Archivi del mese: marzo 2016

I Due Regni – La Città Intera (*****)

Di Alessia Palumbo

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edizioni: EKT Edikit
Pagine: 592
Iniziato il : 16/02/2016
Finito il: 29/02/2016

Bentrovati, cari lettori! (devo decidermi a cambiare formula di benvenuto.)
Sapete, sono sempre meno scettico sul valore dei romanzi degli esordienti Italiani.
Ricordo che Laura Platamone nel suo manuale sull’editoria diceva che, per sopravvivere, le piccole case editrici non a pagamento devono scovare nuovi talenti, autori che i bestselleristi americani se li mangiano a colazione…
Ebbene, è così. È così.
Perché ci ho provato, e perché alcuni di loro mi hanno contattato per propormi il loro romanzo e io ho detto di si e l’ho letto, e allora ve lo dico per esperienza: credete negli esordienti, non ve ne pentirete.

È questo uno di quei casi, perché Alessia è un’esordiente. Piuttosto timida e insicura, invero, ma con una grande penna.
Perché io il suo romanzo l’ho divorato, non riuscivo a staccarmene, anche con 39 e rotti di febbre e gli occhi che bruciavano provavo il desiderio di leggere. E, credetemi, questo è un grande dono.

Ma andiamo con ordine.
Farwel è una maga potente. Un’incantatrice. Potente.

Allora… non so come partire, perché Alessia ci propone la versione adulta di Farwell in un capitolo, e nel successivo ce la fa vedere poco più che bambina. E ci sono pure delle digressioni. È come se ci fossero tre storie che vanno avanti parallele, e sistemare gli eventi in ordine cronologico in modo da poter farvi capire qualcosa di questo romanzo è un casino. Cercherò di ricostruire come meglio posso. Se non capite qualcosa leggetevi il libro, fatevene una ragione e venite a ricostruire gli eventi con me.

Dicevo, Farwel è figlia di uno dei più grandi guerrieri della regione, e questi ha grosse aspettative per lei. Vorrebbe vederla diventare una grande guerriera, e dal canto suo Farwell non vuole deludere il padre, vuole che lui ne sia orgoglioso. Ce lo ripete fino allo sfinimento, nel secondo capitolo, quindi la cosa è ben chiara, la sua determinazione incrollabile.

In quel tempo, i maghi erano già considerati degli esseri inutili, deboli, codardi, e venivano quindi emarginati. E qui sta la forza di questo romanzo: siamo abituati a Gandalf il Grigio (Il Signore Degli Anelli), ad Allanon (il ciclo di Shannara), a Mandrake e al mago Zurlì, tanto per dire, quindi a esseri potenti o quantomeno amati da chi sta loro attorno; invece Alessia ce li presenta magari potenti, si, ma trattati come se la magia fosse una sorta di brutta malattia, ed evitati quindi come lebbrosi. Un’onta averne uno in famiglia.

Vedremo poi come, in futuro, verranno cacciati e uccisi come bestie. (Nel romanzo, perché qui non ve ne parlo. Leggete il romanzo!)

Comunque, la nostra Farwel scopre di essere maga, e in quel momento di assoluto smarrimento viene abbandonata dalla famiglia, che riteneva, giustamente, di aver subito un’onta imperdonabile. Lei corre via, piange, si ritrova a essere sola. Si rifugia in camera, e qui accade una cosa inaspettata: vediamo che le sue amiche la aiuteranno in questa difficile situazione restandole accanto, e iniziando a pensare di aver ricevuto insegnamenti, nozioni e notizie sbagliate sui maghi.
E alla fine, anche grazie a loro, Farwel accetta la sua nuova condizione e inizia a vestire la toga tipica dei maghi, fatta di un tessuto magico che riceve l’imprinting dall’impronta magica della prima persona che la indossa, rivelandone le capacità attraverso dei simboli sul petto e sulla schiena.

Ci viene spiegato come funziona la magia: ogni mago ha a disposizione un serbatoio da cui attingere, sfruttando più o meno il concetto dei “punti magia” nei giochi di ruolo: a un certo punto finiscono, e devi riposare per recuperarli. Il problema è che sembra quasi uno spiegone, e il modo in cui viene visualizzato il serbatoio di un mago da un altro mago, è…

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Beh, insomma, un meme vale più di mille parole.

