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Ambrose (*****)

di Fabio Carta

Ambrose

Editore: Alter Ego S.r.L.
Pagine: 212
Iniziato il: 22/06/2017
Finito il: 23/06/2017

Care lettrici, cari lettori, bentrovat*!
Dopo lungo tempo finalmente una recensione, direte. In effetti, è un po’ che sono fermo.

Ma veniamo al sodo. Allora… Oggi è venerdì, giusto? Fabio mi contatta mercoledì, io inizio a leggere il suo libro ieri e lo finisco oggi. Duecentododici pagine lette tutte d’un fiato, incollato alle parole.

Vedete, Fabio ha il grande difetto di usare parole desuete, ricercatissime, un po’ come fa Baricco, ma al contrario di Baricco non le mette in fila così, tanto per, ma le usa allo scopo creare un linguaggio, una caratteristica delle genti che popolano i suoi romanzi, ed è una cosa bella.

Fabio ha altresì il grande pregio di saper disegnare con le parole. Mi spiego: quando leggi un libro di Carta (passatemela, dai), a un certo punto entri dentro al libro e non ti accorgi che ci sono scritte parole, no: vedi immagini, senti suoni, annusi profumi, come se fossi davvero lì. Così capita di iniziare a leggere per sbaglio direttamente sul telefono, che è bruttissimo, ma ti dà la possibilità di essere comodo, dacché leggi a colazione, in pausa caffè, in mensa mentre mangi, in un’altra pausa caffè, la sera mentre cucini, mentre sei sul divano (ok, qui sono passato al Kobo), e poi a letto, fino a che non ti si chiudono gli occhi e oltre, che vengono le due del mattino, e il giorno dopo sei arrivato alla fine di quelle due (cento) paginette scritte sapientemente e lette di corsa.

Insomma, una goduria.

Ma vi starete chiedendo di che cosa parla il libro… Ebbene, sarò breve.
Il libro sembra un prequel di Arma Infero: si svolge sulla Terra, una terra che in dieci anni è stata devastata dalla terza guerra mondiale. Ci sono le primissime colonie extraterrestri, che arrivano ai margini del sistema solare e non oltre, ma c’è un progetto: il Nexus (a-ha!), che mira a una coscienza collettiva tramite la connessione della corteccia binaria (A-HA!), ci sono tute ambientali dotate di miomeri (e questo ci ricollega al Fulleren), ci sono proietti autoforgianti… Insomma, non ci sono i fauni, ma c’è un sacco di roba che è presente in Arma Infero.

Il libro inizia catapultando il lettore in un mondo che è già così, e le cose si capiscono a mano a mano che si va avanti.  E, come già detto, si vede tutto quello che accade.

E la storia parla di un solo uomo. Una specie di soldato che comanda un esoscheletro corazzato e armato fino ai denti. Un uomo che, dentro alla corazza, non è padrone del suo corpo: lui presta la sua carne alla macchina, che è comandata a distanza da una postazione situata nell’orbita terrestre. Il soldato è una testa senza corpo: le sue membra, quando l’uomo è in servizio, sono scollegate dalla testa. Anzi, sono ancora collegate a una testa, ma a quella di qualcun altro.

E questa testa in particolare, quella del soldato, intendo, è malata, soffre di allucinazioni che, nel tempo, diventeranno reali.

Ecco, il fatto è (e qui il buon Fabio mi perdonerà, spero) che io voglio che leggiate questo libro, e quindi vi metto l’incipit. Che non è un incipit, ma una vera bomba, capace di catturare il lettore come la carta moschicida cattura le mosche. Poche righe, ma che vi faranno già capire il tono del romanzo.

“Tre tonnellate di acciaio, nanocarbonio e policeramica.
Non molte per un mezzo corazzato, ma bastanti a vestire un singolo
uomo per la battaglia.
Sotto la corazza, grigi muscoli inerti bramano la vita, vogliono che in loro
fluisca l’emolinfa che li renderà potenti, invincibili.
E la vita arriva, sia nella scarica elettrica dell’impulso d’avvio, gigawatt
modulati come un singolo, potentissimo codice cibernetico, che nella più
modesta forma biologica.
L’uomo, la carne, la polpa nel guscio.
Tre tonnellate di acciaio, nanocarbonio e policeramica, impossibili da
muovere senza l’ausilio di montacarichi o attuatori; un gigante per gli uo-
mini che deve proteggere, un mostro per quelli che deve uccidere.”

Che ne dite, non vi viene un certo prurito alle mani? Un brivido lungo la schiena? Uno stato di eccitazione, l’acquolina in bocca… Insomma, la voglia di scoprire questo racconto pagina dopo pagina?
Leggetelo, anche se non conoscete Arma Infero. Anzi, forse è meglio partire proprio da qui, a leggere Fabio, perché Arma Infero è già più pesante da digerire. Questo, invece, va giù come una birra fresca in una giornata afosa.

A proposito di quest’ultima cosa: ci sono 30 gradi. Vado a farmi una birra, alla salute di Fabio. Voi, nel frattempo, procuratevi una copia del libro.

Alla prossima!

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#1 – “Prologo”

Il braccio meccanico sollevava e sbatacchiava tutti quei corpi metallici affastellati nella discarica italiana autorizzata numero 31580. Il clangore era assordante, quando il ragno si apriva e li lasciava cadere sopra tutti gli altri, nella sezione destinata ai robot dismessi.

Da lì, alcuni addetti, dotati di un esoscheletro per carichi pesanti, li prelevavano e li portavano nell’officina dove altri tecnici smontavano le parti ancora utilizzabili, le catalogavano e le inviavano al magazzino di raccolta, da dove sarebbero stati venduti come pezzi di ricambio per altri robot o, con le opportune modifiche, come protesi per gli esseri umani meno abbienti.
Tutto quello che rimaneva, le parti inutilizzabili, veniva gettato alla rinfusa su un unico nastro trasportatore e inviato alla fornace, dove sarebbe stato fuso e trasformato in lastre, pronto per essere plasmato in parti per altre macchine.

Nella confusione di quella discarica, sballottato da una parte all’altra, un cervello ricominciò a funzionare: emetteva una debole luce azzurrognola, e ronzava e vibrava impercettibilmente.
Il robot cui apparteneva aveva subito un grave incidente: non restava quasi nulla del corpo, solo una testa spaccata a metà, i pistoni che collegavano il teschio al torso, responsabili dei movimenti del collo, mezzo busto ammaccato e la colonna vertebrale sintetica intera.
Con ogni probabilità, il tecnico che l’avesse avuto sotto le mani avrebbe salvato solo quell’ultima parte, e gettato il resto.
Invece, quel tecnico si accorse che il robot era ancora attivo, quindi separò il cervello e la spina dorsale dal resto della ferraglia ormai inutile e mise il tutto nella sua valigia. Era un’occasione unica, quella di trovare un cervello funzionante, e non se la sarebbe fatta sfuggire per nulla al mondo.

Io mi chiamo Rossella, matricola GE 27.999, quel cervello era il mio, e questa che sto per raccontare è la mia storia.

[Continua]

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