: domanda extra, e qui casca l’asino. In Italia ci sono più scrittori che lettori. Tu quanto leggi?

Ahimè, temo di essere d’accordo con la tua considerazione. Un lettore in Italia viene considerato “fortissimo” – se non ricordo male le scorse statistiche che ho letto – quando completa almeno 5 libri all’anno, eppure in altrettanto tempo in Italia escono circa 65.000 libri.

Io, quando non ero così impegnata con gli esami universitari come lo sono ora, leggevo circa un libro alla settimana. Adesso se riesco a completarne uno ogni 2/3, posso considerarmi fortunata. Penso che sia davvero impossibile essere buoni scrittori senza essere grandissimi lettori. E non dico semplicemente per acquisire idee, nozioni o ampliare il proprio lessico, ma anche per confrontare il proprio stile a un grande nome, per assorbirne la capacità di descrizione e la naturalezza dei dialoghi.

Beh, dai. Un libro ogni due o tre settimane è una discreta media. Alla fine sono 12 settimane che avanzano, quindi circa 16 libri l’anno come minimo. Per una che studia e che scrive è una buona media.

Sì, ma non mi sento comunque soddisfatta del risultato. Vorrei leggere di più, usando anche il treno per andare all’università. Ma durante il tragitto spesso studio e la collaborazione con la casa editrice mi porta via tantissimo tempo anche adesso, col libro già pubblicato.

Il postulato precedente non cambia.

E ora torniamo sul personale. A parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi ai tuoi scritti?

Ahimè, la notte non mi porta mai consigli. Preferisco scrivere la mattina presto, e le idee migliori mi vengono in mente quando cammino. So che è stranissimo, ma camminare mi aiuta molto a formulare nuove idee.

Per quanto riguarda la musica invece; amo ascoltarla in ogni momento della giornata, ma non quando scrivo. Allora ho bisogno di silenzio assoluto. Mi piace che ad accompagnarmi ci sia solo il suono delle dita che battono sulla tastiera.

Eccola là, la pensi quasi come me: la notte è fatta per dormire. Aggiungerei: la mattina pure. Specie d’inverno: il piumone arriva ad avere un peso non indifferente, e io non vorrei sforzarmi troppo per toglierlo… ma bisogna.

Pazienza, se non ci si alzasse da letto la giornata non inizierebbe, e non porterebbe con sé le sue cose belle.

Purtroppo bisogna. Anche se le mie giornate ultimamente mi portano solo tantissime ore di studio per gli esami imminenti.

Dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui scrivi?

Scrivo direttamente dalla mia camera, lavorando con un PC fisso. Mi basta che ci sia lui e la mia tastiera preferita, e poi mi sento rilassata e pronta per mettermi al lavoro.

Ok, benissimo, ma non ci hai detto cosa c’è in camera tua. Letto, finestra e scrivania, come tutti. Poi?

Oltre queste cose ci sono solo gli scaffali con i miei libri e i manga.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense (come ce ne fosse bisogno) a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese o farmi un disegnino… insomma, vedi un po’ tu!

Ah! Difficilissimo è per me scrivere a comando. Ma se mi è concesso usare 100 parole, al posto di 30, vorrei inserire un drabble che ho scritto qualche mese fa. Per chi non lo sapesse, un drabble è una storiella autoconclusiva scritta in esattamente 100 parole. Questo testo in particolare sta partecipando a una selezione per un concorso, ma ormai hanno già scelto 96 racconti su 100, e credo che sia abbastanza improbabile che scelgano proprio il mio.

Nell’attesa mi struggevo e mi disperavo. Nel lento incedere del tempo sospiravo lentamente.

Avevo atteso fino a quel momento; adesso l’infinito procedere di giorni sarebbe terminato. I miei polsi e le mie caviglie erano legati con dure cinghie di cuoio che mi impedivano ogni movimento. Alla mia destra un prete faceva il segno della croce. Un uomo diede conferma con un grave cenno del viso. Ora, nei miei ultimi momenti, desideravo arraffare e godere di ogni attimo di angosciosa attesa, di averne ancora di cui lamentarmi.