Seguirà un lungo periodo di addestramento, i cui primi cinque lunghi anni serviranno solo ad apprendere le basi della magia, il modo per riuscire a controllare almeno i suoi elementi di base, che per lei saranno Terra e Fuoco. (ovviamente: doppio elemento, doppie prove ed esami da superare.) E altre magie minori. E una magia proibita che decide lei contro qualunque buon senso.

E poi c’è la prova finale, che sarà una grande prova, ma non quella che ci si aspettava.

Infrattata fra un capitolo e l’altro, come accennavo poco sopra, c’è la storia di lei da adulta.

E da adulta va a trovare il suo vecchio maestro per chiedergli un aiuto che le verrà negato. Qui ci viene data la conferma che il nome Farwel è quanto di più adatto si potesse trovare per lei: Farwel è lo storpiamento del danese Farvel, che ha lo stesso significato dell’inglese Farewell, e significa Addio.
Lo dico qui perché, dopo tutte le cose e le persone a cui Farwel ha dovuto dire addio, dovrà dire addio anche al suo maestro, che si arrabbierà con lei e non vorrà più vederla.

Farwel si ritroverà teletrasportata davanti alla vecchia casa dei suoi, dove, incredibilmente, farà pace col padre e bloccherà il suo enorme potere per poter… no, vi ho raccontato troppo. Non vi ho spoilerato chissà cosa, con la riappacificazione, perché avviene prima del 30% del totale, e comunque lo leggerete mentre starete ancora leggendo il suo passato di novizia.
Tutto il resto (e con la vita da adulta vi sto abbandonando all’inizio degli eventi, giusto quando il gioco inizia a farsi duro e assume tinte quasi pulp) ve lo dovete leggere. Tenete presente che non vi ho detto niente di niente delle digressioni, e da qui in avanti si va davvero a farsi del male in combattimento, quindi avete davanti un bel 60% di cose che non vi ho detto. Se vi racconto tutto a voi che rimane?

Ecco. Punti di forza, come avete letto, ce ne sono molti. C’è una storia molto ben raccontata, appassionante, ricca di astuzie, colpi di scena e robe inaspettate. Insomma, non ci si annoia. Si crede che il racconto prenda una certa piega e invece fa l’opposto, ti spiazza con una buona trovata.
Abbiamo tre, dico tre storie in una, ogni capitolo finisce in un modo che vorresti leggerne subito il seguito, ma (TAAAAC!) c’è il seguito della storia di cui si voleva leggere il seguito due capitoli prima… Insomma, è trascinante come solo pochi libri sanno esserlo.

Vogliamo trovare qualche punto a suo sfavore? Le frasi troppo brevi! Ogni dieci parole un punto, è una cosa che personalmente mi fa venire l’ansia! È come stare in coda in una grande arteria stradale: acceleri, freni, acceleri, freni, ti si spegne il motore. Riparti, acceleri, freni e via discorrendo. Insomma, spezza un po’ troppo il ritmo narrativo, che è veloce e avrebbe bisogno di un po’ più di spazio per respirare.

Un’altra cosa, sempre soggettiva, è che non lascia spazio alla fantasia del lettore: le descrizioni sono troppo dettagliate, e ce ne accorgiamo già dal primo capitolo.
Emblematico è l’episodio della descrizione della stanza di un certo principe, nella digressione; Alessia sta descrivendo una stanza molto ampia, in una maniera che al lettore sembra davvero di starci dentro, di trovarsi a camminare dentro, fino a quando “Alla destra del letto una porta finestra permetteva la vista sulla cittadina e l’uscita su un piccolo balconcino. Poi l’angolo, e sulla parete successiva un grande mobile nascondeva chissà quali ricchezze.
Poi l’angolo. Alessia, io su quell’angolo ci ho sbattuto letteralmente il naso!
Dai, è come star correndo liberamente su una pista da corsa e trovarsi all’improvviso un elefante in mezzo alla strada che blocca ogni visuale! Ti spiazza, e prima di rendertene conto ci sei addosso. Ecco, quell’angolo ti riporta fuori dal romanzo. Bruscamente. E ti alzi, vai a bere un bicchiere d’acqua o a fare qualcos’altro di urgente, prima di rifiondarti a leggere.
Però, ripeto, è soggettivo: a mia moglie piacerebbe da matti, visto che manca di immaginazione.

