Archivio dell'autore: il Venditore di pensieri usati

R.E.C.O.N. G6 2017, Maggiora, Italia

È passato un anno, dal G6 del 2016. Ho aspettato a lungo, questo momento, ed è passato in un lampo, ma sono soddisfatto. Più dello scorso anno.
Ho potuto riabbracciare il buon Brian Parker e Joey, ho conosciuto di persona Alex di RC Light Model e Joe Conti da Malta, e Simone Cantoia, che l’anno scorso non sono riuscito ad avvicinare per via del poco tempo a disposizione. Eravamo in corriera, e i tempi stringevano. Ho ritrovato amici che non vedevo da tempo, ho conosciuto persone nuove e meravigliose.
Per esempio Jason di Boom Racing, una persona che è arrivata in alto, ma che ha conservato la passione nel cuore e la capacità di stupirsi di fronte alle cose nuove.

Ma partiamo dall’inizio.

Innanzitutto sono stato via due giorni, e sono stati memorabili. Perché il RECON G6 non è una gara, ma un’avventura da affrontare assieme. Eravamo in 270, circa, da tutta Europa. Nessun avversario, tutti compagni di avventura, tutti pronti a darci una mano l’un l’altro in caso di difficoltà. Uomini, donne, famiglie con bambini e nonni, ognuno con un telecomando in mano, o solo a godersi una passeggiata fra i boschi.

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Il bello di questa categoria è proprio questo: l’avversario da battere non è la persona vicino a te, ma l’ostacolo che ti si para davanti. Una pendenza maledettamente ripida, un guado, il fango. Non persone, ma cose. Le persone sono lì per giocare, divertirsi, passare un paio di belle giornate in compagnia.
Ma parliamo del mio G6.

Giovedì 14 settembre ho preparato la macchina. In bagagliaio i mezzi, la valigia e lo zaino strategico sul sedile posteriore. Ci sono priorità, a volte.

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Quest’anno ho voluto partecipare con un 6×6. Perché è l’unico mezzo che ho, e quando l’anno scorso era 4×4, continuavo a guardarlo pensando “manca ancora qualcosa… ma cosa?” Ecco, mancava giusto il terzo asse.

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Come vedete, la livrea è particolare: bianca e arancione, con disegni a fumetti.
È un omaggio alla NuPress, una sorta di casa editrice, o meglio, un’associazione culturale che si promuove di raccogliere fumettisti emergenti e presentarli al pubblico tramite la rivista NuName, allo scopo di farli conoscere al pubblico e, soprattutto, a case editrici più importanti.
A proposito di sponsor, l’evento è sponsorizzao, appunto, da RC4WD e da una miriade di altri satelliti che ruotano attorno al mondo RC e non.

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Per esempio, appunto, la NuPress e un pastificio che ha regalato, a ogni pilota, un pacco di tagliatelle. Buonissime, proprio divorate.

Allora… Non ho fatto molte foto, soprattutto non ne ho fatte del primo giorno, quando si sono tenute le gare di Terracross. Divertenti da vedere, i piloti che si prendevano a sportellate fra i sassi e il fango. Ma vedrete il video quando arriverete in fondo alla pagina, se ne avrete voglia.
Non ho partecipato, mi sono limitato a divertirmi con quel coso rosso ispirato a Carmageddon che vedete nel bagagliaio, ho fatto il check in come pilota e basta.
Anche perché sono dovuto andare a Novara, a incontrare Isil e Needle di NuPress, dovevano darmi i premi per i partecipanti.

Ho alloggiato, per la notte, all’Altana del Motto Rosso, in una stanza dove non c’era la TV e il cellulare non prendeva una mazza, a malapena sono riuscito a chiamare casa. Però era bello così, perché ho potuto gustarmi il silenzio perfetto di quel posto. Solo, devo trovare il numero della fattoria lì vicino per dire ai contadini di regolare il gallo: ha cantato prima delle 5, era ancora buio pesto.

La mattina di sabato 16 mi sveglio che non sono ancora le 6 e non sono più riuscito a dormire. D’altronde, la sera prima ho spento la luce alle 10, e ho dormito da subito come un sasso, quindi nessun problema. Ho assaporato il calore delle coperte, il dolce far niente, e poi ho aperto la porta che dà sul giardino. 10 gradi, affrontati stoicamente in pigiama.

Preparo la scorta di batterie che non sono ancora le 7, e parto.

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Non faccio colazione lì, la preparano per le 8, e io alle 8 voglio già essere sul posto. Voglio vedere il G6 che si prepara.
L’attesa dura poco, un paio d’ore a sbirciare fra le bancarelle, ho comprato una carrozzeria e un telaio dall’amico Alex di RC Light Model, ho preso un paio di adesivi da una bancarella francese, ammirato la roulotte di RC4WD, prima del raduno, del briefing da parte dell’impareggiabile Brian, quindi sono partito alla conquista dei percorsi con 4 amici.

