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Silvana della Pineta

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C’era una volta una giovane fata.
Silvana era una novizia, una creatura gioiosa che non aveva ancora scelto quale sarebbe stato il suo ruolo una volta che fosse giunto il tempo del Passaggio.

Se ne stava là, in compagnia delle altre novizie, attratta da tutte le meraviglie della Natura, ma non era come le altre, lo percepiva, e questo la rendeva triste. Era nel periodo in cui avrebbe dovuto capire che tipo di Fata sarebbe stata in futuro, ma non riusciva ad adattarsi, come le altre, a un solo elemento del mondo che la circondava. Era molto curiosa e sempre entusiasta per qualunque novità, non riusciva a scegliere una cosa sola da proteggere, avrebbe voluto essere la Fata di Tutte le Cose, ma sapeva che non sarebbe stato possibile.

Il tempo scorreva, le sue giornate erano scandite dai mille impegni imposti dal suo ruolo, e lei svolgeva ogni mansione con serenità. Si occupava di tutto e di tutti, e i giorni le scivolavano addosso come l’acqua in un ruscello. La sua unica preoccupazione era che non aveva ancora capito cosa sarebbe diventata, e il giorno del Passaggio sarebbe arrivato prestissimo, ormai.

Una sera, chiacchierando con le amiche al pub davanti a una birra, da brave irlandesi, confidò questa sua indecisione, e loro le suggerirono di recarsi dall’Antico.
L’avevano detto per scherzo, visto che al solo pensiero chiunque rabbrividiva, e nessuna ne parlò più per il resto della serata.

Nella mente di Silvana, però, era ormai entrato quel tarlo, e piano piano si fece strada fra i suoi pensieri, fino a diventare l’unico presente nella sua testa, come se fosse l’Antico stesso a chiamarla a sé.

L’Antico aveva la sua bottega fuori dalle mura del regno, e quasi nessuno andava a fargli visita. Solo i più disperati si affidavano ai suoi servizi, e nessuno usciva da quel luogo senza essere impazzito.
Era la creatura più vecchia del mondo incantato, nato prima che fossero create le fate stesse, ed era il custode dei sogni infranti, delle speranze illuse, dei cuori spezzati, ma nonostante tutto Silvana aveva necessità di essere aiutata, quindi qualche giorno più tardi varcò la soglia della sua dimora ostentando una sicurezza che non sentiva di avere.

Una volta entrata, la stupirono gli scaffali di bottigliette affastellate, un caos primordiale di recipienti in disordine, polverosi, ognuno recante un’etichetta che ne indicava il contenuto, nessuna uguale all’altra.
L’Antico esortò Silvana a farsi avanti; lei fece qualche passo e lo scorse, piccolo e glabro, dietro una massiccia scrivania arrugginita. Si fece coraggio ed espose il suo problema tutto d’un fiato, senza aspettare che l’altro le avesse chiesto di farlo.

Quando ebbe finito di parlare, vide L’Antico toccarsi il mento come se avesse avuto un’invisibile barba: aveva un’aria pensierosa, ma gli occhi tradivano un oscuro divertimento di cui Silvana ignorava il significato.
La risposta che ricevette la turbò non poco, le disse che non aveva una soluzione al suo problema, che era solo un mercante, e che la sua merce era esposta in bella vista sugli scaffali. In quei recipienti trovavano posto i pensieri e i sogni di altri esseri magici, lasciati lì per essere scambiati con qualcos’altro. Silvana avrebbe potuto prendere quello che desiderava e andarsene, lasciando come pagamento il suo desiderio più profondo.

Cominciò così a esplorare il gigantesco negozio, a studiare il contenuto delle bottiglie. Erano dissimili nel contenuto e nella forma, e contenevano i desideri abbandonati delle altre creature: elfi, fate, maghi, gnomi… tutti i sogni infranti trovavano posto su quelle mensole.
C’era chi aveva lasciato lì un clarinetto, che nella bottiglia suonava un’aria triste, c’era chi aveva lasciato la cima bellissima di una montagna, che nella bottiglia era flagellata da una bufera di neve, ma la incuriosì una bottiglia in cui c’era un mare calmo, una barca fatta con un guscio di noce di cocco e, sopra di essa, un pirata di cartapesta.

Il pirata, seduto sul ponte con la schiena contro l’impavesata, stava guardando mesto oltre il bordo dall’altra parte del vascello, quando Silvana incrociò il suo sguardo. Gli lesse negli occhi la voglia di evadere da lì, di solcare ancora i suoi mari, di tornare a vivere le mille avventure passate… e in quel momento comprese che non avrebbe dovuto abbandonare il suo sogno, ma che doveva aggrapparsi a esso con tutta la forza che aveva.

