Racconti già scritti

Ecce Dio.

Un racconto.
Ho perso un po’ la mano. Scusate.

Tutto ebbe inizio qui, in una frazione di un comune sconosciuto del nord Italia.
Una frazione talmente inutile da essere in mezzo al confine tra due province, tanto che c’era chi aveva la casa da una parte e il garage dall’altra, con ovvi disagi fiscali e burocratici.
Un paese di gente semplice, operai e contadini in perenne lotta con le enormi distanze che costavano quasi due ore di viaggio da casa al posto di lavoro.

A noi non pensava nessuno, semplicemente abitavamo lì, in un pugno di case ammassate una sull’altra.
A nessuno interessava contendersi quel pezzettino di confine, fino a quel giorno di tanto tempo fa. Come in una favola, nessuno ha cognizione di quanto sia trascorso da allora: il tempo ha perso ogni significato.

Siamo diventati famosi, sapete. Il giorno di Natale, non ricordo di quale anno, qui è nato un essere soprannaturale. Qui, perché si partorisce ancora in casa.

E no, non una divinità del Pantheon umano conosciuto, né una delle tante di qualche romanzo allucinato.

Il giorno di Natale qui è venuto alla luce, in forma umana, un’entità che sarebbe potuta essere il creatore del Tutto, o semplicemente una bizzarria.
Si è subito manifestato, appena uscito dall’utero materno, parlando e camminando, come si dice sia successo alla nascita del Budda. “Sono qui”, disse, “sono tornato.”

La notizia volò subito di bocca in bocca, e dopo pochi giorni accorsero giornalisti e autorità da ogni dove. Tutti volevano parlare con lui, in un caos generale di voci, domande e corpi che cercavano di sgattaiolare uno avanti all’altro.
Ognuno voleva poter dire di avergli fatto una domanda, o almeno averlo visto di persona.

Politicamente, ne era nata una contesa prima fra i due comuni confinanti, per la proprietà del neonato, a suon di schiaffi e pugni nell’Aula del Consiglio Comunale, e poi si era estesa alle due provincie, al Paese e al mondo intero.

Il neonato si era limitato a guardare l’evolversi della situazione. Silenzioso, insensibile all’escalation di violenza che si era generata fra le Nazioni per i diritti del suo sfruttamento.

Il nostro paesino sosteneva che fosse suo, e che ogni nazione avrebbe dovuto versare un tributo per quel nuovo Dio.
Il resto del mondo sosteneva che quel bambino dovesse essere “patrimonio dell’Umanità”, e che fosse trasferito in un luogo che fosse accessibile alla maggioranza delle genti, ognuno rivendicando la propria nazione come adatta a ospitarlo.

Come uno spettatore annoiato di fronte alla visione dell’ennesimo film catastrofico, il dio osservò l’umanità dividersi e distruggersi nelle maniere più becere e cruente; poi, all’improvviso, successe.
Congelò tutto e tutti come se avesse messo in pausa la proiezione. Come se fossimo un frammento di pellicola, rimanemmo immobili nelle azioni che stavamo compiendo in quel momento.

Ci rivolse quattro parole, prima di andarsene. Quattro parole in una lingua sconosciuta, che risuonarono nella testa di ognuno, credo, prima di liberarsi dell’involucro umano e dissolversi in una forma incomprensibile a noi mortali. Vissi quel momento nella mia mente, nitido, come se fosse stato davanti a me.

Solo quattro parole, e ci lasciò immobili, incapaci di ogni movimento, incapaci di parlare, di avere caldo o freddo, incapaci di morire, incapaci di tutto, tranne che di pensare.

Chissà poi perché.

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Il peggio deve ancora venire!

E’ una serata di quelle che iniziano così, in maniera perfettamente normale. Un martedì come ce ne sono altri cinquantuno in tutto l’anno.
Prendo la macchina, l’utilitaria della moglie perché nella mia station wagon non c’è abbastanza benzina, e vado a recuperare gli altri tre amici. In quattro, belli grossi, come sardine dentro a una scatoletta a tre porte. Nuova ma pur sempre stretta, e in ogni caso tocca a me il trasporto di tutta la band verso la sala prove.