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Nonostante il posto fosse lo stesso, i percorsi erano diversi dall’anno scorso. Abbiamo percorso rari tratti dei percorsi della scorsa edizione, e scoperto posti nuovi e meravigliosi, la maggioranza votati alla pura coreografia e all’avventura, e anche qualche bel passaggio molto tecnico.

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Ecco, a un certo punto ci siamo divisi, in due si sono fermati a mangiare, mentre io e Tom siamo andati avanti. Poi strategie di percorso diverse ci hanno portato a non ritrovarci più, e hanno portato me e Tom a completarli nei tempi previsti, e anche quest’anno abbiamo portato a casa il titolo di “RECON G6 finisher”. Che è più di qualcosa, perché non essendo una gara, “finire il recon G6 è vincere il RECON G6”.

Questo non senza difficoltà: da parte mia, ho avuto problemi con lo sterzo e con la trasmissione. Nulla di grave, ma se non avessi portato via i ricambi sarei tornato a casa con la coda fra le gambe.

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E poi sono tornati tutti a casa, mentre io sono rimasto là, perché ci tenevo a fare lo stage notturno. Che è stato divertentissimo: un percorso con scalini, bancali inclinati e altri ostacoli che di per sé non erano per nulla difficili, ma su una trentina di partecipanti solo in 5, mi pare, abbiamo portato a casa la vittoria.
Percé? Perché il percorso era da fare con una pallina da golf sul mezzo. Vietato farla cadere.

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Ecco. Concludo dicendo che ho portato a casa un po’ di caffè, uno dei migliori caffè d’Europa, personalmente selezionato e tostato artigianalmente da una ragazza austriaca, che trovate anche su facebook con l’hashtag #dierosterin.

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Vi lascio con un video di assaggio e, subito sotto, il collegamento al video su youtube riassuntivo dei due giorni.
Ci risentiamo il prossimo anno, col mondo RC. Oppure, se volete, in privato risponderò a ogni vostra domanda.
Alla prossima!

http://v9.tinypic.com/player.swf?file=2e6byh5&s=9

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Le farfalle di Kerguélen (*****)

di Sonia Carboncini

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editore: Senso Inverso edizioni
233 pagine
iniziato il: 31/07/2017
finito il: 14/08/2017

Cari lettori, care lettrici, ben ritrovati a tutti e a tutte.

Questa recensione volevo scriverla ieri, ma siccome c’erano tuoni e fulmini ho preferito non rischiare. Che un PC l’ho già fritto, per colpa di un fulmine.

Comunque… Sonia mi contatta e mi chiede se ho voglia di leggere il suo libro, e io non rifiuto (quasi) mai una lettura. Anche perché non sapevo cosa leggere, le ferie erano imminenti, e quindi capitava proprio a fagiolo, anche se il tipo di storia è lontana anni luce da quello che leggo di solito. Ma questo non è un problema, mi piace esplorare territori sconosciuti, perché spesso ci trovo tesori inaspettati.

Ora, sono appena tornato dalle (meritate) vacanze, durante le quali ho letto solo questo libro, ma è stato molto appagante. Lo sto ancora digerendo e non mi sono tuffato in una nuova avventura, e voglio raccontarvelo.

La storia è molto semplice, parla di una donna alla ricerca del suo passato. La cosa che lo rende complesso è che la protagonista è nata ai tempi del Franchismo, e scavando nel suo passato scopre di essere stata rubata alla madre naturale per poi essere venduta a una famiglia che non l’ha mai amata.

Ci sono pochi personaggi, oltre a lei: l’amica Concha, una donna passionale, un’amica come ce ne sono poche; ci sono i genitori adottivi, che li vediamo poco ma che saranno comunque molto presenti; c’è “la lontana cugina Maria Nieves”, una figura molto dolce seppur colpita dall’Alzheimer, che ci lascerà una lettera commovente, un ultimo sprazzo di lucidità prima di addormentarsi per sempre.

E c’è un marinaio, e c’è un’isola che tutti conoscono ma pochi hanno visto, e ci sono le Farfalle di Kerguélen, metafora perfetta della resilienza, che è uno dei motori della storia. Uno, non l’unico.

La storia si snoda fra Barcellona e La Palma, più o meno, e ci parla di Isabel, una donna sulla quarantina, che riscopre la terra che aveva abbandonato appena maggiorenne, che torna nella casa che aveva tanto odiato da bambina proprio a causa dei genitori adottivi, e ci fa ripercorrere la sua vita all’indietro, riportando alla memoria eventi dolorosi, segnanti, attraverso un tragitto che la porterà a compiere, alla fine, una scelta inaspettata.

