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“I Due Regni – le porte di Eshya” *****

Di Alessia Palumbo

[la foto di copertina ancora non esiste.]

edizioni: EKT Edikit
pagine: CIRCA 450 (non è ancora stato impaginato)
Letto più volte in fase di stesura, primavera – estate 2016 (e tutte le volte mi sono divertito un sacco)

Care lettrici, cari lettori, bentrovati!
Sono orgogliosissimo di presentarvi questa recensione, mi elettrizza, mi…
Beh, “mi molte cose”.

Io e il mio gonfiatissimo ego siamo qui a raccontarvi in anteprima mondiale il secondo capitolo de “I due regni”, che si chiama “le porte di Eshya”.
Siccome non è ancora stato impaginato, siccome non c’è ancora una copertina definitiva… insomma, siccome non è ancora edito posso raccontarvi poco, quindi dovete accontentarvi.
Ma tanto non è che di solito vi racconti molto, quindi a voi non cambia granché.

Io l’ho letto quest’estate, voi lo leggerete il prossimo anno, ma se prima leggete me arriverete preparatissimi.
Ah, e fate finta che oggi sia il 23 novembre, che la recensione doveva uscire in concomitanza con il “compleanno” del primo volume, ma per motivi organizzativi mi è stato chiesto dall’autrice di anticiparla.

Che dire… Il romanzo riprende esattamente là dove si era interrotto il primo volume. La parte di Farwel/Asur vede la protagonista entrare sempre più nelle grazie della Comandante, e conoscere allo stesso tempo un complotto che vede una città, Eshya appunto, tramare alle sue spalle.

Della comandante, non di Farwel.

La storia continua con questo doppio gioco fino a quando succederà qualcosa, non voglio rovinarvi il colpo di scena, per cui Farwel sarà costretta a riprendere definitivamente le sue sembianze originali.
Non mi sento in colpa a dirvelo perché, per come tutto è cominciato, sappiamo tutti quanti che prima o poi sarebbe successo, ma l’evento scatenante è… wow!

In ogni caso, da lì in poi la rivolta di Eshya contro la Città Intera sarà vicina. Molto vicina.

[spoiler alert] Dall’altra parte, invece, la Farwel giovane aveva già visto la morte del suo amico durante il Rito di Drator, alla fine dello scorso volume, e da lì inizierà il suo calvario, la maledizione che la accompagnerà per tutta la vita. [/spoiler alert]

Non avete letto il primo volume? Mi spiace per lo spoiler, ma non è colpa mia. Io ve lo avevo pur detto, di leggerlo!

Comunque, sarà perseguitata per sempre dagli incubi, e porterà con sé un marchio indelebile che la farà vivere costantemente in pericolo. Di che cosa si tratti, lo lascio scoprire a voi. Che se ve lo dico io, poi mi accusate di spoilerare, e non è il caso.

A ogni modo, conoscerà nuovi compagni, affronterà nuovi corsi di magia e supererà una prova assieme a due guerrieri, una specie di esame che però, proprio a causa del marchio di cui sopra, non andrà come previsto, come durante il rito. Seguirà un viaggio rocambolesco per fare ritorno all’accademia, e inizieremo a vedere le prime manifestazioni dell’odio verso i maghi.

E poi… beh, scopriremo anche cosa diavolo sono ‘sti Due Regni. E quando si scopre cosa sono è un po’ come l’uovo di colombo, ovvero una cosa così palese che ce l’abbiamo sotto il naso e non ce ne accorgiamo. Però, quando lo scopri, un po’ ti spiazza.

E la storia che Farwel ci stava raccontando? Si, quella della povera cameriera che incontra il principe, intendo. Beh, non ve ne ho parlato nella scorsa recensione, non ve ne parlerò certo adesso!

Che altro dire?
Non posso raccontarvi molto altro, ma posso dirvi cosa ci ho trovato dentro. E dentro ci sono molte belle sorprese.

No, non come quelle delle patatine.

Allora… il ritmo continua a essere trascinante, anzi: lascia ancora meno respiro rispetto al primo volume. Gli eventi si susseguono in rapida successione, e ogni capitolo si conclude in un modo che vorreste saltare direttamente alla parte successiva, senza leggere quello che succede nell’altra metà della storia. Solo che non si può. Non si può leggere della Farwel adulta senza leggere di quella giovane, e viceversa, perché le due storie sono parallele.
Questo genera un’energia cinetica tale che il libro si fa divorare in poco tempo, sono molto rari i momenti in cui lo chiudi in tranquillità.
Diciamo che è uno di quei romanzi che ti tiene sveglio fino alle tre di notte.

