Piccola Biblioteca Usata

Le farfalle di Kerguélen (*****)

di Sonia Carboncini

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editore: Senso Inverso edizioni
233 pagine
iniziato il: 31/07/2017
finito il: 14/08/2017

Cari lettori, care lettrici, ben ritrovati a tutti e a tutte.

Questa recensione volevo scriverla ieri, ma siccome c’erano tuoni e fulmini ho preferito non rischiare. Che un PC l’ho già fritto, per colpa di un fulmine.

Comunque… Sonia mi contatta e mi chiede se ho voglia di leggere il suo libro, e io non rifiuto (quasi) mai una lettura. Anche perché non sapevo cosa leggere, le ferie erano imminenti, e quindi capitava proprio a fagiolo, anche se il tipo di storia è lontana anni luce da quello che leggo di solito. Ma questo non è un problema, mi piace esplorare territori sconosciuti, perché spesso ci trovo tesori inaspettati.

Ora, sono appena tornato dalle (meritate) vacanze, durante le quali ho letto solo questo libro, ma è stato molto appagante. Lo sto ancora digerendo e non mi sono tuffato in una nuova avventura, e voglio raccontarvelo.

La storia è molto semplice, parla di una donna alla ricerca del suo passato. La cosa che lo rende complesso è che la protagonista è nata ai tempi del Franchismo, e scavando nel suo passato scopre di essere stata rubata alla madre naturale per poi essere venduta a una famiglia che non l’ha mai amata.

Ci sono pochi personaggi, oltre a lei: l’amica Concha, una donna passionale, un’amica come ce ne sono poche; ci sono i genitori adottivi, che li vediamo poco ma che saranno comunque molto presenti; c’è “la lontana cugina Maria Nieves”, una figura molto dolce seppur colpita dall’Alzheimer, che ci lascerà una lettera commovente, un ultimo sprazzo di lucidità prima di addormentarsi per sempre.

E c’è un marinaio, e c’è un’isola che tutti conoscono ma pochi hanno visto, e ci sono le Farfalle di Kerguélen, metafora perfetta della resilienza, che è uno dei motori della storia. Uno, non l’unico.

La storia si snoda fra Barcellona e La Palma, più o meno, e ci parla di Isabel, una donna sulla quarantina, che riscopre la terra che aveva abbandonato appena maggiorenne, che torna nella casa che aveva tanto odiato da bambina proprio a causa dei genitori adottivi, e ci fa ripercorrere la sua vita all’indietro, riportando alla memoria eventi dolorosi, segnanti, attraverso un tragitto che la porterà a compiere, alla fine, una scelta inaspettata.

E poi basta. Ho riempito un sacco di pagine di appunti, ma non voglio parlarvi oltre della storia, quella ve la leggerete da soli, o se non ne avete voglia potete andare a leggerne il riassunto su Google. O in quarta di copertina, in libreria.

Qui, come sempre, troverete la “mia” lettura del romanzo.

Ebbene, questa storia mi ha colpito. Fisicamente, perché lo stavo leggendo sdraiato a pancia in su, con le braccia in alto, e il libro mi è caduto dritto in faccia. E mi ha colpito al cuore, una stilettata, perché la capacità di Sonia di catapultarti all’interno del racconto è straordinaria, e quando succedono certe cose, che siano belle o brutte ti senti direttamente coinvolto. E le gioie e i dolori che prova Isabel diventano sentimenti anche un po’ tuoi.

Parimenti, è anche una storia dolcissima, parla di amicizia, di coraggio, è un libro che parla di Terra, di Mare, e ne senti i profumi e ne percepisci i colori. Ti sembra di essere davvero a La Palma, e la casa gialla l’hai già vista da qualche parte, l’hai pure vissuta.

A proposito della casa gialla, è così dettagliata che ho chiesto a Sonia se esistesse realmente, e lei ha confermato, come ha confermato il fatto che fosse davvero di un falangista. Poi ho letto la postfazione, e ho scoperto che è scritto pure lì, e mi sono sentito un po’ sciocco.