E poi l’episodio di quando Farwel perde se stessa: in un capitolo dimentica e ricorda il suo obiettivo. E poi succede qualcosa, e si perde di nuovo per non ritrovarsi più, almeno per questo primo romanzo.
Diciamo che dal 70% in poi il romanzo ha un brusco calo… di tante cose. Se fino a quel punto ho follemente amato questo romanzo, da lì in poi ho iniziato a non aver più voglia di leggerlo. Tanto era stato dettagliato il primo anno di studi, tanto dettagliato il primo spezzone di vita da adulta che Alessia ci racconta, quanto veloce e fugace è questa seconda parte, in cui liquida interi anni di studi con “il terzo anno passò velocemente”, e ci ritroviamo subito catapultati alla prova del quinto anno, cosa che sinceramente mi sarei aspettato di leggere nel secondo libro, da come si stavano mettendo le cose. Per fortuna mi sbagliavo, perché sarebbe stato frustrante non leggere del “Rito di Drator“.

Sarebbe stato bello leggere degli altri quattro anni da novizia, e invece no: da circa il 70% in poi (perché il Kindle non rende il numero di pagine, una mera percentuale, ma ho comprato il Kobo, e per la prossima volta avrò il numero di pagina), Alessia sembra pervasa da una certa foga di voler concludere, come se si fosse accorta che stava toccando le 500 pagine, e aggiungerne altre due o trecento le fosse sembrato troppo.

E invece quelle due o trecento pagine sarebbero servite a rendere onore a una trama ricchissima, molto articolata e complessa. E questa cosa mi è dispiaciuta molto. Avrei letto volentieri il romanzo anche se fosse stato lungo il doppio.

E finisce senza finire, nel senso che le tre storie rimangono lì, in sospeso, in attesa del secondo capitolo della saga. E sappiate che uscirà verso fine anno, quindi fate i vostri conti e leggetelo quando vi pare. Sappiate che io ci ho messo solo 13 giorni, dei quali 7 li ho passati con una gran brutta influenza.

Tiriamo le somme?
Tiriamo le somme.

Questa è una storia che ho amato follemente, una storia che mi ha appassionato come solo pochissime altre hanno saputo fare. Da sola potrebbe valerne anche sei, di stelle. Però vorrei dargliene quattro.
Per quelle che avrei tolto, date la colpa a due cose: alla fretta di voler concludere e, non di secondaria importanza, all’edizione poco curata, per non dire altro e rimanere gentili.
Una storia così particolare, così elaborata e diversa dalle altre, merita più rispetto e maggior cura dei particolari. Sia per la parte di storia frettolosa che come edizione.

– Si, ce l’ho con l’Editore, con l’Editor e col correttore di bozze. Soprattutto col correttore di bozze.
Persone che non conosco, ma che devono aver sentito fischiare le orecchie, in questi ultimi giorni.
(Oh, voi della redazione, non me ne vogliate: rileggete quello che avete pubblicato e riconoscete alcuni errori di base, che peraltro ho già spiegato ad Alessia via mail. Per il resto, vi ringrazio per avermi fatto leggere questa bellissima storia, e vi auguro di crescere come casa editrice. Le capacità per emergere, da parte vostra, ci sono.) –

Ma so che la stanno sistemando, quindi vi invito sì a leggerla, questa è una storia che non può mancare sullo scaffale di chi ama il Fantasy, ma magari attendete la seconda edizione.

E comunque ho deciso di rendere la quinta stella, non per buonismo o perché ormai ho instaurato un bel rapporto con l’autrice (sappiate che mi ha inviato altre duecento pagine del secondo capitolo, che uscirà a fine anno!), ma appunto perché, ripeto, ho amato follemente questa storia.
Di romanzi fantasy così se ne leggono ben pochi. Cacchio, è solo marzo e temo di aver già trovato il “libro dell’anno”.

È tutto, cari lettori. Alla prossima!

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