I personaggi sono coerenti, soprattutto Farwel, che continua a scappare dalle situazioni, dai problemi. Almeno, lo farà fino a quando… no, non ve lo dico. Rovinerei l’effetto “wow” di cui ho parlato prima.

La Comandante è sempre la solita sadica, e scopriremo che è anche una persona molto, molto intelligente. Non il solito cattivo che non ci arriva, ma un tipo che ci pensa, riflette, trova soluzioni ai problemi e arriva in fondo alle indagini che segue personalmente.

Ah, ci sarà un personaggio nuovo… cioè, lo conosciamo già, ma qui è nuovo. Sembra uscito da “Assassin Creed”, in quanto non indossa l’armatura e combatte con due lame corte… e qui finiscono le similitudini. Diciamo che spicca in mezzo agli altri guerrieri come un pois verde su un maglione fuxia, e, pur essendo un personaggio importante, la sua tecnica e il suo passato non verranno approfonditi più di tanto.
Va bene lo stesso, la sua storia pregressa non ci interessa, non è nemmeno utile ai fini del racconto, ma qualche particolare in più non avrebbe guastato. Diciamo che sembra venire lasciato in disparte, come se il suo ruolo dovesse ancora manifestarsi. Perché, appunto, non è ancora il momento che sappiamo certe cose.
Alessia non ha lasciato nulla al caso, e nel prossimo libro ci saranno sicuramente altre cose da scoprire a riguardo. Non lo sto immaginando, lo so per certo. Sono soggetto a spoiler. Alessia, verrai punita durante le vite future per questo. Il Karma non perdona!

A questo punto, potrei dirvi che Alessia, dopo aver letto la recensione da cima a fondo, mi ha chiesto di dire cosa penso del finale, e io ho pensato di non dirvi nulla. Lo lascio scoprire a voi.
Ma solo per fare un dispetto a lei, eh. Sapete, il Karma di prima.

Per finire, voglio raccontarvi un piccolo aneddoto, per capire quante cose un autore deve soppesare, quanto lavoro di rifinitura ci sia dietro ogni singolo evento, quante belle idee e immagini vengano buttate alle ortiche per amore della coerenza e della fattibilità.

Ebbene, a un certo punto voi vedrete una colomba volteggiare in una stanzetta che sembra uno sgabuzzino, che io ho immaginato essere molto in disordine.
Ecco, quella colomba doveva essere un’aquila, ma, come ho fatto notare ad Alessia, un uccello con un’apertura alare di un paio di metri difficilmente sarebbe riuscito a spiegare le ali in una stanza così. E farla semplicemente appollaiare da qualche parte non sarebbe stato decoroso.

Non è che uno le cose non le sa, anzi, è che a volte si ha in testa un’immagine, e mentre si butta giù l’idea magari non ci si pensa… ma poi rimane lì.
Io l’avevo letto senza battere ciglio, poi, dopo un paio di pagine, mi sono detto “no, aspetta un attimo…” e lì è partito il confronto. Gliel’ho fatto presente, e lei è stata d’accordo con me.

Ecco, questo è tutto.
È stato un piacere leggere Alessia, e sicuramente leggerò il resto della storia. Perché l’idea è buona, e l’ha saputa sfruttare. Perché è piacevole, per niente pesante nonostante la sua complessità.
E perché voglio vedere come va a finire.

E la lista potrebbe continuare.

Insomma, leggetelo perché è una bella storia, e basta. Fatevene una ragione.

Alla prossima!

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I Due Regni – La Città Intera (*****)

Di Alessia Palumbo

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edizioni: EKT Edikit
Pagine: 592
Iniziato il : 16/02/2016
Finito il: 29/02/2016

Bentrovati, cari lettori! (devo decidermi a cambiare formula di benvenuto.)
Sapete, sono sempre meno scettico sul valore dei romanzi degli esordienti Italiani.
Ricordo che Laura Platamone nel suo manuale sull’editoria diceva che, per sopravvivere, le piccole case editrici non a pagamento devono scovare nuovi talenti, autori che i bestselleristi americani se li mangiano a colazione…
Ebbene, è così. È così.
Perché ci ho provato, e perché alcuni di loro mi hanno contattato per propormi il loro romanzo e io ho detto di si e l’ho letto, e allora ve lo dico per esperienza: credete negli esordienti, non ve ne pentirete.

È questo uno di quei casi, perché Alessia è un’esordiente. Piuttosto timida e insicura, invero, ma con una grande penna.
Perché io il suo romanzo l’ho divorato, non riuscivo a staccarmene, anche con 39 e rotti di febbre e gli occhi che bruciavano provavo il desiderio di leggere. E, credetemi, questo è un grande dono.