E mi sono chiesto se esistesse veramente perché Sonia ci racconta di fatti reali, anche se ancora poco conosciuti; fatti di cui si è cominciato a parlare solo nel 2010 o giù di lì, e sono le storie dei “ninos robados”, i bambini rubati. Perché in epoca franchista succedeva anche questo, bambini che venivano portati via alle madri naturali per essere venduti a famiglie “migliori”. Migliori secondo il punto di vista del regime.

Interessante anche sapere che alcuni personaggi descritti nel libro sono persone reali.

Unica nota di disappunto, l’uso della lingua spagnola in alcuni inizi di frase, nei discorsi diretti. Che, per carità, l’estrazione sociale lo richiede, ma per chi come me non sa un’acca di spagnolo, può risultare un po’ fastidioso, alla lunga. Ma nulla di importante, alla fine si capisce tutto lo stesso.

E insomma, per concludere, questo libro è uni di quelli che ti emozionano a 360 gradi, che ti incatenano al mondo descritto e non ti lasciano fino a quando non arrivi alla fine, facendoti davvero vivere all’interno della storia.

E, per ultima cosa, una nota per Sonia. (Ma anche per tutti voi che leggete.)
Ci tenevi a un giudizio maschile perché dici di voler scrivere per tutti, non solo per le donne.
Ebbene, non esistono libri per donne e libri per uomini, esistono le storie.
Le storie possono piacere o non piacere, ma non hanno genere. Quindi scrivi come ti viene: non conosco gli altri romanzi che hai realizzato, ma questo ha davvero una forza enorme.

A presto!

È tutto, vi lascio liberi, io ho già parlato anche troppo.

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Ambrose (*****)

di Fabio Carta

Ambrose

Editore: Alter Ego S.r.L.
Pagine: 212
Iniziato il: 22/06/2017
Finito il: 23/06/2017

Care lettrici, cari lettori, bentrovat*!
Dopo lungo tempo finalmente una recensione, direte. In effetti, è un po’ che sono fermo.

Ma veniamo al sodo. Allora… Oggi è venerdì, giusto? Fabio mi contatta mercoledì, io inizio a leggere il suo libro ieri e lo finisco oggi. Duecentododici pagine lette tutte d’un fiato, incollato alle parole.

Vedete, Fabio ha il grande difetto di usare parole desuete, ricercatissime, un po’ come fa Baricco, ma al contrario di Baricco non le mette in fila così, tanto per, ma le usa allo scopo creare un linguaggio, una caratteristica delle genti che popolano i suoi romanzi, ed è una cosa bella.

Fabio ha altresì il grande pregio di saper disegnare con le parole. Mi spiego: quando leggi un libro di Carta (passatemela, dai), a un certo punto entri dentro al libro e non ti accorgi che ci sono scritte parole, no: vedi immagini, senti suoni, annusi profumi, come se fossi davvero lì. Così capita di iniziare a leggere per sbaglio direttamente sul telefono, che è bruttissimo, ma ti dà la possibilità di essere comodo, dacché leggi a colazione, in pausa caffè, in mensa mentre mangi, in un’altra pausa caffè, la sera mentre cucini, mentre sei sul divano (ok, qui sono passato al Kobo), e poi a letto, fino a che non ti si chiudono gli occhi e oltre, che vengono le due del mattino, e il giorno dopo sei arrivato alla fine di quelle due (cento) paginette scritte sapientemente e lette di corsa.

Insomma, una goduria.

Ma vi starete chiedendo di che cosa parla il libro… Ebbene, sarò breve.
Il libro sembra un prequel di Arma Infero: si svolge sulla Terra, una terra che in dieci anni è stata devastata dalla terza guerra mondiale. Ci sono le primissime colonie extraterrestri, che arrivano ai margini del sistema solare e non oltre, ma c’è un progetto: il Nexus (a-ha!), che mira a una coscienza collettiva tramite la connessione della corteccia binaria (A-HA!), ci sono tute ambientali dotate di miomeri (e questo ci ricollega al Fulleren), ci sono proietti autoforgianti… Insomma, non ci sono i fauni, ma c’è un sacco di roba che è presente in Arma Infero.

Il libro inizia catapultando il lettore in un mondo che è già così, e le cose si capiscono a mano a mano che si va avanti.  E, come già detto, si vede tutto quello che accade.