E poi basta. Ho riempito un sacco di pagine di appunti, ma non voglio parlarvi oltre della storia, quella ve la leggerete da soli, o se non ne avete voglia potete andare a leggerne il riassunto su Google. O in quarta di copertina, in libreria.

Qui, come sempre, troverete la “mia” lettura del romanzo.

Ebbene, questa storia mi ha colpito. Fisicamente, perché lo stavo leggendo sdraiato a pancia in su, con le braccia in alto, e il libro mi è caduto dritto in faccia. E mi ha colpito al cuore, una stilettata, perché la capacità di Sonia di catapultarti all’interno del racconto è straordinaria, e quando succedono certe cose, che siano belle o brutte ti senti direttamente coinvolto. E le gioie e i dolori che prova Isabel diventano sentimenti anche un po’ tuoi.

Parimenti, è anche una storia dolcissima, parla di amicizia, di coraggio, è un libro che parla di Terra, di Mare, e ne senti i profumi e ne percepisci i colori. Ti sembra di essere davvero a La Palma, e la casa gialla l’hai già vista da qualche parte, l’hai pure vissuta.

A proposito della casa gialla, è così dettagliata che ho chiesto a Sonia se esistesse realmente, e lei ha confermato, come ha confermato il fatto che fosse davvero di un falangista. Poi ho letto la postfazione, e ho scoperto che è scritto pure lì, e mi sono sentito un po’ sciocco.

E mi sono chiesto se esistesse veramente perché Sonia ci racconta di fatti reali, anche se ancora poco conosciuti; fatti di cui si è cominciato a parlare solo nel 2010 o giù di lì, e sono le storie dei “ninos robados”, i bambini rubati. Perché in epoca franchista succedeva anche questo, bambini che venivano portati via alle madri naturali per essere venduti a famiglie “migliori”. Migliori secondo il punto di vista del regime.

Interessante anche sapere che alcuni personaggi descritti nel libro sono persone reali.

Unica nota di disappunto, l’uso della lingua spagnola in alcuni inizi di frase, nei discorsi diretti. Che, per carità, l’estrazione sociale lo richiede, ma per chi come me non sa un’acca di spagnolo, può risultare un po’ fastidioso, alla lunga. Ma nulla di importante, alla fine si capisce tutto lo stesso.

E insomma, per concludere, questo libro è uni di quelli che ti emozionano a 360 gradi, che ti incatenano al mondo descritto e non ti lasciano fino a quando non arrivi alla fine, facendoti davvero vivere all’interno della storia.

E, per ultima cosa, una nota per Sonia. (Ma anche per tutti voi che leggete.)
Ci tenevi a un giudizio maschile perché dici di voler scrivere per tutti, non solo per le donne.
Ebbene, non esistono libri per donne e libri per uomini, esistono le storie.
Le storie possono piacere o non piacere, ma non hanno genere. Quindi scrivi come ti viene: non conosco gli altri romanzi che hai realizzato, ma questo ha davvero una forza enorme.

A presto!

È tutto, vi lascio liberi, io ho già parlato anche troppo.

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Ambrose (*****)

di Fabio Carta

Ambrose

Editore: Alter Ego S.r.L.
Pagine: 212
Iniziato il: 22/06/2017
Finito il: 23/06/2017

Care lettrici, cari lettori, bentrovat*!
Dopo lungo tempo finalmente una recensione, direte. In effetti, è un po’ che sono fermo.

Ma veniamo al sodo. Allora… Oggi è venerdì, giusto? Fabio mi contatta mercoledì, io inizio a leggere il suo libro ieri e lo finisco oggi. Duecentododici pagine lette tutte d’un fiato, incollato alle parole.

Vedete, Fabio ha il grande difetto di usare parole desuete, ricercatissime, un po’ come fa Baricco, ma al contrario di Baricco non le mette in fila così, tanto per, ma le usa allo scopo creare un linguaggio, una caratteristica delle genti che popolano i suoi romanzi, ed è una cosa bella.

Fabio ha altresì il grande pregio di saper disegnare con le parole. Mi spiego: quando leggi un libro di Carta (passatemela, dai), a un certo punto entri dentro al libro e non ti accorgi che ci sono scritte parole, no: vedi immagini, senti suoni, annusi profumi, come se fossi davvero lì. Così capita di iniziare a leggere per sbaglio direttamente sul telefono, che è bruttissimo, ma ti dà la possibilità di essere comodo, dacché leggi a colazione, in pausa caffè, in mensa mentre mangi, in un’altra pausa caffè, la sera mentre cucini, mentre sei sul divano (ok, qui sono passato al Kobo), e poi a letto, fino a che non ti si chiudono gli occhi e oltre, che vengono le due del mattino, e il giorno dopo sei arrivato alla fine di quelle due (cento) paginette scritte sapientemente e lette di corsa.

