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Solo un piccolo segnalibro

Cari lettori, questo post non serve a nulla se non a ringraziare la bravissima Michela Fusato (Made by Mika) per il segnalibro che ha creato per me.

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Come vi ho già detto io i segnalibri tendo a perderli, e questo voleva essere un modo per riuscire a tenermene uno che mi accompagnasse lungo i miei viaggi letterari.
Ecco quindi un’idea per tenermi stretto, d’ora in poi, il segnalibro. Le ho dato carta bianca, le ho detto “fai tu, voglio che sia un originale in tutto.”
E originale in tutto è stato: io le ho fornito un cartoncino giallo, lei l’ha disegnato e gli ha dato una forma. Con le forbici.
Tutto ciò significa che ci ha messo tempo, impegno e passione, e quando qualcuno usa queste tre doti per me io non so mai come ringraziare.

Grazie, Mika!

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Nuova Testata

Un grazie a Mika per l’immagine di testa. 🙂
Finalmente ho un’immagine originale!

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Backdoor

La cosa singolare era che quell’appartamento non esisteva.
Eppure era là, ci si poteva entrare e uscire, e Arianna ci abitava pure. Con suo marito.

Mi spiego: lo stabile in via Solferini era vecchio, con le pareti esterne ancora al grezzo, ma tutto sommato ben tenuto dai suoi inquilini, tutti proprietari ognuno della propria porzione.

Arianna ufficialmente abitava lì, ma tecnicamente era come se non ci fosse.
Lei aveva semplicemente disegnato un accesso secondario sull’unica parete non recintata, l’aveva aperto ed era entrata. Vi mostro una foto, così potete rendervi conto di quello che sto cercando di dire dire.

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Dicevo, era entrata dalla porta disegnata, sì, e una volta dentro aveva disegnato ogni stanza, ogni finestra, ogni dettaglio dell’arredamento.
E aveva iniziato a vivere lì senza arrecare alcun disturbo agli altri inquilini, se non quello della propria presenza in casa.

L’ingresso era disegnato esattamente sul muro del mio appartamento, grossomodo dove avevo il salotto.
Me ne accorsi un giorno, mentre stavo pulendo i vetri della finestra della camera da letto, che è quella che si intravede sull’angolo in alto a sinistra, e lei stava giusto uscendo.
Mi guardò sorridendo, strizzandomi l’occhio. Salutò il marito, poi me, quindi se ne andò per la sua strada. Prese l’auto e partì.

Io rimasi lì, attonito, con la bocca aperta e lo strofinaccio ancora in mano. Pulivo il vetro meccanicamente, in modo circolare. Non riuscivo a credere a ciò che avevo visto, era una cosa troppo surreale per poter essere accaduta realmente.
Lasciai cadere la spugna, tanto per avere una scusa per uscire e verificare l’esistenza della porta.

E la porta, in effetti, non esisteva. Era rossa, con la maniglia dorata e due vetri a foggia di cuore per renderla più luminosa, ma era solo un disegno. Un bel disegno.
C’era un campanello, lì a sinistra, disegnato anch’esso, coi due nomi scritti in corsivo.
Provai a suonare, poggiando il dito sul muro, e venne ad aprirmi il marito. Roberto, disse di chiamarsi, e mi invitò a entrare.
Non riuscivo a capire nulla: lì, dove avrebbe dovuto esserci il mio salotto, c’era una cucina stile country, bianca con le finiture verde acqua, dipinta ad acquerello.
Poi erano state sviluppate tre camere da letto: quella matrimoniale, con i colori a matita, quella per i futuri bimbi, coi pastelli a cera, e una camera per gli ospiti, tratteggiata a china.
C’erano anche un salotto, due studi distinti e due bagni.

Mi girava la testa. Tutto era un disegno, ma tutto era perfettamente funzionante.
Il fornello, dove Roberto mi ha preparato un tè, la tazza, disegnata anch’essa, ma capiente e calda. Pure i biscotti erano disegnati, ma talmente buoni…

Era una cosa incredibile. E nessuno poteva farci niente, perché non cera niente che potesse essere fatto.
Una degli inquilini, la vecchia Gavazzi, nota scassamaroni, aveva provato a chiamare le autorità competenti, ma quando arrivarono trovarono solo un disegno sul muro.
Sembrava reale, da com’era ben fatto, ma pur sempre un disegno, opera di qualche buontempone.
Le suggerirono di chiamare un’impresa di pulizie, se proprio le dava noia, ma la cosa terminò lì senza altri strascichi.

Eppure, Arianna e Roberto uscivano ogni giorno, per andare al lavoro, a fare la spesa, a fare qualunque altra cosa… e poi rientravano, come niente fosse. Li sentivi a volte litigare, altre volte guardare la TV ad alto volume, o cucinare… insomma, a fare tutte quelle cose che si fanno entro le mura domestiche, pur non essendo realmente da nessuna parte.