E la storia parla di un solo uomo. Una specie di soldato che comanda un esoscheletro corazzato e armato fino ai denti. Un uomo che, dentro alla corazza, non è padrone del suo corpo: lui presta la sua carne alla macchina, che è comandata a distanza da una postazione situata nell’orbita terrestre. Il soldato è una testa senza corpo: le sue membra, quando l’uomo è in servizio, sono scollegate dalla testa. Anzi, sono ancora collegate a una testa, ma a quella di qualcun altro.

E questa testa in particolare, quella del soldato, intendo, è malata, soffre di allucinazioni che, nel tempo, diventeranno reali.

Ecco, il fatto è (e qui il buon Fabio mi perdonerà, spero) che io voglio che leggiate questo libro, e quindi vi metto l’incipit. Che non è un incipit, ma una vera bomba, capace di catturare il lettore come la carta moschicida cattura le mosche. Poche righe, ma che vi faranno già capire il tono del romanzo.

“Tre tonnellate di acciaio, nanocarbonio e policeramica.
Non molte per un mezzo corazzato, ma bastanti a vestire un singolo
uomo per la battaglia.
Sotto la corazza, grigi muscoli inerti bramano la vita, vogliono che in loro
fluisca l’emolinfa che li renderà potenti, invincibili.
E la vita arriva, sia nella scarica elettrica dell’impulso d’avvio, gigawatt
modulati come un singolo, potentissimo codice cibernetico, che nella più
modesta forma biologica.
L’uomo, la carne, la polpa nel guscio.
Tre tonnellate di acciaio, nanocarbonio e policeramica, impossibili da
muovere senza l’ausilio di montacarichi o attuatori; un gigante per gli uo-
mini che deve proteggere, un mostro per quelli che deve uccidere.”

Che ne dite, non vi viene un certo prurito alle mani? Un brivido lungo la schiena? Uno stato di eccitazione, l’acquolina in bocca… Insomma, la voglia di scoprire questo racconto pagina dopo pagina?
Leggetelo, anche se non conoscete Arma Infero. Anzi, forse è meglio partire proprio da qui, a leggere Fabio, perché Arma Infero è già più pesante da digerire. Questo, invece, va giù come una birra fresca in una giornata afosa.

A proposito di quest’ultima cosa: ci sono 30 gradi. Vado a farmi una birra, alla salute di Fabio. Voi, nel frattempo, procuratevi una copia del libro.

Alla prossima!

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Odio (****)

Di Andrea Ferrari

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Editore: 96, rue de La-Fontaine
Pagine: 90
Iniziato il: 31/03/2017
Finito il: 3/04/2017

Che ci vuole a finire 90 pagine? Una serata, direte voi…
E invece no, cari lettori. E care lettrici, of course.

E allora perché, vi starete chiedendo, ci ho messo quattro giorni?
Beh… Un po’ per mancanza di tempo, che sono sempre tirato, un po’ perché mi si è scaricata la batteria del Kobo e ho perso un’ora di lettura, un po’ perché ho voluto centellinarlo.
E un po’ perché dovevo prendere la rincorsa per fiondarmi sull’ultimo libro di Harry Potter, che sto leggendo per me e non ve lo racconterò, e avevo bisogno di scrivere qualcosa di libresco, che è un pezzo che.

Ma a voi di questa cosa non vi interessa un razzo, quindi ok, la smetto. Ma solo perché siete voi, e fra poco mi abbandonate, e io rimango qui a parlare da solo, e non è bello parlare a una sala vuota.

Allora… Qualche giorno fa mi contatta Andrea, mi dice che è in pubblicazione il suo secondo libro, mi chiede se voglio leggere il primo.
Ha una sua logica, questa cosa.
Comunque, io parto con la solita tiritera che rifilo a tutti gli esordienti, che io recensisco senza alcun titolo, che il libro può piacermi oppure no, e se è no non sputtano nessuno, perché un esordiente va trattato coi guanti di velluto.
E insomma, lui mi dice che il libro è cruento ed esplicito, e già qui mi parte bene.