Salutò in fretta l’Antico, gli disse che lì non c’era nulla che potesse interessarla, e corse fuori da quel posto.
Non lo vide sorridere e prendere un foglio di pergamena e una penna d’oca.

Venne il giorno tanto atteso e insieme tanto temuto.
In piedi sotto le mura del regno c’erano più di cento novizie, e tutte sapevano che sarebbero diventate Fate Elementali, Muse, Fate dedite alla conservazione della Natura, ognuna dichiarando la propria specialità alla Fata Madre, quando si chinava su di loro per concedere i Doni.
Quando giunse il suo turno, Silvana non disse nulla, guardò la Madre con una supplica negli occhi lucidi; la vide sorridere e passare oltre, senza darle alcun compito, senza investirla dei poteri che le avrebbero permesso di essere una Fata a tutti gli effetti.
Silvana pianse. Non aveva ricevuto alcun dono, non era pronta. Non era riuscita a prepararsi come le altre, e questo la faceva sentire inadeguata alla sua natura.

Al termine della cerimonia, tutte le novizie avevano adempiuto al rito del Passaggio. Tutte tranne lei.
Liala, questo il nome della Madre delle Fate, la chiamò a sé e privatamente la interrogò con dolcezza.
Silvana le raccontò della sua indecisione e del suo amore per tutte le cose, le descrisse la bottega dell’Antico e cosa vi aveva trovato; le raccontò dell’immensa tristezza che aveva scorto negli occhi del pirata, emblema della disperazione di tutti i sogni ripudiati e rinchiusi là dentro, e di come non si era sentita in grado di abbandonare il suo, e di nuovo scoppiò in lacrime, certa che non sarebbe mai diventata una vera Fata.

Liala tacque per un tempo che a Silvana sembrò interminabile, finché infine espresse il suo giudizio.
Per prima cosa le rivelò che l’Antico le aveva già inviato una lettera in cui esprimeva un’opinione molto positiva su di lei, quindi le raccontò che esisteva un luogo così sacro, nel loro regno, che pochi erano a conoscenza della sua esistenza.
In quel luogo venivano coltivate le passioni degli uomini, e ogni anno i semi dorati di quelle passioni venivano raccolti e conservati in un vaso. Le disse che quei semi stavano aspettando da centinaia di anni una fata che avesse una sensibilità come la sua, e che il suo compito era chiaro come la luce del Sole.
Silvana sarebbe diventata la custode di quelle passioni, e le avrebbe piantate in ogni tempo nei cuori delle persone più sensibili, facendoli germogliare in modo che il dono in essi racchiuso potesse crescere e manifestarsi.

Da uno di quei semi è nata la Pineta di Fimo, di cui Martina è la custode. Le sue creazioni sono una delle manifestazioni tangibili della gioia di Silvana, dell’amore che ha per la cura degli esseri umani e delle loro inclinazioni.
E potete godere anche voi, cari Lettori, di questa gioia, visitando la sua boutique on-line semplicemente cliccando Qui.

Fatevi avanti, e accogliete una goccia della felicità che Silvana ha voluto donarci attraverso le mani magiche di Martina.

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F.A.T.A.

Seppellii il mio cuore sul bagnasciuga e lo affidai all’oceano.
L’acqua venne a prenderlo, e lo rinchiuse nel suo scrigno inaccessibile.
Ma le parole inespresse racchiuse nel mio io più segreto, di un’amarezza infinita, erano troppo pesanti persino per il profondo blu, e gorgogliarono risalendo in superficie.
L’acqua si increspò, bolle esplosero nell’aria rivelando le frasi al vento, poi l’oceano tornò a essere un cielo capovolto, sereno come se si fosse finalmente liberato di un peso gigantesco.
La brezza fu caricata di quelle voci, che divennero tempesta e si scagliarono sulla Terra, colpendo con veemenza le pareti delle montagne, e le montagne, scosse dal verbo, tremarono sempre più violentemente, quasi singhiozzassero e piangessero all’unisono col mio cuore infranto, fino a che si spaccarono vomitando il fuoco, che lentamente distrusse persone e cose.
E di me non restò altro che un’anima bruciata, che urlò la sua disperazione, e pianse fino a restare prosciugata, arida come la sabbia del deserto, fino a quando un altro mare venne a lambire le rive del mio cuore.
Fuoco, Aria, Terra e Acqua, in un ciclo perpetuo dentro di me, avido d’amore.

Categorie: Compresse (perché "Pillole" era troppo mainstream!) | Tag: , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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