Potete credermi, oppure no, non m’importa. Io vi ho semplicemente raccontato ciò che vedo ogni giorno, e se vi va potete venire a vedere con i vostri occhi. Via Solferini, numero 9. Arianna esce alle 8.00 e rientra alle 18.00; Roberto è un turnista.

Ormai ho imparato a convivere con la cosa, ma ho cambiato la disposizione del salotto. Ho rifatto l’arredamento, cosicché ora, sulla porzione di parete immediatamente dietro a quella porta, c’è un grosso armadio.
Non si sa mai che potessero pure entrare da me, quando non ci sono.

(Thanks to Mika. Per il disegno)

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il vestito più bello di Catherine

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(disegno di Michela Fusato)

Si muove leggera, la dolce Catherine, come una farfalla sull’acqua. Ha negli occhi – curiosi – quello sguardo perso e sognante, tipico delle menti più pure.
E quella voce! Oh, quella voce! Così femminile, così morbida che te ne innamori, è come una droga: una volta che l’hai ascoltata vorresti parlare – sussurrare – con lei all’infinito. E all’infinito, ancora.
Catherine è poesia, Catherine è una donna che nessuno oserebbe sfiorare, per paura di romperla, senza il suo consenso.
Catherine gira per la strada nel suo cappotto rosa, spumoso, agile sotto l’ombrello aperto, delicata sulle sue scarpette da fata. I lunghi capelli, chiari e lisci, ondeggiano al vento fresco della primavera appena iniziata.
La guardo, e il tempo rallenta. Ascolto i suoi passi ma non sento rumore alcuno: è come se stesse camminando su un cuscino. Lei mi guarda, sorride, arrossisce. Distoglie lo sguardo, come se il mio potesse rapire la sua anima. Il suo essere leggera.
Sembra fragile, Catherine, ma non lo è. Lei cammina sicura, ma con la testa perennemente tra le nuvole. A testa alta, ma china sui propri passi, come avesse timore di perderli.
Ha negli occhi – vivi – quello sguardo perso e distante, tipico delle persone che sanno ancora sognare ad occhi aperti.
Il mondo di Catherine è un Mondo ovattato, fresco, profuma di qualcosa che fa stare bene. Il mondo di Catherine è per pochi, ed io ho il privilegio di essere uno di quei pochi – rari – a cui Lei ha consentito di entrare.
Catherine, un nome che ha il suono dirompente dell’acqua. Di quella stessa acqua che può distruggere ogni cosa al suo passaggio, ma la donna che lo indossa ha – come – l’anima di un placido lago. Un nome, Catherine, che solo a pronunciarlo si ha l’impressione di farle una violenza.
Ha un armadio, Catherine, un armadio con dentro aria. I suoi vestiti sono aria. La sua biancheria è aria. Catherine si veste con tessuti fatti di aria, come se qualcosa di appena più pesante potesse schiacciarla, soffocarla.
Ha una casa, Catherine, una casa posata su una nuvola, una casa senza spigoli, morbida; una Casa con un giardino; un giardino con gli alberi rotondi, e fontanelle, e zampilli, e laghetti e pesci.
Una casa fatta di legno; legno di ciliegio, profumato.
E un letto, soffice, con le coperte di seta.
Si entra scalzi, a casa di Catherine. A piedi nudi, come a sottolineare il silenzio, come se un – seppur – lieve rumore, come quello dello scalpiccio, appunto, potesse turbare le acque calme del suo io interiore.
Ti accoglie a casa sua come un angelo accoglie un’anima in Paradiso, la dolce Catherine, e la sua casa – tutta la sua casa – ti chiede di fare piano, ti chiede di non portare con te il minimo pensiero ombroso, la minima ansia. Catherine ti accoglie così, in casa sua e ti invita a far parte del suo mondo. E, dentro di te, senti che è necessario che sia così, che non si può fare in altro modo, perché è la casa di Catherine. La Sua.
Entri in casa sua e senti la Pace. La pace piccola, la pace domestica. La Pace dove non occorrono parole, dove basta uno sguardo per intendersi, dove la voce non serve perché già gli occhi parlano troppo. troppo.
E ti invita a sederti, Catherine, su una sedia che non è – sedia -, ad un tavolo che non è – tavolo -, a bere un tè che sa di buono. E ti fa sentire buono. E diventi! buono.
E ti guarda con quegli occhi – briosi – , con quello sguardo perso e incantato, che ti accarezza senza sfiorarti.
E ti rapisce, ti porta con sé, e non esiste più nulla, non c’è più nulla, all’infuori del suo – incantatore – sguardo, mentre sorseggia – ambrato – il tè.
E il tempo smette di scorrere, all’interno dello spazio tra tè e tè, mentre il mondo – frenetico – continua, instancabile, instancabilmente, la sua corsa – folle -.
E viene la sera. La sera, con la sua penombra. Una penombra che – a nominarla – è una luce già troppo intensa.
Esce, Catherine, e danza, leggera, all’interno del suo giardino segreto.
E nella notte, nuda, la luce della luna sulla sua pelle diafana è il suo vestito più bello.

