Intervista a Diego Cocco

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Cari lettori, care lettrici, bentrovati. Voglio presentarvi un collega, un amico, un autore che ho conosciuto anni fa quasi per caso sul posto di lavoro… insomma, voglio farvi conoscere Diego Cocco.

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità.

Ospitalità? Sei un ben strano tipo, se ritieni “ospitale” me, che ti lascio lì seduto sulla sedia chiodata… D’altronde, in qualche modo devo costringerti a rispondere.

Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Accetto.

Ne sei sicuro?

Sì, in genere mi piace accettare. Il titolo della raccolta non è un caso.

Si, la vecchia battuta dell’”accetta”. Sappi che io non lascio l’uscio se tu non lasci l’ascia!

Allora giuralo su… vediamo…
Ecco! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Ecco cos’era questa puzza di carogna. Lo giuro (e spero nella clemenza degli avvoltoi).

Anche tu con sta storia! La puzza di carogna è quella dei miei piedi. La mosca è secca. Secca, lo capirete mai voi intervistati? Gli insetti si seccano! Quella mosca si è seccata di stare in fila, e ora sta lì, immobile. E non puzza.

Ma lasciamo perdere queste precisazioni, ormai sono stufo di spiegarvelo. Se volete capirlo bene, altrimenti sono broccoli vostri.

Senti, Diego: perché ti sei presentato con quella foto?

Adoro il cappello, l’ho pagato una follia.

Lode Lode al Dio Cappello!
Ottimo, dai. Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità.
Credo di aver appena avuto un dejà vu…

Parliamo giusto un attimo del tuo libro: come nasce l’idea?

L’idea nasce dall’esigenza di allontanarmi dagli stereotipi della scrittura “classica” per intraprendere un sentiero nuovo, libero dalla gabbia di regole nel quale il mondo dell’editoria sembra voler confinare la creatività. Racconti in versi, poesie, pensieri, annotazioni: ancora adesso, a distanza di quasi due mesi dalla pubblicazione, c’è chi si ostina a voler etichettare il mio lavoro. Ovviamente, ognuno mette sul piatto una definizione diversa. È divertente.

Quando ti è venuto il pallino di scrivere?

1. Quando ho letto una quantità sufficiente di robaccia messa in circolazione senza pietà.

2. Quando ho parlato con persone che avevano letto quella robaccia, definendola capolavoro.

3. Quando un mio collega, di cui non farò il nome, mi ha proposto di scrivere un “romanzo” (le virgolette sono d’obbligo) a quattro mani.

Temo di conoscere collega e romanzo di cui al punto “3.”. Sono d’accordo con te che è meglio dimenticare. Il badile lo porti tu, però.

La prima volta non si scorda mai.
Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato la tua opera a un editore?

Dover sborsare 1.300 euro per pubblicare un lavoro per cui hai sacrificato tempo, famiglia, intelletto e tutti i diavoli della speranza? Un vero affare…

L’editoria a pagamento spaccia illusioni a chi è già incline all’illusione.

Come già detto in altre interviste, l’editoria a pagamento è un male che bisognerebbe estirpare. Purtroppo, fin che esiste la gente ci casca.

E, parlando di altri scritti (perché ce ne sono tanti, ma tanti, ma tanti…), dove vai a pescare la tua ispirazione?

Sguardi, reazioni, il rumore dell’acqua nella grondaia, invidia, attesa, la tenacia degli ottantenni, colpi bassi, sorrisi, bugie profonde, il traffico all’ora di punta, vite condotte su binari obbligati. Ogni scenario, ogni sensazione è buona per dipingere con le parole il mio stato d’animo. A volte mi capita di tenere in mente una frase tutto il giorno, finché arriva l’ora giusta per scriverla. Anche se i miei racconti in versi sembrano dettati da pensieri urgenti, non è così. Ogni parola ha un significato profondo e diversi piani di lettura. Purtroppo qualcuno si ferma al primo strato, quello più superficiale, ma si tratta di una questione soggettiva, dettata dalla sensibilità di ognuno di noi.