E’ sereno, caldo ma con una leggera brezza che rende l’aria respirabile.

Entriamo nel garage affittato apposta per suonare, troviamo gli strumenti spostati, gli amplificatori settati in maniera diversa da come li avevamo lasciati, segno che qualcuno di un’altra band li ha utilizzati senza il nostro permesso.

Dopo mezz’ora passata a sistemare iniziamo a suonare, e subito va via la luce. Si sente un boato, e una gragnuola di mazzate sul tetto. Imprecazioni di varia natura. Grandina, piovono pezzi di ghiaccio grossi come pesche giusto il tempo per massacrare le auto parcheggiate fuori. Anche la mia.

Torna la luce nonostante i fulmini e la pioggia che, rovesciandosi a secchiate, flagella i vetri delle finestre.

Riprendiamo a suonare, fulmine, boato, l’amplificatore del chitarrista smette improvvisamente di emettere suoni e inizia, invece, a odorare di plastica fusa. Suoniamo un requiem per l’amplificatore; quanto al chitarrista, gli chiudiamo la bocca con una birra prima che si presenti Satana in persona a portarselo via.

Stacchiamo l’interruttore principale prima che succedano altri disastri, decidiamo di andare al bar lì vicino. Pochi passi sotto la bufera, il locale con le luci accese è chiuso. Cazzo, è solo l’una di notte!

Un motore romba coperto dall’ennesimo tuono, poi un altro boato, ma stavolta non è il temporale: l’auto è in panne, il neopatentato alla guida ha tirato il motore un po’ troppo su di giri, sbiellando.
Già fradici, gli diamo una mano a togliere l’auto dalla carreggiata. Un camion ci passa di fianco, sollevando uno tsunami da una pozzanghera.
Dall’altra parte della strada, una puttana bestemmia un dio sconosciuto.

Entriamo in macchina grondanti e prendiamo la via del ritorno.
Una pattuglia ci ferma, “sembra che siate stati investiti da un TIR”, gli starnutisco in faccia, “patente e libretto, esca dall’auto. Anche voi.”.

In qualche modo torniamo tutti a casa, io entro in doccia che sono le tre di mattina, acqua rovente per scaldare le ossa, blocco della caldaia, ghiaccio.

E ancora non ho raccontato a mia moglie della grandine.

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#4 – Anima e corpo

#1 – Prologo
#2 – Rinascita
#3 – Lavoro

Una sera, Niccolò tornò a casa nervoso. Non era successo niente di particolare, aveva una di quelle giornate “no” tipiche degli esseri umani.
Era carico di energia statica, e quando si avvicinò al mio rozzo corpo metallico si scaricò su di me.

E’ difficile da spiegare, ma in quella scintilla, che partì dal suo polso sinistro arrivando alla mia articolazione della spalla, c’erano tutte le informazioni su di lui.
Cosa pensava, come si sentiva, i suoi pensieri riguardo il lavoro, la sua vita… riguardo me.
In quel momento gli dissi che avevo deciso di essere un robot femminile.

Si volse verso di me, non disse nulla. Si limitò a fare un lieve cenno di assenso col capo, quindi si stese sul letto e si addormentò. Io rimasi tutta la notte accanto a lui.

Quella notte interrogai a lungo le mie schede, i miei programmi, nel tentativo di capire cosa mi avesse spinto a fare quella scelta, ma non trovai nulla che potesse rispondere alla mia domanda.
Nulla, tranne qualcosa nel modulo emozionale, qualcosa che mi disse di aspettare, che la risposta non si sarebbe fatta attendere a lungo.