Respirai lentamente, nell’ultimo, strozzato e indistinto, alito di un condannato a morte.”

Spero che vi sia piaciuto!

181 parole totali. Hai sforato! Lo spazio qui sopra poteva contenerne solo trenta. Adesso, come pegno, fai 151 saltelli su una gamba sola, per differenza. No, non puoi cambiare gamba!

Non basta essere a dieta? Devo pure farti i saltelli?

Si.

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Vorrei che qualcuno mi chiedesse “Sì, ho letto il libro e tutto il resto, ma “I Due Regni”, che cosa sono? Non ce n’è alcuna traccia per tutto il romanzo, e se sono il titolo della saga, devono pur avere un significato!”

Non so, mi è sempre sembrato strano che nessuno mi avesse fatto mai questa domanda, anche dopo aver concluso il libro.

Non mi sembrava di avertene chiesto il motivo.
E la risposta è… ?

Ovviamente la risposta è un segreto! Cosa sono questi fantomatici “Due Regni” si scoprirà alla fine del secondo romanzo. Un po’ sadico, vero?

E ora, spazio a una tua domanda per me. Prenditi pure una rivincita, rispondo a (quasi) tutto!

Ecco, mi sforzo per fare chissà quale meravigliosa domanda e invece so che sarà davvero banalissima e ti cascheranno le braccia per tutte le volte che ci avrai dovuto rispondere, quindi tieniti forte!

Che cosa provi ogni volta che un giovane esordiente come me (sia in ambito letterario, sia artistico che musicale), bussa alla tua porta virtuale?

In realtà è sempre una grande emozione. Significa pur sempre che a qualcuno sono piaciuto, è una conferma del fatto che sto lavorando bene. È un onore, per me, venire preso in considerazione da un autore, esordiente o professionista che sia. Perché anche gli esordienti che riescono a farsi pubblicare da un vero editore devono aver scritto qualcosa di veramente buono.

Questo, ovviamente, per quella categoria di artisti che si presentano con un minimo di cortesia e con qualcosa di carino in mano. Come te, per esempio, che mi hai scritto un buffo romanzo per presentarti, e mi hai presentato il romanzo con rara completezza di informazioni. (Si, mi è piaciuta molto la tua timidezza iniziale.)

Perché c’è chi mi scrive dicendo “ciao, ho scritto un libro, lo trovi su Amazon a settordici centesimi di euro.” Giuro, mi è capitato che si dimentichino pure di scrivere il titolo, dalla fretta! Ecco, quando mi capitano cose del genere, mi faccio una risata e cestino la mail senza nemmeno rispondere.

Spero di aver soddisfatto la tua curiosità, e spero che ti sia divertita a rispondere alle mie domande. Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog, che il tuo spazio è terminato.

Un saluto agli habitué del blog. È stato davvero un piacere passare di qua, e se siete sfortunati, non sarà l’ultima volta.

Alla fine sì, è stato un vero piacere.

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori! E ora… tutti a leggere “I Due Regni”!

E, se volete tartassarla di domande, potete contattare Alessia tramite il suo indirizzo email: ales.palumbo@hotmail.it

Oppure, per i più coraggiosi, potete andare a romperle le uova nel paniere di persona, presentandovi da lei alle presentazioni del suo libro:

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Alla prossima, cari lettori!

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lame senza memoria (***)

DI Diego Cocco

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Edizioni Lettere Animate
53 pagine
Iniziato il: 4/02/2016
Finito il: 9/02/2016

Bentrovate care lettrici e bentrovati cari lettori!