La tenacia degli ottantenni mi piace assai. Non hanno più molto tempo da vivere, e si dilettano a guastare quello altrui. Per esempio andando in posta alle 18, o dal medico alle 7.30 di mattina. O facendo la spesa di sabato, assieme comunque a tutte quelle categorie di persone che non possono fare ste cose in orari diversi. Ma stiamo divagando, torniamo a noi.

Domanda extra: continui a dire “io dopo questo smetto”, ma sembra quasi che tu abbia avviato una macchina che si autoalimenta: hai partecipato a talmente tanti eventi, manifestazioni e concorsi che ci sono un sacco di tuoi racconti in giro, e capita a volte che tu vinca qualcosa a tua insaputa, o che tu venga chiamato da una casa editrice per essere pubblicato. Come ti senti a riguardo?

Sono i racconti che chiedono di essere scritti. Non posso farci niente, se non assecondare (e ringraziare) la preziosa macchina che hai menzionato.

Quindi, nonostante tutto ti ci diverti.

E ora torniamo sul personale. A parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi ai tuoi scritti?

Quando scrivo lo faccio nel silenzio più assoluto: mi piace seguire la musica della tastiera. A volte, se riesco a ballarci insieme nel modo giusto, lo spettacolo va avanti per ore.

Il ticchettio dei tasti spesso è una droga, mi trovi d’accordo. Capita pure a me di mettermi davanti alla tastiera e andare avanti per diversi giri di orologio.

E, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui scrivi?

Mi sono ricavato un angolo del sottotetto per i momenti migliori, invaso dai libri e con il giusto tanfo di solitudine. Ma d’inverno è troppo freddo, il notebook preferisce il divano del salotto…

E sveliamo una cosa di te: parlaci un po’ della tua pipa, dei pensieri che il fumo fa emergere dal profondo del tuo animo.

Fumo la pipa osservando la città immersa nella notte. Da casa mia vedo i lumini del cimitero e le auto che sfrecciano impazzite; un paradosso confuso in una nuvola di fumo dal quale emerge la domanda ricorrente: in quale tranello infernale siamo caduti?
Nessun tranello, è solo vita.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense (come ce ne fosse bisogno) a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese o farmi un disegnino… insomma, vedi un po’ tu!

Diego Cocco scrive. Diego Cocco utilizza la tastiera come strumento di libertà. Fra qualche anno sarà un autore di fama mondiale e i suoi libri venderanno milioni di copie. Ma anche:

Diego Cocco resterà all’ombra del grande albero delle lettere, continuerà la vita di sempre e dovrà sputare sangue per guadagnarsi una vecchiaia decente; ma scriverà alla grande perché, forse, nella sofferenza dell’uomo è nascosta la vera consapevolezza.

Ahi, dovevano essere trenta parole…

Dovevano, si. Sono 73. Adesso passa dieci volte sopra i calabroni ardenti. Così, senza un motivo preciso. Almeno ringrazia, che puoi alzarti dieci minuti da quella sedia.

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Ce ne sarebbero tante. In generale quella che sogno da una vita è: “Credi che sia arrivato il momento di farmi i c…i miei?”

E la risposta è… ?

Certo che no, ma rimani pure fermo lì, sui binari.

E ora, spazio a una tua domanda per me. Prenditi pure una rivincita, rispondo a (quasi) tutto!

Non amo le rivincite. Se ho perso significa che non sono stato all’altezza del gioco.

Cosa ne pensi?

Che qui comunque non c’è nulla da perdere, tranne, forse, la dignità. Ma bisogna vedere se uno ce l’ha, la dignità.
Ecco, già essere qui denota che tu ne abbia, e non ne hai perduta. L’unica cosa che hai lasciato qui dentro è una vena di triste ironia.

Bene, grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog.

Ciao a tutti e grazie per l’ospitalità.

Continuo ad avere lo stesso dejà vu…

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori! E ora… tutti a leggere “Lame Senza Memoria”!

E, se volete, potete contattare Diego su questi luoghi: facebook e WordPress.

Alla prossima, cari lettori!

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