Purtroppo, una sera apro il libro e l’incipit non mi piace per niente. Spengo l’e-reader, sconsolato. Mi chiedo addirittura se il mio esordiente abbia mai preso in mano una grammatica.

Mi dice che il libro è esplicito, e mi parte con una cosa tipo

“Alle scuole medie avevo una professoressa di matematica;
il suo posteriore era tondo e formoso: immaginavo di poter
affondare la lingua tra lo spacco sicuramente ricoperto di pe-
luria che si nascondeva tra quelle gambe.”,

e mi viene da piangere, mi chiedo dove sia esplicita sta cosa, e se la violenza sarebbe mai arrivata. Penso “culo! Si chiama culo! Cos’è, hai paura di sporcarti la lingua con le parole? E lo spacco tra le gambe che roba è? No, eh… Razzo, mi hai detto che è esplicito, mi pare che tu abbia un po’ di paura a esserlo!”

E mi viene in mente di tutto, persino di abbandonare già dalle prime pagine, perché di esordienti che non scrivono bene ne ho letti, ma non farò nomi, non mi pare giusto nei loro confronti, e pensavo di averne davanti un altro.

Epperò, tornando a Odio, ho imparato che spesso un brutto incipit non pregiudica la qualità di un romanzo, nonostante abbia un forte impatto sulla mia attitudine alla lettura dello stesso. Sapete, il primo impatto… Così ho provato ad andare avanti.

Ecco.

Superato il primo capitolo, si capisce il perché dell’incipit. E non sto qui a svelare nulla, perché sono 90 pagine in tutto, e potete leggerle da soli.
Quello che voglio raccontarvi, in questo mio spazio, è un avvertimento: non leggerete una storia. Non una che abbia un senso, quantomeno.
Quello che vi troverete di fronte è un personaggio in carne e ossa, uno che vi racconta di sé in prima persona, e che vi urla la sua volontà di essere reale. E vi dirò che ci riesce pure, da quanto è credibile.

Leggerete una cosa che vi farà sentire sporchi dentro e fuori, che vi catturerà, portandovi dentro il personaggio solo per essere digeriti e vomitati di nuovo all’esterno, ma con qualcosa in meno.
Leggerete di lui, di questo omino schiferrimo che si ammazza di masturbazioni e sesso insoddisfacente, e che vivrà entrando e uscendo da cliniche specializzate in malattie mentali, prendendo gli stessi farmaci che serviranno a voi in fase di lettura per rimanere attaccati alla vostra realtà.

Se vogliamo fare un paragone, posso dirvi che se questo romanzo fosse pagato un centesimo a masturbazione, costerebbe nove euro e trentacinque su amazon.
E, in effetti, costa nove euro e trentacinque su amazon, adesso che ci penso.

Comunque, digressioni mie a parte, è un personaggio che vi costringe ad ascoltare la sua storia fino in fondo, fino a una fine che non è una fine, ma che, come piace a me, non finisce.
Questa storia inizia che la vita del protagonista è già iniziata, e finisce nel presente col protagonista che compie un’azione della quale non conosceremo mai le conseguenze. Che giri pagina e ti ritrovi a esclamare “No, cazzo!”, ma è figo così.

Insomma, una storia che potrebbe meritare cinque stelle, ma che si ferma a quattro, e ora vi spiego il perché.

Innanzitutto, non abbiamo davanti un romanzo, ma un personaggio che ci racconta la sua vita miserabile.

Che inizia, si svolge e termina in 90 pagine, quindi, per quanto sia ben sviluppata la caratterizzazione, siamo di fronte a un racconto lungo, più che a un vero e proprio romanzo.

E poi perché il titolo è “Odio”, e, per quanto l’autore abbia centrato molti degli obiettivi che secondo me si era posto, non ha centrato quello principale: l’odio, appunto.
Perché se voleva tenermi incollato alle pagine, l’ha fatto. Se voleva la mia curiosità morbosa l’ha avuta. Se voleva il mio disgusto, l’ha ottenuto.
Se voleva una recensione che parlasse bene del suo libro… beh, la state leggendo. Perché il libro mi è piaciuto un sacco, e vi obbligo a leggerlo.
E se non lo leggete, beh… siete voi che perdete questa perla, mica io.