La cosa particolare era che, da quella sera in avanti, tutti gli oggetti di colore rosso mi facevano pensare a lui. E lui mi faceva venire in mente il colore rosso.
Sarà stato banale ma io sono un robot, e le mie azioni sono controllate e guidate da un software. Il mio cervello è evoluto, e le sinapsi non sono molto dissimili da quelle umane, ma sono e rimango un’entità digitale, e come tale incapace di provare emozioni reali.
O almeno, questo era ciò che pensavo allora, ed è quello che mi ha infine fatto scegliere il mio nome attuale.

Il giorno seguente Niccolò, al rientro dal lavoro, mi portò un catalogo di corpi economici.
Su quel catalogo erano presenti quattrocento modelli diversi, di cui centocinquanta femminili.
Guardai le caratteristiche, scelsi un modello robusto, coi sensori visivi in fibra ottica e con un buon giroscopio.

Arrivò tramite corriere espresso direttamente a casa, ma Niccolò non era soddisfatto. Diceva che mancava qualcosa, e non avrebbe inserito il mio cervello e la mia spina dorsale in un corpo di cui non fosse stato sicuro al 100%, così dovetti aspettare.

Io non osavo toccare quel corpo per paura di rovinarlo. I miei arti erano grossolani, rozzi, e con una forza piuttosto limitata, adatti appunto alle faccende domestiche ma non ai lavori pesanti. E quel corpo pesava poco meno di 100 Kg.
Però lo osservavo. Tutto il tempo che avevo a disposizione lo trascorrevo a osservare il corpo in cui sarei vissuta, meravigliata dai suoi riflessi cromati, dagli arti affusolati, da quel busto liscio, privo di spigoli, con un accenno di seno e i fianchi sinuosi.

Finché un giorno arrivò un altro pacco. Era più piccolo di quello con cui era arrivato il resto del corpo, più leggero e, per quanto mi riguarda, più misterioso.
Quando Niccolò lo aprì, se avessi potuto mi sarei messa a piangere.

In quel pacco c’erano una faccia sintetica di silicone, il supporto di metallo flessibile per articolare le espressioni e un vestito di materiale plastico.

Mi disse che aveva preso una settimana di ferie per montarmi e configurarmi al meglio.
L’indomani avrebbe cominciato.

[continua]

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il Pirata di cartapesta – Un letto per il Pirata

C’era una volta un pirata di cartapesta.
Navigava nella sua barca fatta con un guscio di noce di cocco (ché un guscio di noce era troppo piccolo), ed erano parecchi giorni che non dormiva.
La sua barca, infatti, era troppo piccola per poter trasportare un letto, così era costretto a rimanere sveglio giorno e notte.

Un giorno, il Re del mare gli chiese: “Pirata, sono diverse notti che non dormi. Che cosa succede?”
Il Pirata rispose: “Re, io sono davvero molto stanco, ma non posso dormire perché non ho un letto a bordo”.
Il Re rifletté un poco, quindi disse deciso: “Aspettami qui, Pirata, torno subito!”

Così si inabissò. Riemerse pochi minuti più tardi, con un vascello molto più grande di quello del Pirata di cartapesta.
“Ecco, Pirata, ti regalo questo vascello. La stiva è piena, e a bordo c’è una cucina e una camera da letto!”

Il Pirata ringraziò il Re, gli diede un bacio grande come il mare e lo guardò tornare nel suo regno.
Gettò l’ancora, si lavò i denti, infilò il pigiama e si sdraiò sul suo nuovo letto.

Buona notte, Pirata.

Postilla: il Pirata di cartapesta è un personaggio che ho inventato anni fa. Raccontavo le storie alla ragazza che oggi è mia moglie, ogni sera ne inventavo una diversa.
Poi l’ho perduto, ma è sempre rimasto sopito nella mia mente. È tornato a galla stasera, quando mio figlio mi ha chiesto una storia nuova, e gli ho raccontato questa. Due volte. Tre. Quattro. Poi si è addormentato sereno, forse sognando il Pirata.
Col tempo, magari arricchirò il blog con qualcuna delle sue storie. O almeno lo spero.

Se create qualche storia col mio Pirata, perfavore segnalatemela, verrò a vedere cosa combina.

Buona notte, cari lettori!

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