Ma andiamo con ordine.
Farwel è una maga potente. Un’incantatrice. Potente.

Allora… non so come partire, perché Alessia ci propone la versione adulta di Farwell in un capitolo, e nel successivo ce la fa vedere poco più che bambina. E ci sono pure delle digressioni. È come se ci fossero tre storie che vanno avanti parallele, e sistemare gli eventi in ordine cronologico in modo da poter farvi capire qualcosa di questo romanzo è un casino. Cercherò di ricostruire come meglio posso. Se non capite qualcosa leggetevi il libro, fatevene una ragione e venite a ricostruire gli eventi con me.

Dicevo, Farwel è figlia di uno dei più grandi guerrieri della regione, e questi ha grosse aspettative per lei. Vorrebbe vederla diventare una grande guerriera, e dal canto suo Farwell non vuole deludere il padre, vuole che lui ne sia orgoglioso. Ce lo ripete fino allo sfinimento, nel secondo capitolo, quindi la cosa è ben chiara, la sua determinazione incrollabile.

In quel tempo, i maghi erano già considerati degli esseri inutili, deboli, codardi, e venivano quindi emarginati. E qui sta la forza di questo romanzo: siamo abituati a Gandalf il Grigio (Il Signore Degli Anelli), ad Allanon (il ciclo di Shannara), a Mandrake e al mago Zurlì, tanto per dire, quindi a esseri potenti o quantomeno amati da chi sta loro attorno; invece Alessia ce li presenta magari potenti, si, ma trattati come se la magia fosse una sorta di brutta malattia, ed evitati quindi come lebbrosi. Un’onta averne uno in famiglia.

Vedremo poi come, in futuro, verranno cacciati e uccisi come bestie. (Nel romanzo, perché qui non ve ne parlo. Leggete il romanzo!)

Comunque, la nostra Farwel scopre di essere maga, e in quel momento di assoluto smarrimento viene abbandonata dalla famiglia, che riteneva, giustamente, di aver subito un’onta imperdonabile. Lei corre via, piange, si ritrova a essere sola. Si rifugia in camera, e qui accade una cosa inaspettata: vediamo che le sue amiche la aiuteranno in questa difficile situazione restandole accanto, e iniziando a pensare di aver ricevuto insegnamenti, nozioni e notizie sbagliate sui maghi.
E alla fine, anche grazie a loro, Farwel accetta la sua nuova condizione e inizia a vestire la toga tipica dei maghi, fatta di un tessuto magico che riceve l’imprinting dall’impronta magica della prima persona che la indossa, rivelandone le capacità attraverso dei simboli sul petto e sulla schiena.

Ci viene spiegato come funziona la magia: ogni mago ha a disposizione un serbatoio da cui attingere, sfruttando più o meno il concetto dei “punti magia” nei giochi di ruolo: a un certo punto finiscono, e devi riposare per recuperarli. Il problema è che sembra quasi uno spiegone, e il modo in cui viene visualizzato il serbatoio di un mago da un altro mago, è…

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Beh, insomma, un meme vale più di mille parole.

Seguirà un lungo periodo di addestramento, i cui primi cinque lunghi anni serviranno solo ad apprendere le basi della magia, il modo per riuscire a controllare almeno i suoi elementi di base, che per lei saranno Terra e Fuoco. (ovviamente: doppio elemento, doppie prove ed esami da superare.) E altre magie minori. E una magia proibita che decide lei contro qualunque buon senso.

E poi c’è la prova finale, che sarà una grande prova, ma non quella che ci si aspettava.

Infrattata fra un capitolo e l’altro, come accennavo poco sopra, c’è la storia di lei da adulta.

E da adulta va a trovare il suo vecchio maestro per chiedergli un aiuto che le verrà negato. Qui ci viene data la conferma che il nome Farwel è quanto di più adatto si potesse trovare per lei: Farwel è lo storpiamento del danese Farvel, che ha lo stesso significato dell’inglese Farewell, e significa Addio.
Lo dico qui perché, dopo tutte le cose e le persone a cui Farwel ha dovuto dire addio, dovrà dire addio anche al suo maestro, che si arrabbierà con lei e non vorrà più vederla.