Insomma, una goduria.

Ma vi starete chiedendo di che cosa parla il libro… Ebbene, sarò breve.
Il libro sembra un prequel di Arma Infero: si svolge sulla Terra, una terra che in dieci anni è stata devastata dalla terza guerra mondiale. Ci sono le primissime colonie extraterrestri, che arrivano ai margini del sistema solare e non oltre, ma c’è un progetto: il Nexus (a-ha!), che mira a una coscienza collettiva tramite la connessione della corteccia binaria (A-HA!), ci sono tute ambientali dotate di miomeri (e questo ci ricollega al Fulleren), ci sono proietti autoforgianti… Insomma, non ci sono i fauni, ma c’è un sacco di roba che è presente in Arma Infero.

Il libro inizia catapultando il lettore in un mondo che è già così, e le cose si capiscono a mano a mano che si va avanti.  E, come già detto, si vede tutto quello che accade.

E la storia parla di un solo uomo. Una specie di soldato che comanda un esoscheletro corazzato e armato fino ai denti. Un uomo che, dentro alla corazza, non è padrone del suo corpo: lui presta la sua carne alla macchina, che è comandata a distanza da una postazione situata nell’orbita terrestre. Il soldato è una testa senza corpo: le sue membra, quando l’uomo è in servizio, sono scollegate dalla testa. Anzi, sono ancora collegate a una testa, ma a quella di qualcun altro.

E questa testa in particolare, quella del soldato, intendo, è malata, soffre di allucinazioni che, nel tempo, diventeranno reali.

Ecco, il fatto è (e qui il buon Fabio mi perdonerà, spero) che io voglio che leggiate questo libro, e quindi vi metto l’incipit. Che non è un incipit, ma una vera bomba, capace di catturare il lettore come la carta moschicida cattura le mosche. Poche righe, ma che vi faranno già capire il tono del romanzo.

“Tre tonnellate di acciaio, nanocarbonio e policeramica.
Non molte per un mezzo corazzato, ma bastanti a vestire un singolo
uomo per la battaglia.
Sotto la corazza, grigi muscoli inerti bramano la vita, vogliono che in loro
fluisca l’emolinfa che li renderà potenti, invincibili.
E la vita arriva, sia nella scarica elettrica dell’impulso d’avvio, gigawatt
modulati come un singolo, potentissimo codice cibernetico, che nella più
modesta forma biologica.
L’uomo, la carne, la polpa nel guscio.
Tre tonnellate di acciaio, nanocarbonio e policeramica, impossibili da
muovere senza l’ausilio di montacarichi o attuatori; un gigante per gli uo-
mini che deve proteggere, un mostro per quelli che deve uccidere.”

Che ne dite, non vi viene un certo prurito alle mani? Un brivido lungo la schiena? Uno stato di eccitazione, l’acquolina in bocca… Insomma, la voglia di scoprire questo racconto pagina dopo pagina?
Leggetelo, anche se non conoscete Arma Infero. Anzi, forse è meglio partire proprio da qui, a leggere Fabio, perché Arma Infero è già più pesante da digerire. Questo, invece, va giù come una birra fresca in una giornata afosa.

A proposito di quest’ultima cosa: ci sono 30 gradi. Vado a farmi una birra, alla salute di Fabio. Voi, nel frattempo, procuratevi una copia del libro.

Alla prossima!

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Intervista a Chiara Delinna

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Cari lettori, care lettrici, bentrovati.

Queste sono le solite domande, proposte però agli artisti di NuName.

Questo è lo spazio di Chiara, ok?

Chiara, sentiti pure a casa tua. Fa quello che ti pare: metti i piedi sul tavolo, sputa per terra, rutta.. Insomma, fai quello che fai di solito quando nessuno ti guarda.

Sei a tuo agio? Iniziamo?

Allora, consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Sissignore, signore!

Sissignore. Naaa, non amo queste cose militaresche, puoi chiamarmi semplicemente “Sua Maestà”, o “Mio Dio”, come preferisci.

Dicevamo… sei sicura? Sai a che cosa stai andando incontro?

Ehm… Ssssboh?

Allora, come da rito, giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Lo giur… Sicuro sia morta? Si muove ancora… *Punzecchia con un bastone*

Uh… Temo di averla uccisa.

…Be’, ora posso giurare!

Allora… quella mosca è morta da tempo. Altri hanno giurato su di lei prima di te. Prega solo di non averla rovinata.