Dicevo, l’obiettivo primario. Sono andato a leggere altre recensioni, e tutti dicono che hanno sentito l’odio.
Ebbene, io ho letto che lui dice di odiare tutto e tutti, e implicitamente pure se stesso, ma… io non ho visto un personaggio che odia.
Io ho visto un personaggio scazzato, annoiato fino al midollo, deluso dalla società, dalle persone che conosce e dal mondo in cui si ritrova a vivere.
E quindi, lui CREDE di odiare, quando in realtà è solo incapace di reagire e mettersi a fare qualcosa di concreto. Non lavora nemmeno, se non per qualche mese, dicendo di odiare il lavoro ma essendo in realtà timoroso di inserirsi e avere relazioni umane coi colleghi.

E questa sua noia inconsapevole lo porta alla bipolarità, alla paranoia, alla psicosi per la quale viene rinchiuso in manicomio.

Perché odiare è diverso da credere di odiare, quindi per me questo obiettivo non è stato raggiunto.
Poi magari sbaglio io, visto che tutti hanno percepito l’odio, ma io, francamente, non mi sento di accodarmi a chi l’ha letto prima di me.

In ogni caso, ripeto, lo vendono a nove euro e trentacinque su amazon.
Se non li avete, pagate in eiaculazioni, credo che ve lo daranno lo stesso.

E con questo chiudo.
Alla prossima!

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“I Due Regni – le porte di Eshya” *****

Di Alessia Palumbo

[la foto di copertina ancora non esiste.]

edizioni: EKT Edikit
pagine: CIRCA 450 (non è ancora stato impaginato)
Letto più volte in fase di stesura, primavera – estate 2016 (e tutte le volte mi sono divertito un sacco)

Care lettrici, cari lettori, bentrovati!
Sono orgogliosissimo di presentarvi questa recensione, mi elettrizza, mi…
Beh, “mi molte cose”.

Io e il mio gonfiatissimo ego siamo qui a raccontarvi in anteprima mondiale il secondo capitolo de “I due regni”, che si chiama “le porte di Eshya”.
Siccome non è ancora stato impaginato, siccome non c’è ancora una copertina definitiva… insomma, siccome non è ancora edito posso raccontarvi poco, quindi dovete accontentarvi.
Ma tanto non è che di solito vi racconti molto, quindi a voi non cambia granché.

Io l’ho letto quest’estate, voi lo leggerete il prossimo anno, ma se prima leggete me arriverete preparatissimi.
Ah, e fate finta che oggi sia il 23 novembre, che la recensione doveva uscire in concomitanza con il “compleanno” del primo volume, ma per motivi organizzativi mi è stato chiesto dall’autrice di anticiparla.

Che dire… Il romanzo riprende esattamente là dove si era interrotto il primo volume. La parte di Farwel/Asur vede la protagonista entrare sempre più nelle grazie della Comandante, e conoscere allo stesso tempo un complotto che vede una città, Eshya appunto, tramare alle sue spalle.

Della comandante, non di Farwel.

La storia continua con questo doppio gioco fino a quando succederà qualcosa, non voglio rovinarvi il colpo di scena, per cui Farwel sarà costretta a riprendere definitivamente le sue sembianze originali.
Non mi sento in colpa a dirvelo perché, per come tutto è cominciato, sappiamo tutti quanti che prima o poi sarebbe successo, ma l’evento scatenante è… wow!

In ogni caso, da lì in poi la rivolta di Eshya contro la Città Intera sarà vicina. Molto vicina.

[spoiler alert] Dall’altra parte, invece, la Farwel giovane aveva già visto la morte del suo amico durante il Rito di Drator, alla fine dello scorso volume, e da lì inizierà il suo calvario, la maledizione che la accompagnerà per tutta la vita. [/spoiler alert]

Non avete letto il primo volume? Mi spiace per lo spoiler, ma non è colpa mia. Io ve lo avevo pur detto, di leggerlo!

Comunque, sarà perseguitata per sempre dagli incubi, e porterà con sé un marchio indelebile che la farà vivere costantemente in pericolo. Di che cosa si tratti, lo lascio scoprire a voi. Che se ve lo dico io, poi mi accusate di spoilerare, e non è il caso.