Farwel si ritroverà teletrasportata davanti alla vecchia casa dei suoi, dove, incredibilmente, farà pace col padre e bloccherà il suo enorme potere per poter… no, vi ho raccontato troppo. Non vi ho spoilerato chissà cosa, con la riappacificazione, perché avviene prima del 30% del totale, e comunque lo leggerete mentre starete ancora leggendo il suo passato di novizia.
Tutto il resto (e con la vita da adulta vi sto abbandonando all’inizio degli eventi, giusto quando il gioco inizia a farsi duro e assume tinte quasi pulp) ve lo dovete leggere. Tenete presente che non vi ho detto niente di niente delle digressioni, e da qui in avanti si va davvero a farsi del male in combattimento, quindi avete davanti un bel 60% di cose che non vi ho detto. Se vi racconto tutto a voi che rimane?

Ecco. Punti di forza, come avete letto, ce ne sono molti. C’è una storia molto ben raccontata, appassionante, ricca di astuzie, colpi di scena e robe inaspettate. Insomma, non ci si annoia. Si crede che il racconto prenda una certa piega e invece fa l’opposto, ti spiazza con una buona trovata.
Abbiamo tre, dico tre storie in una, ogni capitolo finisce in un modo che vorresti leggerne subito il seguito, ma (TAAAAC!) c’è il seguito della storia di cui si voleva leggere il seguito due capitoli prima… Insomma, è trascinante come solo pochi libri sanno esserlo.

Vogliamo trovare qualche punto a suo sfavore? Le frasi troppo brevi! Ogni dieci parole un punto, è una cosa che personalmente mi fa venire l’ansia! È come stare in coda in una grande arteria stradale: acceleri, freni, acceleri, freni, ti si spegne il motore. Riparti, acceleri, freni e via discorrendo. Insomma, spezza un po’ troppo il ritmo narrativo, che è veloce e avrebbe bisogno di un po’ più di spazio per respirare.

Un’altra cosa, sempre soggettiva, è che non lascia spazio alla fantasia del lettore: le descrizioni sono troppo dettagliate, e ce ne accorgiamo già dal primo capitolo.
Emblematico è l’episodio della descrizione della stanza di un certo principe, nella digressione; Alessia sta descrivendo una stanza molto ampia, in una maniera che al lettore sembra davvero di starci dentro, di trovarsi a camminare dentro, fino a quando “Alla destra del letto una porta finestra permetteva la vista sulla cittadina e l’uscita su un piccolo balconcino. Poi l’angolo, e sulla parete successiva un grande mobile nascondeva chissà quali ricchezze.
Poi l’angolo. Alessia, io su quell’angolo ci ho sbattuto letteralmente il naso!
Dai, è come star correndo liberamente su una pista da corsa e trovarsi all’improvviso un elefante in mezzo alla strada che blocca ogni visuale! Ti spiazza, e prima di rendertene conto ci sei addosso. Ecco, quell’angolo ti riporta fuori dal romanzo. Bruscamente. E ti alzi, vai a bere un bicchiere d’acqua o a fare qualcos’altro di urgente, prima di rifiondarti a leggere.
Però, ripeto, è soggettivo: a mia moglie piacerebbe da matti, visto che manca di immaginazione.

E poi l’episodio di quando Farwel perde se stessa: in un capitolo dimentica e ricorda il suo obiettivo. E poi succede qualcosa, e si perde di nuovo per non ritrovarsi più, almeno per questo primo romanzo.
Diciamo che dal 70% in poi il romanzo ha un brusco calo… di tante cose. Se fino a quel punto ho follemente amato questo romanzo, da lì in poi ho iniziato a non aver più voglia di leggerlo. Tanto era stato dettagliato il primo anno di studi, tanto dettagliato il primo spezzone di vita da adulta che Alessia ci racconta, quanto veloce e fugace è questa seconda parte, in cui liquida interi anni di studi con “il terzo anno passò velocemente”, e ci ritroviamo subito catapultati alla prova del quinto anno, cosa che sinceramente mi sarei aspettato di leggere nel secondo libro, da come si stavano mettendo le cose. Per fortuna mi sbagliavo, perché sarebbe stato frustrante non leggere del “Rito di Drator“.

Sarebbe stato bello leggere degli altri quattro anni da novizia, e invece no: da circa il 70% in poi (perché il Kindle non rende il numero di pagine, una mera percentuale, ma ho comprato il Kobo, e per la prossima volta avrò il numero di pagina), Alessia sembra pervasa da una certa foga di voler concludere, come se si fosse accorta che stava toccando le 500 pagine, e aggiungerne altre due o trecento le fosse sembrato troppo.

E invece quelle due o trecento pagine sarebbero servite a rendere onore a una trama ricchissima, molto articolata e complessa. E questa cosa mi è dispiaciuta molto. Avrei letto volentieri il romanzo anche se fosse stato lungo il doppio.