Prima di cominciare (anche se in realtà stiamo già cominciando) ti chiedo: perché ti sei presentata con quell’immagine?

Perché di solito non amo presentare la mia faccia, quindi sbologno affido il sacrosanto compito di fare le mie veci al mio segretario mentale Eli! …Povero disgraziato.

In realtà è la mia versione al maschile (tanto più che anche a lui ho fatto le cicatrici post-operatorie, in corrispondenza dei cerotti), e in effetti è così che mi vedo sin da quando ero piccola!

Cicatrici post operatorie?

E ti vedi così come, con le cicatrici o maschietto?

Dai, andiamo avanti. Saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Yeeeeeah!! *Put on sunglasses* Buonsalve, ragazzi!

Who are you… who who, who who…

Quando ti è venuto il pallino di disegnare?

Uhmm… Credo di averlo sempre avuto, sin da quando ho cominciato a tenere in mano la matita, e allora disegnavo banane everywhere – sarà perché mia madre continuava a rifilarmi quell’odioso frutto –, fiorellini e Sailor Moon.

Ma guardandomi ora non è che sia cambiata molto… A parte Sailor Moon, s’intende (attualmente il massimo che potrei scarabocchiare è un uomo nerboruto con indosso una gonnellina alla marinara).

Però continuo a disegnare fiorellini e banane… anche se di tutt’altro genere (scherzo, scherzo).

Sailor moon… Ho visto la prima puntata trasmessa nel ‘94 (mi pare fosse il ‘94)… e tutto il resto della prima serie, in seguito. Ho iniziato a disegnare partendo da lei (anzi, da Sailor Jupiter, anche se non era la mia preferita), poi ho smesso perché il disegno non era la mia strada…

Ma torniamo a noi: la prima volta non si scorda mai.

Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato la tua opera al pubblico?

Divinità di qualsiasi genere/forma/culto/pianeta/vattelapesca, fermate la mia mano prima che io mi metta a pubblicare quest’oscenità”.

Ti lascio immaginare quanto mi abbiano ascoltato.

Poco o nulla. Mi informerò a riguardo. Sai, ho amici parecchio in alto…

E dimmi, dove vai a pescare la tua ispirazione?

L’ispirazione purtroppo non la pesco come i salmoni, è un’euforia allo stato puro che di rado mi coglie… Però posso dire che le idee arrivano a caso, quando solitamente non le cerco proprio, e soprattutto nei momenti in cui sto facendo tutt’altra cosa che richiede la massima concentrazione, come al solito. Mi colpiscono quasi con violenza, proprio come i pali che ho ammaccato tutte le volte che ci ho sbattuto contro mentre camminavo con la testa fra le nuvole.

Si, mi pare giusto. Capita anche a me di essere ispirato nei momenti meno opportuni, e di solito in quei momenti si è lontani da penne e foglietti.Per questo ho iniziato a portare sempre con me un’agendina e una penna (che però generalmente non scrive, vanificando la buona intenzione.)

A parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi ai tuoi disegni?

Principalmente oscillo come un pendolo fra musica epica genere “Requiem for a dream” o “Darkness on the edge of power”, quelle che ricorderebbero delle guerre fra umani e orchi, e canzoni vivaci e allegre come “True Love” di Pink e “Lollipop” di Mika, ma ho un debole anche per la musica di Ludovico Einaudi e quella dei balli irlandesi.

Dipende da ciò che devo disegnare, in realtà!

E dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui scrivi?

Stanza” è la parola idonea da usare in pubblico per evitare di traumatizzare i lettori, ma – detto fra noi – credo che “immondezzaio” sia il termine più azzeccato. Pieno di roba accatastata sulla scrivania in un modo disordinato e al contempo compulsivo che, come risultato, crea qualcosa che lascia ricordare vagamente una visuale dall’alto di New York (o più che altro Tokyo dopo il passaggio di Godzilla ) ripresa da Google Earth.

Barbonaggine a parte (non prendetemi troppo sul serio, comunque, sono disordinata ma quasi una maniaca della pulizia), quanto alla caratterizzazione della camera non sono esattamente una collezionista di bamboline o action figures, se non contiamo i fumetti.

Ora che ci penso… Valgono le cartacce delle merendine, come collezione?

Immondezzaio, robaccia, cartacce, roba accatastata… Caspita, sembra il mio laboratorio!

Aggiungiamo un pizzico di nonsense (come ce ne fosse bisogno) a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese o omaggiarmi con un disegnino… insomma, vedi un po’ tu!

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Davvero? Sai, ho frequentato anch’io quel corso… Insieme a facoltà di scelta, ovviamente. Ho scelto di farti scrivere trenta parole, tu hai scelto di non averne voglia.