A ogni modo, conoscerà nuovi compagni, affronterà nuovi corsi di magia e supererà una prova assieme a due guerrieri, una specie di esame che però, proprio a causa del marchio di cui sopra, non andrà come previsto, come durante il rito. Seguirà un viaggio rocambolesco per fare ritorno all’accademia, e inizieremo a vedere le prime manifestazioni dell’odio verso i maghi.

E poi… beh, scopriremo anche cosa diavolo sono ‘sti Due Regni. E quando si scopre cosa sono è un po’ come l’uovo di colombo, ovvero una cosa così palese che ce l’abbiamo sotto il naso e non ce ne accorgiamo. Però, quando lo scopri, un po’ ti spiazza.

E la storia che Farwel ci stava raccontando? Si, quella della povera cameriera che incontra il principe, intendo. Beh, non ve ne ho parlato nella scorsa recensione, non ve ne parlerò certo adesso!

Che altro dire?
Non posso raccontarvi molto altro, ma posso dirvi cosa ci ho trovato dentro. E dentro ci sono molte belle sorprese.

No, non come quelle delle patatine.

Allora… il ritmo continua a essere trascinante, anzi: lascia ancora meno respiro rispetto al primo volume. Gli eventi si susseguono in rapida successione, e ogni capitolo si conclude in un modo che vorreste saltare direttamente alla parte successiva, senza leggere quello che succede nell’altra metà della storia. Solo che non si può. Non si può leggere della Farwel adulta senza leggere di quella giovane, e viceversa, perché le due storie sono parallele.
Questo genera un’energia cinetica tale che il libro si fa divorare in poco tempo, sono molto rari i momenti in cui lo chiudi in tranquillità.
Diciamo che è uno di quei romanzi che ti tiene sveglio fino alle tre di notte.

I personaggi sono coerenti, soprattutto Farwel, che continua a scappare dalle situazioni, dai problemi. Almeno, lo farà fino a quando… no, non ve lo dico. Rovinerei l’effetto “wow” di cui ho parlato prima.

La Comandante è sempre la solita sadica, e scopriremo che è anche una persona molto, molto intelligente. Non il solito cattivo che non ci arriva, ma un tipo che ci pensa, riflette, trova soluzioni ai problemi e arriva in fondo alle indagini che segue personalmente.

Ah, ci sarà un personaggio nuovo… cioè, lo conosciamo già, ma qui è nuovo. Sembra uscito da “Assassin Creed”, in quanto non indossa l’armatura e combatte con due lame corte… e qui finiscono le similitudini. Diciamo che spicca in mezzo agli altri guerrieri come un pois verde su un maglione fuxia, e, pur essendo un personaggio importante, la sua tecnica e il suo passato non verranno approfonditi più di tanto.
Va bene lo stesso, la sua storia pregressa non ci interessa, non è nemmeno utile ai fini del racconto, ma qualche particolare in più non avrebbe guastato. Diciamo che sembra venire lasciato in disparte, come se il suo ruolo dovesse ancora manifestarsi. Perché, appunto, non è ancora il momento che sappiamo certe cose.
Alessia non ha lasciato nulla al caso, e nel prossimo libro ci saranno sicuramente altre cose da scoprire a riguardo. Non lo sto immaginando, lo so per certo. Sono soggetto a spoiler. Alessia, verrai punita durante le vite future per questo. Il Karma non perdona!

A questo punto, potrei dirvi che Alessia, dopo aver letto la recensione da cima a fondo, mi ha chiesto di dire cosa penso del finale, e io ho pensato di non dirvi nulla. Lo lascio scoprire a voi.
Ma solo per fare un dispetto a lei, eh. Sapete, il Karma di prima.

Per finire, voglio raccontarvi un piccolo aneddoto, per capire quante cose un autore deve soppesare, quanto lavoro di rifinitura ci sia dietro ogni singolo evento, quante belle idee e immagini vengano buttate alle ortiche per amore della coerenza e della fattibilità.