E finisce senza finire, nel senso che le tre storie rimangono lì, in sospeso, in attesa del secondo capitolo della saga. E sappiate che uscirà verso fine anno, quindi fate i vostri conti e leggetelo quando vi pare. Sappiate che io ci ho messo solo 13 giorni, dei quali 7 li ho passati con una gran brutta influenza.

Tiriamo le somme?
Tiriamo le somme.

Questa è una storia che ho amato follemente, una storia che mi ha appassionato come solo pochissime altre hanno saputo fare. Da sola potrebbe valerne anche sei, di stelle. Però vorrei dargliene quattro.
Per quelle che avrei tolto, date la colpa a due cose: alla fretta di voler concludere e, non di secondaria importanza, all’edizione poco curata, per non dire altro e rimanere gentili.
Una storia così particolare, così elaborata e diversa dalle altre, merita più rispetto e maggior cura dei particolari. Sia per la parte di storia frettolosa che come edizione.

– Si, ce l’ho con l’Editore, con l’Editor e col correttore di bozze. Soprattutto col correttore di bozze.
Persone che non conosco, ma che devono aver sentito fischiare le orecchie, in questi ultimi giorni.
(Oh, voi della redazione, non me ne vogliate: rileggete quello che avete pubblicato e riconoscete alcuni errori di base, che peraltro ho già spiegato ad Alessia via mail. Per il resto, vi ringrazio per avermi fatto leggere questa bellissima storia, e vi auguro di crescere come casa editrice. Le capacità per emergere, da parte vostra, ci sono.) –

Ma so che la stanno sistemando, quindi vi invito sì a leggerla, questa è una storia che non può mancare sullo scaffale di chi ama il Fantasy, ma magari attendete la seconda edizione.

E comunque ho deciso di rendere la quinta stella, non per buonismo o perché ormai ho instaurato un bel rapporto con l’autrice (sappiate che mi ha inviato altre duecento pagine del secondo capitolo, che uscirà a fine anno!), ma appunto perché, ripeto, ho amato follemente questa storia.
Di romanzi fantasy così se ne leggono ben pochi. Cacchio, è solo marzo e temo di aver già trovato il “libro dell’anno”.

È tutto, cari lettori. Alla prossima!

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Alessia Palumbo – intervista a un’esordiente

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Cari lettori, care lettrici, bentrovati. Oggi voglio presentarvi Alessia, un’autrice esordiente che ho conosciuto per colpa di questo blog. Ecco, lei voleva che io leggessi il suo romanzo, io ho acconsentito, e come al solito ho iniziato a romperle le scatole inviarle qualche mail, giusto per fare conoscenza, sciogliere il ghiaccio, prepararla a questa cosa folle che lei ha accolto di buon grado.
Come si suol dire: mal che si vuole, non duole.

Ciao Riccardo! È davvero un piacere per me essere qui. Ti ringrazio per lo spazio e il tempo che mi hai dedicato.

Il piacere è mio. Non sono sicuro che per te lo sarà altrettanto. Ma perché diavolo mi hai rimandato il documento “giustificato”? A me piace allineato a sinistra!

Vabbè, dai. Accontentiamo questo tuo capriccio, e vediamo se WordPress accetta la cosa.

Se vuoi rimettere il testo allineato a sinistra nell’intervista fai pure! U-U Ma se il testo non è allineato mentre scrivo mi sembra di impazzire.

Affari tuoi.

Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Accetto senza riserve.

Ne sei sicura? Potresti pentirtene, sai?

Tanto ormai è tardi per tornare indietro, no?

In effetti lo è.

Allora giuralo su… vediamo…

Ecco! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Ah, non vale! Questa l’ho già sentita.

Per forza l’hai già sentita: è un rito obbligatorio per tutti quelli che passano di qua. Se non giuri sulla mosca, nessuno crederà a una sola delle parole che dirai.

Ma io non vedo nessuna mosca, si deve essere decomposta diverse interviste fa.

Gli insetti, in genere, si seccano. Specie se devono fare la fila alle poste.

Prima di cominciare (anche se in realtà stiamo già cominciando) ti chiedo: perché ti sei presentata con quella foto?

È la foto scattatami durante la presentazione ufficiale del libro del 28 novembre scorso. Ci sono sia io che il libro, e penso che mi rappresenti bene. Inoltre, verrò bene in una foto all’anno, quindi diciamo che era una scelta praticamente obbligata!

In effetti ci sei tu, c’è il libro, un titolo che spiega che cosa stavi facendo e la data in cui l’hai fatto. Solo una cosa: chi stavi fulminando con quello sguardo?

Quella è la mia faccia normale -.-‘

Ah. Pazienza, dai.

Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao a tutti! Proseguite a vostro rischio e pericolo. Non mi prendo la responsabilità per eventuali attacchi epilettici.

Brava! Questo è lo spirito! 😀

Parliamo giusto un attimo del tuo libro “I Due Regni“: come nasce l’idea?

Sembrerà strano o buffo, ma l’idea del mio libro nasce da un sogno. Certo, scrivevo da tantissimi anni, ma mai avevo trovato una storia ai miei occhi degna di essere un romanzo. Poi, durante il marzo del 2011, nel mio mondo onirico venni fulminata da una visione che mi suggerì l’argomento principale del romanzo; l’odio verso i maghi. Poi tutto il resto è venuto dopo.

Cioè, fammi capire: stavi dormendo, hai fatto un sogno in cui la gente odiava i maghi, ti sei svegliata che non riuscivi più a stirarti i capelli tale era la folgorazione, hai preso carta e penna e hai vergato cinquecento (!!) pagine di romanzo?

Di tutte le cose strane che mi è capitato di sentire, questa è una fra le più incredibili!

E invece è stato proprio così! Certo, prima di avere il romanzo che leggiamo oggi ho scritto tre precedenti versioni che poi ho scartato. Ma ormai sono passati quasi cinque anni da quel sogno, eppure me lo ricordo ancora alla perfezione.

Non ho detto che non ci credo, ho detto solo che la cosa è strana.Comunque, a me adesso interessa la tua persona, non la tua opera. Per la tua opera ci sarà spazio in un altro articolo, in un altro momento. Per esempio, quando avrò finito di leggerti. (Si, cari lettori, in questo momento sto ancora leggendo il suo pachidermico romanzo. In senso buono, eh… Alessia… per cortesia, posa quel trapano a percussione… ecco, brava.)

Quando ti è venuto il pallino di scrivere?

Scrivo da quando avevo otto anni circa. Era un modo per costruire un mondo mio in cui potermi rifugiare. Da allora non ho mai smesso.

No, beh… mai smesso è grossa. Avrai pure dormito, mangiato, fatto la doccia…

Chiedo scusa. Dicevo, conosco un pochino il mondo della scrittura, e a volte la necessità di creare nuovi mondi è davvero urgente. Scrivere è liberatorio, e spesso è un modo per fuggire dal mondo reale. Tutto sommato, scrivere è come fare un viaggio, specie quando non si ha un’idea ben precisa in testa. Spesso si inizia sull’onda di un’emozione, o di un’idea, e la storia si srotola da sola fino alla conclusione. E si scrive di getto, curiosi di sapere come andrà a finire.

Poi, eh, non è detto che sia una bella storia, a volte non viene neppure salvata, ma tant’è…

Ma sto divagando. Invito ognuno di voi a superare la timidezza e l’imbarazzo del foglio bianco e iniziare a scrivere la prima cosa che vi viene in mente, giusto per capire quanto scritto sopra.

Torniamo a noi: la prima volta non si scorda mai.

Cos’hai pensato la prima volta che hai presentato la tua opera a un editore?

La trafila per pubblicare è stata lunga ed è durata più di un anno e mezzo. Quando ho terminato il libro, non ero in grado di aspettare che qualche editore lo trovasse e lo pubblicasse. Ero molto inesperta del mondo dell’editoria e pensavo che sarebbero stati gli altri a venire da me. Neanche un’ora dopo aver digitato l’ultimo punto, ho pubblicato il libro su LULU. Dopo diversi mesi mi sono resa conto che ero stata troppo ingenua, e così ho cominciato a cercare un editore. Ho ritirato il libro e ho visitato fiere ed eventi editoriali, parlando faccia a faccia con le persone che avrebbero preso in considerazione il mio libro. È stato emozionante poterne parlare per la prima volta. Ma l’emozione è scemata in fretta quando ho scoperto le case editrici EAP e tutto il resto. Ma questo meriterebbe un discorso a parte.

Vi inviterei a leggere un certo manuale sull’Editoria, cari lettori, ma non sarebbe carino parlare dei libri di altri autori in questa intervista. Comunque sì, l’EAP (editoria a pagamento, NdV) è un male che sarebbe necessario estirpare.

Sono perfettamente d’accordo con te. Non capivo come mai qualcuno mi chiedesse migliaia di euro e quattro anni del mio lavoro, ricevendone pure in cambio il guadagno che gli avrei portato.

Secondo me ci sarebbe da fare informazione a tappeto. Così tutti capirebbero che se il proprio romanzo è valido, allora ci sarà una No Eap (come la mia) disposto a pubblicarlo.