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Made by Mika – intervista a Michela Fusato

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Ed eccoci qui con Michela Fusato, in arte Mika, per la rubrica “Domande usate per interviste nuove”. Consapevole che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accetti di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Ehm… sincera…? Esaustiva? Proviamo dai… 

Ne sei sicura? Ti vedo un po’ traballante…

… ehm… sì, dai!

Allora giuralo su… vediamo…
Ecco! Giuralo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Oh, io vedo solo una cavalletta… ed è viva… non mi sembra giusto giurare sul suo cadavere dato che è ancora in vita…

Oddio… Giurare sul cadavere di una cavalletta viva… cos’hai, cavallette zombi, tu, in casa ?! Dai, su…
Prima di cominciare ti chiedo: perché ti sei presentata con quella foto e con quella immagine?

Ah… prossima domanda?

Dopo. Rispondi a questa, intanto!

L’immagine del profilo di ragazza è una mia illustrazione che un po’ mi somiglia. È così semplice che mi piace usarla come avatar.
L’altra immagine, quella con la mia foto, è una composizione che ho fatto recentemente.

E anche perché due è meglio di uno, ok. Allora, intanto diciamo ai lettori che sei già stata ospite da me, il primo giugno del 2012, quando un tuo disegno ha ispirato il mio racconto “la realtà delle cose”, e poi cominciamo.

Innanzitutto, saluta a modo tuo gli amici che ci stanno leggendo.

Ciao!(occavolo…troppo informale) No, scusate… Buongiorno! (troppo formale?)… Salve!!! 

Salve è troppo neutro. Che radici ha il tuo nome d’arte, “Mika”?

Semplicemente riassume il mio nome, breve, conciso, e più facile da ricordare!
Ma poi ti arriva un cantante, pure più giovane e usa lo stesso nome -__-
Inizialmente avevo un altro nome d’arte, una sigla, ma poi ho cambiato: Mika è più facile anche da ricordare 

Un riassunto del nome, che ti è stato rubato da un giovane che prima era sconosciuto, e ora sembri tu quella che copia… pur non essendolo. Ok, è meno complicato di quel che sembra.
E quando ti è venuto il ghiribizzo di disegnare?

Eh, e chi si ricorda? Sempre disegnato; ma alle superiori con Sailor Moon, ho trovato la morbidezza della linea che poteva dare vita alle mie storie! Perché di storie in mente ne avevo già decisamente molte!! Ma le disegnavo davvero malissimo!!!

Anche tu perdi la testa per il Tedesco (Alzheimer, NdA)… La vecchiaia avanza? Ma no, dai, siamo ancora giovani dentro!
E, a proposito di gioventù, parliamo della prima volta, che non si scorda mai. Cos’hai pensato la prima volta che hai provato a prendere in mano una matita e tracciare segni sulla carta?

… (ma dove le ha trovate ste domande?) davvero, non potrei ricordare… so solo che da piccola 4, 5 anni, a Natale arrivavano una scatola di colori ed un album da colorare. Ed ero contentissima!!

Le domande le ho trovate in un negozio di “fai da te”, in scatola di montaggio, con le lettere alla rinfusa. Credimi, è stato un casino anagrammare tutto!
Ma dimmi, dove vai a pescare la tua ispirazione?

Dal mondo! Da tutto! Dai miei sogni, dalla mia immaginazione… da quello che vorrei vivere! Alle volte anche solo facendo un disegno, da lì nasce tutta una storia: disegno una ragazza? Questa mi racconta cosa fa nella vita, con chi passa il tempo, i suoi sogni e le sue speranze… ed ecco una nuova storia!!

Quindi vuoi farmi credere che tu disegni un personaggio a caso e questo, dal foglio, si mette a parlarti? Mi sovviene un vecchio adagio: “Non sarai mai solo con la schizofrenia” (cit.)…
Ma, tornando a noi, oggi, con più esperienza e molto lavoro alle spalle, quale reputi sia la tua “Opera Magna”?