Ebbene, a un certo punto voi vedrete una colomba volteggiare in una stanzetta che sembra uno sgabuzzino, che io ho immaginato essere molto in disordine.
Ecco, quella colomba doveva essere un’aquila, ma, come ho fatto notare ad Alessia, un uccello con un’apertura alare di un paio di metri difficilmente sarebbe riuscito a spiegare le ali in una stanza così. E farla semplicemente appollaiare da qualche parte non sarebbe stato decoroso.

Non è che uno le cose non le sa, anzi, è che a volte si ha in testa un’immagine, e mentre si butta giù l’idea magari non ci si pensa… ma poi rimane lì.
Io l’avevo letto senza battere ciglio, poi, dopo un paio di pagine, mi sono detto “no, aspetta un attimo…” e lì è partito il confronto. Gliel’ho fatto presente, e lei è stata d’accordo con me.

Ecco, questo è tutto.
È stato un piacere leggere Alessia, e sicuramente leggerò il resto della storia. Perché l’idea è buona, e l’ha saputa sfruttare. Perché è piacevole, per niente pesante nonostante la sua complessità.
E perché voglio vedere come va a finire.

E la lista potrebbe continuare.

Insomma, leggetelo perché è una bella storia, e basta. Fatevene una ragione.

Alla prossima!

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Arma Infero II – I cieli di Muareb (****)

di Fabio Carta

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700 pagine
Edizione: Inspired Digital Publishing
Iniziato il: 22/06/2016
Finito il: 5/10/2016

Cari lettori, care lettrici (e viceversa) ben trovati!
Ho appena finito di leggere il secondo volume della storia di Fabio Carta, e come avete ben visto là sopra mi è piaciuto. Ancora. Più di quello scorso.

Tu con la mano alzata, si, bisogna aver letto il primo volume per leggere il secondo. Perché si riprende senza soluzione di continuità dal punto in cui la volta scorsa avevamo terminato la lettura.

La narrazione parte sparatissima, le prime pagine si leggono in un lampo. Non sembra quasi la stessa penna, tanto è serrato il ritmo narrativo.

Inizia di getto, con un diverbio tra Karan e Luthien, si legge del loro rientro a Gargan in un treno fatiscente, sotto copertura. A Gargan si sposeranno, ma non sarà una storia felice, perché Karan è quello che è, e rimanendo fedele a se stesso non riesce a tenersi stretto qualcosa di buono se non per poco tempo.

Purtroppo, la velocità del ritmo narrativo a un certo punto si interrompe.

A Gargan si parlerà di politica, metteremo insieme altri pezzi dei sistemi che governano le lande desolate di Muareb, delle divergenze e delle differenze abissali esistenti fra una colonia e l’altra.

Nel frattempo, ritorna tutto il lato tecnico riguardante la meccanica e il funzionamento degli zodion, scendendo in particolari, ma non sarà una cosa così massiccia come lo è stata per il primo capitolo, anzi: sarà interessante, più leggera perché tante cose le sappiamo già, più gustosa perché cominceremo a vedere il lavoro di Karan per una modifica mai tentata prima.

“Papà, mi fai guidare la tua macchina?”
“Si, quando gli zodion voleranno!”

Ecco. Magari non subito, ma a un certo punto si alzeranno in volo.
E Karan dovrà come al solito mangiarsi il fegato perché non potrà prendersi alcun merito per il passo in avanti nella tecnica.

Comunque sia, presto si va in guerra, ma la vedremo poco, dalle retrovie. Perché (e qui sta la grande forza di questo romanzo) la vedremo attraverso gli occhi di Karan. Che se lui non è al fronte non sa cosa stia succedendo, quindi non può raccontarcelo. Ci racconterà, invece, di alcuni retroscena tecnici e politici, e di come lui e il suo gruppo verranno considerati dei fuorilegge, dei pazzi da cui è meglio tenersi alla larga, dei drogati da emarginare.

Vedremo un piccolo pezzo di guerra, giusto per assecondare la voglia di battaglia che abbiamo in corpo, e poi via, si va alla ricerca del disperso Lakon, che pare si sia inoltrato fra i ghiacci del polo.
Lo ritroveranno? Certo che si, la cosa è piuttosto ovvia, anche perché in caso contrario la storia non si potrebbe sviluppare oltre, ma ci vorrà del tempo.