Esatto. Scrivere, seppur piacevole, è comunque un lavoro. Ci vogliono tempo, dedizione e costanza.

Ma non parliamone, dai, non avveleniamoci l’anima e andiamo avanti con le domande. Parlando di altri scritti (ne hai, vero?), oltre che de “i due regni”, dove vai a pescare la tua ispirazione?

Sì, ho sempre scritto tanto. Soprattutto, non ho mai smesso di farlo da quando ho cominciato, quindi colleziono fra quaderni, diari e hard-disk quasi quattordici anni di scritti. Tuttavia, credo che nessuna di queste storie vedrà mai la luce. Nonostante le ami, le giudico un “campo d’addestramento” per la saga a cui sto lavorando.

Molte delle mie ispirazioni derivano da sogni, proprio come è successo per la storia di Farwel. A volte invece bastano eventi di vita quotidiana a cui assisto per innescare nella mia mente il processo di generi di una storia o un racconto.

Le storie che nascono da eventi realmente vissuti sono sempre le più belle, per quanto parafrasate o distorte. Non è che ce ne regaleresti una?

Una volta sul treno ho visto una signora a cui era rimasta incastrata la borsetta fra le porte. Mi è venuta in mente una città steampunk in cui tutto era governato da una macchina gigante. Certo, un’idea molto abusata, ma non era altro che un esercizio di stile.

Il nesso? No, non chiedermelo. Non ti saprei rispondere.

Più che Steampunk sembrerebbe una cosa Cyberpunk. Un cervellone centrale che governa tutto… e a un certo punto impazzisce.

A proposito di generi letterari: domanda extra, e qui casca l’asino. In Italia ci sono più scrittori che lettori. Tu quanto leggi?

Ahimè, temo di essere d’accordo con la tua considerazione. Un lettore in Italia viene considerato “fortissimo” – se non ricordo male le scorse statistiche che ho letto – quando completa almeno 5 libri all’anno, eppure in altrettanto tempo in Italia escono circa 65.000 libri.

Io, quando non ero così impegnata con gli esami universitari come lo sono ora, leggevo circa un libro alla settimana. Adesso se riesco a completarne uno ogni 2/3, posso considerarmi fortunata. Penso che sia davvero impossibile essere buoni scrittori senza essere grandissimi lettori. E non dico semplicemente per acquisire idee, nozioni o ampliare il proprio lessico, ma anche per confrontare il proprio stile a un grande nome, per assorbirne la capacità di descrizione e la naturalezza dei dialoghi.

Beh, dai. Un libro ogni due o tre settimane è una discreta media. Alla fine sono 12 settimane che avanzano, quindi circa 16 libri l’anno come minimo. Per una che studia e che scrive è una buona media.

Sì, ma non mi sento comunque soddisfatta del risultato. Vorrei leggere di più, usando anche il treno per andare all’università. Ma durante il tragitto spesso studio e la collaborazione con la casa editrice mi porta via tantissimo tempo anche adesso, col libro già pubblicato.

Il postulato precedente non cambia.

E ora torniamo sul personale. A parte il lavoro notturno (perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte) una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre ti dedichi ai tuoi scritti?

Ahimè, la notte non mi porta mai consigli. Preferisco scrivere la mattina presto, e le idee migliori mi vengono in mente quando cammino. So che è stranissimo, ma camminare mi aiuta molto a formulare nuove idee.

Per quanto riguarda la musica invece; amo ascoltarla in ogni momento della giornata, ma non quando scrivo. Allora ho bisogno di silenzio assoluto. Mi piace che ad accompagnarmi ci sia solo il suono delle dita che battono sulla tastiera.

Eccola là, la pensi quasi come me: la notte è fatta per dormire. Aggiungerei: la mattina pure. Specie d’inverno: il piumone arriva ad avere un peso non indifferente, e io non vorrei sforzarmi troppo per toglierlo… ma bisogna.

Pazienza, se non ci si alzasse da letto la giornata non inizierebbe, e non porterebbe con sé le sue cose belle.

Purtroppo bisogna. Anche se le mie giornate ultimamente mi portano solo tantissime ore di studio per gli esami imminenti.

Dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui scrivi?

Scrivo direttamente dalla mia camera, lavorando con un PC fisso. Mi basta che ci sia lui e la mia tastiera preferita, e poi mi sento rilassata e pronta per mettermi al lavoro.

Ok, benissimo, ma non ci hai detto cosa c’è in camera tua. Letto, finestra e scrivania, come tutti. Poi?