Questa storia del libero arbitrio mi sta sfuggendo di mano, per me stesso!

Ecco, allora per castigo inizio a farti le domande scomode.

Mi dirai “Ma come, tutte le altre non lo erano?” e io ti dico di no. Almeno, non abbastanza. E sai che ti dico?

Ci infilo le formiche dentro, tanto per darti ancora più fastidio.

Cominciamo.

I periodi di blocco esistono.

Da un blocco intestinale se ne esce mangiando fibre, ma come si esce da un periodo di blocco artistico?

Ahimè, dal blocco artistico non esco volontariamente, perché è il chiaro segnale che devo darci un taglio per un po’ finché non si ricaricheranno le “batterie” della mano o dell’immaginazione, e so per esperienza che sforzarmi non farebbe che peggiorare la situazione.

Tanto so già che durerà al massimo un mesetto, perciò non me ne preoccupo, e nel frattempo che attendo il momento giusto mi metto a fare qualcos’altro di altrettanto costruttivo, come scrivere, leggere, cucinare o del fai-da-te.

Pagina facebook, account twitter, patreon, blog, sito internet…

Come preferisci farti pubblicità? E che cos’è che fa davvero la differenza per farsi notare?

Ormai ho capito che qualsiasi blog, social network o sito personale sono un’opera del demonio per farmi sclerare, altro che pubblicità… Un modo grazioso per dire che vado alla cieca come al solito e che con queste cose sono un’imbranata, specie se si tratta di sapersi vendere senza autodistruggersi.

Quello più comodo da usare e piacevole visivamente, comunque, rimane Facebook, fra tutti quelli che utilizzo.

Per rispondere alla seconda domanda, direi che per farsi notare o si deve tirar fuori una bella idea per il proprio webcomic, o avere un gran bello stile accattivante (o entrambe le cose, tanto meglio), o adottare dei trucchetti ingegnosi basati principalmente su giochi di prospettiva e inquadrature particolari che colpiscano l’osservatore, se proprio non si ha uno stile che piace ai più o una storia interessante da proporre. Questo almeno su Facebook, così mi è parso di capire.

Su Tumblr… Lì la storia cambia. Fan art, fan art a macchinetta – o cose zozzerrime – e state sicuri che vi noteranno.

Autodistruggiti, allora. La gente ama queste cose, gode nel vedere le disgrazie altrui.

Mettiamo che tu con i fumetti ci voglia vivere, che tu voglia tirarci fuori uno stipendio. Considerando la concorrenza, come ti valuti come rapporto “tempo di realizzazione della commissione/qualità dell’opera”?

Dipende da cosa mi viene chiesto e dal mio coinvolgimento emotivo nei riguardi dell’opera! Ma comunque se mettiamo in relazione i fattori tempo/qualità sappiamo bene che sono direttamente proporzionali… Meno tempo c’è a disposizione e più farà schifo la qualità.

…Io però a quanto pare funziono al contrario: se la scadenza non è ravvicinata (o se non mi dicono che lo è, anche a costo di mentirmi), non lavoro come si deve né rapidamente! Ahahah… Che tipa professionale, eh?

E il tempo di realizzazione dell’opera è direttamente o inversamente proporzionale al valore della stessa?

Direttamente, come ho detto prima! A meno che non si becchi la stramba che, anche se involontariamente, rema contro la norma.

In che senso?

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Posso pagarti in nocciolato Novi?”

E la risposta è… ?

Ora sì che ragioniamo.”

Questa mi ha fatto ridere. Davvero.

Dai, ti tolgo le formiche.

E ora, spazio a una tua domanda per me. Prenditi pure una rivincita, rispondo a (quasi) tutto!

La mosca l’hai tramortita tu a tradimento – at tuba terribili sonitu taratantara dixit (aggiunta a caso tanto per il gusto di inserire altre orecchiabili allitterazioni) – solo per questa intervista, vero?

In realtà stava facendo la fila alle poste. Sai anche tu quanto sia seccante, a volte, vero?

Ecco, alla mosca è successo proprio questo: si è seccata. Io l’ho raccolta e l’ho portata da me apposta per avere un qualcosa su cui far giurare le mie vittime le persone che intervisto senza che nessuno si senta offeso.

Benissimo. Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog, che il tuo spazio è terminato.

Grazie a te, è stato divertente! Arrivederci a tutti, alla prossima che mai ci sarà! *Cala il sipario*

Mai dire mai. Un tizio ha avuto la sfortunata occasione di essere intervistato da me una seconda volta.

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori!

Categorie: Domande usate per interviste nuove | Tag: , | 1 commento

Intervista a Nicole Serra

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Cari lettori, care lettrici, bentrovati.

Queste sono le solite domande, proposte però agli artisti di NuName.

