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il vestito più bello di Catherine

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(disegno di Michela Fusato)

Si muove leggera, la dolce Catherine, come una farfalla sull’acqua. Ha negli occhi – curiosi – quello sguardo perso e sognante, tipico delle menti più pure.
E quella voce! Oh, quella voce! Così femminile, così morbida che te ne innamori, è come una droga: una volta che l’hai ascoltata vorresti parlare – sussurrare – con lei all’infinito. E all’infinito, ancora.
Catherine è poesia, Catherine è una donna che nessuno oserebbe sfiorare, per paura di romperla, senza il suo consenso.
Catherine gira per la strada nel suo cappotto rosa, spumoso, agile sotto l’ombrello aperto, delicata sulle sue scarpette da fata. I lunghi capelli, chiari e lisci, ondeggiano al vento fresco della primavera appena iniziata.
La guardo, e il tempo rallenta. Ascolto i suoi passi ma non sento rumore alcuno: è come se stesse camminando su un cuscino. Lei mi guarda, sorride, arrossisce. Distoglie lo sguardo, come se il mio potesse rapire la sua anima. Il suo essere leggera.
Sembra fragile, Catherine, ma non lo è. Lei cammina sicura, ma con la testa perennemente tra le nuvole. A testa alta, ma china sui propri passi, come avesse timore di perderli.
Ha negli occhi – vivi – quello sguardo perso e distante, tipico delle persone che sanno ancora sognare ad occhi aperti.
Il mondo di Catherine è un Mondo ovattato, fresco, profuma di qualcosa che fa stare bene. Il mondo di Catherine è per pochi, ed io ho il privilegio di essere uno di quei pochi – rari – a cui Lei ha consentito di entrare.
Catherine, un nome che ha il suono dirompente dell’acqua. Di quella stessa acqua che può distruggere ogni cosa al suo passaggio, ma la donna che lo indossa ha – come – l’anima di un placido lago. Un nome, Catherine, che solo a pronunciarlo si ha l’impressione di farle una violenza.
Ha un armadio, Catherine, un armadio con dentro aria. I suoi vestiti sono aria. La sua biancheria è aria. Catherine si veste con tessuti fatti di aria, come se qualcosa di appena più pesante potesse schiacciarla, soffocarla.
Ha una casa, Catherine, una casa posata su una nuvola, una casa senza spigoli, morbida; una Casa con un giardino; un giardino con gli alberi rotondi, e fontanelle, e zampilli, e laghetti e pesci.
Una casa fatta di legno; legno di ciliegio, profumato.
E un letto, soffice, con le coperte di seta.
Si entra scalzi, a casa di Catherine. A piedi nudi, come a sottolineare il silenzio, come se un – seppur – lieve rumore, come quello dello scalpiccio, appunto, potesse turbare le acque calme del suo io interiore.
Ti accoglie a casa sua come un angelo accoglie un’anima in Paradiso, la dolce Catherine, e la sua casa – tutta la sua casa – ti chiede di fare piano, ti chiede di non portare con te il minimo pensiero ombroso, la minima ansia. Catherine ti accoglie così, in casa sua e ti invita a far parte del suo mondo. E, dentro di te, senti che è necessario che sia così, che non si può fare in altro modo, perché è la casa di Catherine. La Sua.
Entri in casa sua e senti la Pace. La pace piccola, la pace domestica. La Pace dove non occorrono parole, dove basta uno sguardo per intendersi, dove la voce non serve perché già gli occhi parlano troppo. troppo.
E ti invita a sederti, Catherine, su una sedia che non è – sedia -, ad un tavolo che non è – tavolo -, a bere un tè che sa di buono. E ti fa sentire buono. E diventi! buono.
E ti guarda con quegli occhi – briosi – , con quello sguardo perso e incantato, che ti accarezza senza sfiorarti.
E ti rapisce, ti porta con sé, e non esiste più nulla, non c’è più nulla, all’infuori del suo – incantatore – sguardo, mentre sorseggia – ambrato – il tè.
E il tempo smette di scorrere, all’interno dello spazio tra tè e tè, mentre il mondo – frenetico – continua, instancabile, instancabilmente, la sua corsa – folle -.
E viene la sera. La sera, con la sua penombra. Una penombra che – a nominarla – è una luce già troppo intensa.
Esce, Catherine, e danza, leggera, all’interno del suo giardino segreto.
E nella notte, nuda, la luce della luna sulla sua pelle diafana è il suo vestito più bello.

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F.A.T.A.

Seppellii il mio cuore sul bagnasciuga e lo affidai all’oceano.
L’acqua venne a prenderlo, e lo rinchiuse nel suo scrigno inaccessibile.
Ma le parole inespresse racchiuse nel mio io più segreto, di un’amarezza infinita, erano troppo pesanti persino per il profondo blu, e gorgogliarono risalendo in superficie.
L’acqua si increspò, bolle esplosero nell’aria rivelando le frasi al vento, poi l’oceano tornò a essere un cielo capovolto, sereno come se si fosse finalmente liberato di un peso gigantesco.
La brezza fu caricata di quelle voci, che divennero tempesta e si scagliarono sulla Terra, colpendo con veemenza le pareti delle montagne, e le montagne, scosse dal verbo, tremarono sempre più violentemente, quasi singhiozzassero e piangessero all’unisono col mio cuore infranto, fino a che si spaccarono vomitando il fuoco, che lentamente distrusse persone e cose.
E di me non restò altro che un’anima bruciata, che urlò la sua disperazione, e pianse fino a restare prosciugata, arida come la sabbia del deserto, fino a quando un altro mare venne a lambire le rive del mio cuore.
Fuoco, Aria, Terra e Acqua, in un ciclo perpetuo dentro di me, avido d’amore.

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