Oltre queste cose ci sono solo gli scaffali con i miei libri e i manga.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense (come ce ne fosse bisogno) a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche farmi una pernacchia e dirmi che non ne hai voglia, mandarmi una cartolina da quel paese o farmi un disegnino… insomma, vedi un po’ tu!

Ah! Difficilissimo è per me scrivere a comando. Ma se mi è concesso usare 100 parole, al posto di 30, vorrei inserire un drabble che ho scritto qualche mese fa. Per chi non lo sapesse, un drabble è una storiella autoconclusiva scritta in esattamente 100 parole. Questo testo in particolare sta partecipando a una selezione per un concorso, ma ormai hanno già scelto 96 racconti su 100, e credo che sia abbastanza improbabile che scelgano proprio il mio.

Nell’attesa mi struggevo e mi disperavo. Nel lento incedere del tempo sospiravo lentamente.

Avevo atteso fino a quel momento; adesso l’infinito procedere di giorni sarebbe terminato. I miei polsi e le mie caviglie erano legati con dure cinghie di cuoio che mi impedivano ogni movimento. Alla mia destra un prete faceva il segno della croce. Un uomo diede conferma con un grave cenno del viso. Ora, nei miei ultimi momenti, desideravo arraffare e godere di ogni attimo di angosciosa attesa, di averne ancora di cui lamentarmi.

Respirai lentamente, nell’ultimo, strozzato e indistinto, alito di un condannato a morte.”

Spero che vi sia piaciuto!

181 parole totali. Hai sforato! Lo spazio qui sopra poteva contenerne solo trenta. Adesso, come pegno, fai 151 saltelli su una gamba sola, per differenza. No, non puoi cambiare gamba!

Non basta essere a dieta? Devo pure farti i saltelli?

Si.

E, per ultima cosa, qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

Vorrei che qualcuno mi chiedesse “Sì, ho letto il libro e tutto il resto, ma “I Due Regni”, che cosa sono? Non ce n’è alcuna traccia per tutto il romanzo, e se sono il titolo della saga, devono pur avere un significato!”

Non so, mi è sempre sembrato strano che nessuno mi avesse fatto mai questa domanda, anche dopo aver concluso il libro.

Non mi sembrava di avertene chiesto il motivo.
E la risposta è… ?

Ovviamente la risposta è un segreto! Cosa sono questi fantomatici “Due Regni” si scoprirà alla fine del secondo romanzo. Un po’ sadico, vero?

E ora, spazio a una tua domanda per me. Prenditi pure una rivincita, rispondo a (quasi) tutto!

Ecco, mi sforzo per fare chissà quale meravigliosa domanda e invece so che sarà davvero banalissima e ti cascheranno le braccia per tutte le volte che ci avrai dovuto rispondere, quindi tieniti forte!

Che cosa provi ogni volta che un giovane esordiente come me (sia in ambito letterario, sia artistico che musicale), bussa alla tua porta virtuale?

In realtà è sempre una grande emozione. Significa pur sempre che a qualcuno sono piaciuto, è una conferma del fatto che sto lavorando bene. È un onore, per me, venire preso in considerazione da un autore, esordiente o professionista che sia. Perché anche gli esordienti che riescono a farsi pubblicare da un vero editore devono aver scritto qualcosa di veramente buono.

Questo, ovviamente, per quella categoria di artisti che si presentano con un minimo di cortesia e con qualcosa di carino in mano. Come te, per esempio, che mi hai scritto un buffo romanzo per presentarti, e mi hai presentato il romanzo con rara completezza di informazioni. (Si, mi è piaciuta molto la tua timidezza iniziale.)

Perché c’è chi mi scrive dicendo “ciao, ho scritto un libro, lo trovi su Amazon a settordici centesimi di euro.” Giuro, mi è capitato che si dimentichino pure di scrivere il titolo, dalla fretta! Ecco, quando mi capitano cose del genere, mi faccio una risata e cestino la mail senza nemmeno rispondere.

Spero di aver soddisfatto la tua curiosità, e spero che ti sia divertita a rispondere alle mie domande. Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog, che il tuo spazio è terminato.

Un saluto agli habitué del blog. È stato davvero un piacere passare di qua, e se siete sfortunati, non sarà l’ultima volta.

Alla fine sì, è stato un vero piacere.

E con questo è tutto. Alla prossima, cari lettori! E ora… tutti a leggere “I Due Regni”!

E, se volete tartassarla di domande, potete contattare Alessia tramite il suo indirizzo email: ales.palumbo@hotmail.it

Oppure, per i più coraggiosi, potete andare a romperle le uova nel paniere di persona, presentandovi da lei alle presentazioni del suo libro:

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Alla prossima, cari lettori!

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