Nessuna opera magna ancora… l’opera Magna la si definisce a fine carriera… e io mi sento ancora piena di troppe idee per dare a una sola questo Titolo.
Inizio ora a realizzare un mio fumetto! Alicia! Poi ne avrei altri 4 da realizzare con grande desiderio, ma ci vorrà tempo… ed esperienza!
Ancora sto realizzando Ingegnere Che Passione, strisce che raccontano un po’ di vissuto quotidiano, e tanto di fantasia 😉
E un sacco di fumetti a tavola unica, con una ragazza che la fa da protagonista… ecco: l’opera Magna per ora potrebbe essere “Sotto la Pioggia” !

E quindi,dato che per motivi tecnici il link sembra non funzionare, l’esilarante “Sotto la Pioggia” lo incolliamo qui sotto:

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e dato che Alicia partirà il 22 febbraio 2013, intanto possiamo linkare l’episodio pilota, tanto per farlo leggere a tutti, si sa mai che diventi la tua O.M.

Parliamo invece di una cosa comune a molti artisti: a parte il lavoro notturno, perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte, una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascolti mentre disegni?

Esatto! La musica!! Ascolto un po’ di tutto, e certe storie sono nate da canzoni!! La mia galleria musicale va dal pop al rap, alle colonne sonore di anime giapponesi, ad altre colonne sonore di films.

Mancherebbe quindi un po’ di (sano) Rock… Ma i gusti son gusti, e non siamo qui a parlare di gusti. Però a me piace la fragola. Con la panna.
Ma stiamo uscendo dal seminato… Rientriamo in carreggiata e ti chiedo, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui ti metti a lavorare alle tue immagini.

(Il rock secondo me va benissimo… ma per altri stili 😉 )
Per il momento disegno in cucina, in un angolo del tavolone da pranzo, ma più avanti dovrei avere uno studio, anche se temo finirò per stare in cucina lo stesso 😀 dove c’è la tv, dove è più familiare dov’è il centro della casa!

Quindi avrai una stanza fatta apposta che finirai per non usare. Contenta tu…

Noo!! Là potrò mettere tutto il materiale, anche molto ingombrante e il tavolo per colorare visto che l’aerografo occupa spazio… o meglio, il compressore per l’aerografo 😉

Ripeto: contenta tu…

Ma aggiungiamo un pizzico di nonsense a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti… e qui ci metto pure un’immagine che mi piace. Realizzata da te, ovvio. E che non rappresenta il tuo solito stile, ma a me piace, quindi la metto lo stesso.

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Adesso, in un massimo di 30 parole scrivi una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di te, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che ti viene in mente… Puoi anche mandarmi a quel paese e dire che non ne hai voglia, insomma… vedi un po’ tu.

Eh, aneddoti… che ne so… quando una persona disegna fumetti ne combina di ogni…
Come quella volta che avevo il raffreddore e vivevo in simbiosi con i fazzoletti di carta. Stavo chinando ma, cosa succede?, mi cade una goccia di china in mezzo al disegno! D’impulso prendo il fazzoletto che avevo lì x assorbire più china possibile e … perfetto! Lavoro sano e salvo!
Purtroppo 5 minuti dopo avevo dimenticato che il fazzoletto l’avevo usato per la china, e mi ci soffiai il naso!! (sono + di 30 parole? Ops!!)

Ops… sono ben 90 parole, mi sa che dovrai portare il cilicio per un po’.
Intanto taggo fazzoletti di carta, raffreddore, simbiosi, china e impulso. Bel colpo!
Un’ultima cosa, poi ti lascio la privacy necessaria affinché tu possa indossare il cilicio che è magicamente comparso lì, alla tua sinistra…
qual è la domanda che nessuno ti ha ancora posto ma che vorresti sentirti chiedere?

La domanda: allora… l’altezza no… nemmeno misura di… no, nemmeno quella…
Ah, ecco!! “Possiamo pubblicare i tuoi lavori?” ^_^

E la risposta è… ?

Ovviamente… NO!!
Noooo!! Aspetta!! Stavo scherzando!! Sìììì, Sìììì, lo Voglio!!! 😀

“Sì lo voglio”? Ma non sei già sposata? Aspetta che lo venga a sapere tuo marito!
Bene, dai, ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato. Saluta gli habitué di questo blog.

Ciao a tutti!! Vi aspetto nel mio sito per seguire le Pazze avventure di Alicia, (che nel fratttempo il tempo è passato e il fumetto è partito!) e le più che razionali strisce sugli ingegneri con Ingegnere Che Passione!
E se mi cercate su facebook, mi trovate nella pagina Made by Mika  a presto!!!

Ma dai, volevo segnalare io tutto il resto della roba!
Mi hai rubato metà del lavoro!
Almeno lasciami dire che sarai ancora ospite qui, nei prossimi mesi, con due disegni ispirati da due miei racconti che hai letto in anteprima!

E allora, cari lettori, l’intervista finisce così, su due piedi, percé ha già detto tutto lei.
Alla prossima!

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