Capita di conoscere persone che condividono la stessa passione, e capita di iniziare assieme a fare i primi passi. È quello che è successo a me e a Diego: entrambi avremmo voluto scrivere, pubblicare un romanzo, e così, qualche anno fa, abbiamo deciso di provare a scrivere qualcosa assieme. Non vi racconterò di che cosa abbiamo scritto, è meglio dimenticare, però… ecco, per un po’ ci siamo dati consigli per scrivere racconti, abbiamo partecipato agli stessi concorsi, poi le nostre strade si sono divise. Lui ha continuato a scrivere, io ho ricominciato a leggere un sacco e a commentare ciò che leggo. Morale della favola, Diego è finalmente riuscito a farsi pubblicare da qualcuno, e io sono qui a parlarvene, e non immaginate la gioia che provo nell’avere fra le mani il frutto delle sue fatiche!

E non pensate che questa “amicizia di penna” limiti in qualche modo la mia solita ironia o il mio solito modo di raccontarvi di ciò che ho letto.
Ma voi siete qui per leggere che cosa io pensi del suo libro, quindi basta coi sentimentalismi e cominciamo.

Ho appena finito di leggere questo libretto di racconti in versi e… beh, è strano.

Strano perché non sono poesie, né racconti. Sono un amalgama di entrambe le cose, tenuti insieme da un unico filo conduttore che è il senso di disgusto verso l’umanità.

Si tratta di racconti (perché non sono poesie) che presentano più chiavi di lettura, nel senso che si possono leggere così, alla leggera, e prendere alla lettera ciò che dicono, oppure si può leggerli con calma e sondare in profondità quello che realmente vogliono comunicarci.

Che non è che comunichino a tutti la stessa cosa, eh, ognuno può trarne una conclusione diversa a seconda dello stato d’animo del momento in cui li si legge, dell’estrazione sociale, della propria cultura e personalità, però qualcosa, dentro, ce l’hanno. E, volenti o nolenti, ci troviamo a ripensare a quella frase, a quel verso, e a trarne un significato nell’esistenza quotidiana.

Ci sono alcuni racconti che ti scuotono dentro, altri che li leggi e li trovi perfettamente inutili… ma tant’è, non tutti viviamo gli eventi nello stesso modo.

In tutti i racconti, però, si trova una violenza non tanto fisica o verbale, quanto di pensiero, di concetto. Nel senso che molto spesso sembra che l’autore abbia vissuto in prima persona la situazione, descritta più o meno metaforicamente, e trovi lo sfogo della sua rabbia attraverso la tastiera.

Ed è la tastiera a sputare sangue, mentre Diego si accanisce contro il genere umano, così che nei racconti resti intriso quel senso di delusione che trova nei rapporti con una determinata categoria di persone. E ce n’è per tutti, indistintamente, tanto che a volte ci si potrebbe immedesimare tanto nel carnefice quanto nella vittima della storia.

Insomma, per concludere, direi che tutto sommato è un discreto esordio.

Discreto, non buono od ottimo, perché, come già accennato, i racconti sembrano scritti sull’onda emotiva del momento, buttati giù di getto e lasciati lì, senza essere ripresi in mano, senza ripensamenti. Sono i racconti dei due minuti d’odio Orwelliani, i due minuti di sfogo verso il Goldstein di turno, che non può ribattere alle accuse semplicemente perché non eiste, o, nel nostro caso, perché non è presente in aula.

Diego Cocco veste i panni di un macellaio sociale, che distribuisce colpi di mannaia con una benda sugli occhi, senza soffermarsi sul vero motivo di questo o quel comportamento.

Tre stelle, perché comunque di carne al fuoco ce n’è davvero tanta, le idee ci sono, la capacità di esprimere i concetti pure.

Gli elementi perché questo genere di scrittura gli diventi famigliare e lo porti a scrivere storie più elaborate e interessanti ci sono tutti.
Basta trovare una ricetta migliore, che armonizzi gli ingredienti.

Buon lavoro, Diego. Di certo, se questa cosa dovesse avere un seguito, sarò di nuovo qui a parlarne, con la speranza di trovare un riscatto per questa misera umanità che arranca, cercando di sopravvivere al mondo di oggi come meglio può.

È tutto, cari lettori. Alla prossima!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata, Varie ed Eventuali | Tag: , , , , , , | Lascia un commento

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