Nicole! Nicole Serra, ci sei? Se ci sei batti un colpo!

Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Certo, non ho segreti da nascondere!

Hai solo segreti da poter rivelare, allora? Che segreti sarebbero, scusa?
In ogni caso, sei sicura di accettare di rispondere in maniera sincera eccetera?

Assolutamente.

Allora, come da rito, giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Povera mosca! Fosse stata una zanzara potevo pure capire… Diciamo che lo giuro sul mio onore di NuNamer.

No, aspetta… Qui siete tutti uguali, siete tutte mie vittime, il resto non conta. Non vuoi giurare sulla mosca? Allora il suo fantasma ti ronzerà nelle orecchie durante la notte.

Prima di cominciare (anche se in realtà stiamo già cominciando) ti chiedo: perché ti sei presentata con quell’immagine?

Perchè in questo modo si possono capire tre cose: come mi vedo io, come credo che mi vedano gli altri, e, cosa ben più imporante, il mio stile di disegno.
Ti vedi come una tipa tranquilla, serena e un po’ timida, allora. Almeno, questo è ciò che ricavo dall’espressione e dalla posa.

Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao a tutti! Grazie per il tempo che state dedicando a questa intervista!
Ma grazie a te per il tempo che stai dedicando tu a noi!
Quando ti è venuto il pallino di disegnare?

Da piccolissima… Seguivo le orme di mia sorella che ha un grande talento nel disegno, e da lì ho iniziato pian piano a capire che quella poteva essere la strada giusta. Ho avuto un periodo di pausa al liceo, che in realtà mi è servito solo a tornare sui miei passi e rafforzare la mia passione.

Bello! Una passione nata prendendo esempio da tua sorella!

È un’immagine molto dolce.
Torniamo a noi: la prima volta non si scorda mai.

Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato la tua opera al pubblico?

MIODIOCOSAHOFATTOFACCIOSCHIFOMIINSULTERANNOTUTTIAIUTO
(Poi in realtà è andata molto bene… ma l’ansia era tanta!)

Aiuto! 😀 Hai reso l’idea, si!

E dimmi, dove vai a pescare la tua ispirazione?

Nella musica, nelle persone, nei lavori degli altri, nei film…

In una parola: dappertutto.

A parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi ai tuoi disegni?

Dipende molto da ciò che devo fare, dal mood del lavoro. Se devo disegnare una scena triste, spesso ascolto i Mumford & Sons o gruppi simili. Se invece devo darmi la carica, musica epica, celtica e strumentale a volontà. Qualche volta le colonne sonore dei film d’animazione, soprattutto quando devo fare lavori che richiedono molto tempo e che sono abbastanza “meccanici”.

Oddio, i lavori meccanici! Li odio profondamente. Mi metto lì a farli, mi parte un pensiero, lo seguo, e mi ritrovo a essere andato avanti col lavoro senza ricordarmi di quello che ho fatto. E, spesso, devo tornare indietro.

Odio i lavori meccanici! Li odio! Li odio! Li odio! Li odio! (sfumando, tipo Maga Magò ne “la spada nella roccia”).

E dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui scrivi?

Ho una grande scrivania nera con sopra il computer, due foto ed alcuni bigliettini che servono a motivarmi. Un balcone che non vedo l’ora di utilizzare questa estate, una finestra da cui entra molta luce, un letto gigantesco con le lenzuola di un giallo caldo e il copriletto rosso (che mi da molta gioia). Non sono molto ordinata ma cerco sempre di mettere a posto tutto prima di disegnare: uno spazio di lavoro ordinato mi aiuta a incanalare bene l’ispirazione.

Oddio, la scrivania nera! A me metterebbe ansia!

La finestra grande, però, te la invidio. Il copriletto rosso invece no: ce l’ho anch’io.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense (come ce ne fosse bisogno) a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese o omaggiarmi con un disegnino… insomma, vedi un po’ tu!

Vediamo… che ne dici di una piccola curiosità? Prima di buttarmi nel mondo del disegno, il mio sogno più grande era scrivere. Ho scritto un sacco di racconti e storie brevi, ma ad un certo punto mi sono resa conto che non riuscivo pienamente ad esprimermi. Spero un giorno di ritrovare l’ispirazione e riuscire ad unire questi due mondi. Parole utili come Tag? Efp: è stato il mio trampolino di lancio nella pubblicazione dei miei lavori, anche se a quel tempo si trattava di fanfiction e non di illustrazioni.

Efp? Che sarebbe?

In ogni caso, spero davvero che tu riprenda in mano la scrittura. Se un giorno dovrai disegnare una storia tua, ti servirà moltissimo sapere le regole di quel mondo.