E poi basta, di quest’ultima parte, che si sviluppa sotto la superficie di Muareb, lascio come sempre a voi il piacere di scoprirla. (lo so, è una frase brutta, mettetela a posto voi, se vi va di farlo. Io stasera non ne ho voglia.)

A grandi linee la storia è questa.

Parliamo ora di cose serie: perché mai dovreste mettervi a leggere un altro mattone di 700 pagine, sapendo già che è lento e pesante?

Forse per il linguaggio ricercato, che sembra l’Italiano dei nonni dei nostri nonni. Un linguaggio desueto, povero di vocaboli, eppure a suo modo ricco di significato.

Forse perché Muareb esiste davvero. “Arma infero” racchiude in sé, oltre a quello che ci sta raccontando Karan, una serie di situazioni politiche verosimili,pseudoreligioni in conflitto fra loro, una geografia dettagliata e una storia che riusciamo vagamente a ricostruire grazie alle informazioni frammentarie raccolte qui e là.

Forse perché il punto di vista rimane coerente, Karan ci sta raccontando la situazione per come lui l’ha vissuta, e non sapendo altro da quello che ha visto non può raccontarcelo. Se vogliamo sapere cosa sta succedendo attorno a lui, dobbiamo anche qui mettere insieme i pezzi di avvenimenti che gli vengono raccontati, stando attenti a smontare e ricostruire tutto a mano a mano che scopriamo che alcuni di questi pezzi sono fantasie di megalomani.

Forse perché tutti gli eventi sono concatenati fra loro in maniera egregia, e niente è trattato con superficialità, niente viene abbandonato per strada o lasciato al caso.
Spesso viene da pensare “no, un attimo, c’è qualcosa che non va”, ma subito arriva una parola che ricorda che tutto è già stato spiegato prima. E, magicamente, tutto torna perfettamente a posto.

Davvero, è un mattone incredibile, ma è anche uno dei più bei racconti di fantascienza che mi sia capitato di leggere.

Perché non dovreste, invece, leggerlo?

Beh, diciamo che, in contrapposizione a Karan e Lakon, che sono personaggi descritti con cura maniacale fin nel più piccolo dei particolari, i personaggi che ruotano attorno a loro sembrano un po’ piatti. Come le salviettine usa e getta sono un surrogato di acqua e sapone, i personaggi secondari sono più che altro dei fogli di carta velina, con un background appena accennato, quando c’è.
D’altra parte, non è che serva a molto conoscere nei particolari personaggi che prima o poi dovremo abbandonare, però un po’ di inchiostro in più non avrebbe guastato.

Ecco. Sono più i punti a favore che quelli contro.

L’altra volta, se ricordate,mi ero lamentato dell’estrema lentezza del romanzo. Questa volta, invece, sapevo già che ci avrei messo un sacco di tempo a leggerlo, così non ci ho pensato e sono riuscito a godermi di più la lettura. E ho scoperto che la lentezza è un altro punto di forza, perché è la narrazione stessa che la richiede.

Fabio ha una bella penna, e merita di essere letto. Però dovete essere pronti ad avventurarvi in un viaggio estremamente lungo, che non vi porterà in luoghi piacevoli e non vi farà viaggiare su mezzi confortevoli. Diciamo che sarà come viaggiare su un treno con i sedili di pietra, posato su rotaie sconnesse, in luoghi aridi e pericolosi.

Aspetto il terzo volume con impazienza. La cerca del Pagan è conclusa, è tempo che Lakon inizi la sua ascesa verso l’immortalità, verso la divinizzazione. E si prospetta una cosa terribile e grandiosa.

L’ultimo capitolo di questo secondo volume fa da incipit al successivo.
Dire che questo incipit è buono sarebbe riduttivo. Perché è un finale da urlo, è un propulsore a reazione che spinge a prendere subito in mano un libro che ancora non è stato pubblicato, è un incipit prima dell’incipit che è una bomba.

E spero di vederla esplodere in fretta.

È tutto. ALla prossima, che purtroppo non sarà così prossima.
Ciao!

Categorie: Piccola Biblioteca Usata | Tag: , , | Lascia un commento

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