Però peròpperò… Sono 89 parole, non sono trenta. E se mi sono concesso di augurarti il meglio, di certo non posso passare sopra a questa cosa.

Ecco allora le tue domande scomode.

Mi dirai “Ma come, tutte le altre non lo erano?” e io ti dico di no. Almeno, non abbastanza.

I periodi di blocco esistono.

Da un blocco intestinale se ne esce mangiando fibre, ma come si esce da un periodo di blocco artistico?
Non ho fatto caso alle parole, perdonami! Non sono mai stata brava con i numeri e con i limiti. Tornando al blocco artistico… Lo lascio passare. Ho provato vari metodi, ma è l’unico che per me funziona. All’inizio vado nel panico, mi arrabbio, provo a disegnare… Poi capisco che è un periodo no, mi ripeto che passerà, guardo un sacco di film, ascolto molta musica, leggo un buon libro, vado a fare una passeggiata e cerco l’ispirazione lontano dal foglio bianco. Di solito mi basta qualche giorno per ricominciare, a volte più di una settimana. L’importante è ricordare una cosa: prima o poi, passa.
(E comunque, mangiare aiuta anche nel blocco artistico :P)

Pagina facebook, account twitter, patreon, blog, sito internet…

Come preferisci farti pubblicità? E che cos’è che fa davvero la differenza per farsi notare?

Adoro Instagram! E’ in assoluto la mia piattaforma preferita, semplice e immediata. Da sola però non basta, è più un “contorno” ad altre pagine per postare wip e sketch. Ho deciso di aprire una pagina Facebook per raccogliere i miei lavori. La mia prima piattaforma artistica è stata DeviantArt e la utilizzo ancora adesso per le commissioni.
Uhm… direi che il punto cardine sia la costanza negli aggiornamenti. E il cercare di capire cosa piace al pubblico.
A proposito, ti lascio qualche link, che mi spiego molto meglio con i disegni che con le parole!

Mettiamo che tu con i fumetti ci voglia vivere, che tu voglia tirarci fuori uno stipendio. Considerando la concorrenza, come ti valuti come rapporto “tempo di realizzazione della commissione/qualità dell’opera”?

Credo di essere nella media. Ho ancora tempo per eccellere nella qualità dell’opera, e la mia velocità di realizzazione dipende molto da impegni e ispirazione. Per ora posso darmi una stellina per l’impegno: sono quel tipo di persona che dà il meglio in ogni lavoro che deve realizzare. Spero che questo faccia la differenza.

E il tempo di realizzazione dell’opera è direttamente o inversamente proporzionale al valore della stessa?

Se per valore intendi il livello di realizzazione, credo sia ovvio che più un’opera è accurata, più ci vuole del tempo per realizzarla. Personalmente non presento mai un lavoro incompleto, preferisco prenderemi qualche giorno in più e dare il meglio di me. Poi entra in gioco la pratica (prima impiegavo molto più tempo a colorare, ma i lavori erano qualitativamente peggiori), ma quella è un’altra storia.
A parità di capacità tecniche, direi che il tempo è direttamente proporzionale al valore, e quindi al livello, dell’opera.

Vai controcorrente: sei la prima che mi dice che più tempo ci metti, più alto è il valore dell’opera. Ma tu hai risposto interpretando il valore come “valore artistico”, mentre io mi riferivo al vil denaro.

Non importa, va bene così.

Come già detto, non sono brava con i numeri, sono sempre l’ultimo dei miei pensieri! Vale lo stesso principio, comunque: più tempo ci si impiega, più ha valore sia artistico che economico. Trovo che le due cose vadano a braccetto.

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Se potessi disegnare una sola cosa per il resto della tua vita, quale sarebbe?

E la risposta è… ?

Donnine. Donnine ovunque. Trovo che il corpo femminile abbia un’armonia meravigliosa.

È quello che dico sempre anch’io. Al di là di facili battutine, che preferisco evitare qui come nella vita reale (è difficile trovare qualcuno con cui parlare seriamente di certe cose), il corpo femminile, con le sue rotondità e sinuosità e morbidezze e armonie, è già di per sé un’opera d’arte.

E ora, spazio a una tua domanda per me. Prenditi pure una rivincita, rispondo a (quasi) tutto!

Ci siamo trovati a parlare di Inside Out, in privato. Quali sono le cinque Emozioni che muovono i tuoi pulsantini interiori?

Curiosità, Pigrizia, Gioia, Determinazione, Fretta.

E ti assicuro che quando Fretta e Curiosità lavorano insieme diventa un bel casino!

Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog, che il tuo spazio è terminato.

Ciao! E’ stato un piacere, spero di non avervi annoiato 🙂

Una persona che si racconta non è mai noiosa.

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori!

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