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Cartagena. Gli ultimi della Tortuga (****)

Di Valerio Evangelisti

Vi invito ad ascoltare “le chant des corsaires” durante la lettura di questa recensione, perché se ne fa un gran parlare in tutta la trilogia, quindi è venuto il momento di conoscerla, di sapere cosa cantavano i pirati.

E apro con una frase che troverete un bel po’ avanti nel romanzo, pronunciata da Le Page, e che ben rappresenta l’umore che ci accompagna durante la lettura:

“Penso che la nostalgia sia il meno affidabile degli esplosivi. E che i cannoni caricati a ricordi non facciano grandi danni.”

Cari lettori, questo è un libro che ho iniziato a leggere con estrema riluttanza. Non che non mi piacesse il genere o l’autore, ma perché è l’ultimo della trilogia dei Fratelli della Costa, e il sottotitolo annuncia già che la pirateria è ormai agli sgoccioli, all’epoca dei fatti qui narrati.
In ogni caso, fintantoché non l’avessi letto i capitani De Grammont, De Graaf, Morgan e tutti gli altri avrebbero continuato a infestare i mari della mia memoria, assieme ai capitani meno noti e alle loro ciurme, e a seminare panico e terrore nel Mar dei Caraibi.
Non volevo iniziarlo per non dover chiudere un capitolo che mi ha affascinato per anni, li ho centellinati, li ho fatti durare per molto tempo… ma ormai era giunto il momento di sapere come sarebbe andata a finire la storia.

E la storia inizia già male, coi pirati costretti da tempo a lasciare la Tortuga e ritirati su una montagna, Michel De Grammont morto e Lorencillo (Laurence De Graaf) sotto processo.
Ciliegina sulla torta, ci ritroviamo un Hubert Macary ammiraglio. Ammiraglio! Macary! Un uomo che sarà pure garanzia di fiducia, ma utile come una lumaca morta sulla scrivania dell’ufficio, che comanda ben due navi!

Insomma, già nel primo capitolo ci ritroviamo in un incubo, e con questa premessa (e il morale sotto i tacchi) raccogliamo la ciurmaglia e vediamo se riusciremo a conquistare Cartagena, l’imprendibile, senza presentare Macary ai francesi, per il momento.
Per decenza, perché Luigi XIV manda, in aiuto ai pirati (o meglio, i pirati aiutano i francesi) una ventina di navi da guerra, alcune capaci di portare fino a 90 cannoni, ed è meglio far bella figura presentando qualcuno di più famoso e meno inutile.

In ogni caso, già prima di partire ci saranno degli screzi fra pirati e francesi. Piccoli, dai, ci resteranno secchi solo in tre, ma non vi dico di quale parte.

Comunque ci si imbarca e si arriva al primo porto, dove in dieci minuti si conquista la fortezza che difende la città dai nemici che vengono dal mare. Non vi racconto oltre, sull’avanzata verso Cartagena, vi dico solo che arrivarci è stata una passeggiata, che le roccaforti a difesa della città erano sguarnite perché gli spagnoli pensavano che i francesi sarebbero andati altrove, e quindi le loro guarnigioni erano dispiegate… altrove, appunto, con mio grande disappunto, perché volevo battaglie sanguinarie e non le ho avute.
Neanche quando prendono la nave spagnola di cui leggerete da soli l’epilogo.
Però, al di là del romanzo, la storia è storia, e non possiamo cambiare ciò che è stato. Perché Il buon Valerio ci dice che il romanzo non ha la pretesa di essere proprio storico, ma ha comunque fatto una ricerca per cui tutto (o quasi) è riportato in maniera attendibile, se non (quasi) veritiera.

Sembra scrivere, dicevo, con una punta di nostalgia di ciò che erano stati i pirati, del ruolo che hanno in quel momento, e con la rassegnazione di chi già sa come andrà a finire la vicenda.

Ma noi attualmente non lo sappiamo, quindi andiamo avanti e ci accampiamo sotto le mura della città da conquistare. Qui la lotta non va né avanti, né indietro: gli spagnoli si difendono bene dietro i bastioni, e francesi e pirati non riescono a rispondere adeguatamente al fuoco, né riescono ad aprire una breccia. L’unica cosa che ottengono è la perdita di centinaia di soldati e ufficiali.

Cartagena è in ogni caso sotto assedio, e nessuna delle parti intende mollare. Avremo un accenno di battaglia, vedremo un po’ di sangue, ma nulla di ché. E alla fine gli spagnoli cederanno per pusillanimità, oltre al fatto che i pirati scaricano i cannoni dalle navi per portarli al centro della lotta.
E non siamo ancora a metà libro, quindi andiamo avanti e vediamo cosa ci riserva il futuro.

Prendiamo la sfera di cristallo e vediamo che nella seconda metà le cose peggiorano. Cioè, dal mio punto di vista, migliorano, perché inizieremo a vedere che chi prima era dedito all’ordine ora si mette a contar denari, così nessuno bada più a nulla e speriamo di vedere ancora i pirati in azione, fra saccheggi e torture.

Solo che, cari lettori, le cose non peggiorano affatto nella maniera in cui speriamo noi, e i francesi si prendono sempre più gioco dei Fratelli della Costa, mentre noi continueremo a credere che da un momento all’altro ci sarà una rivolta di questi ultimi.
Certo, nel frattempo si è parlato di un paio di torture, e i saccheggi ci sono stati, non dico di no, ma… ecco…
È tutto abbastanza nell’aria, tanto fumo e poco sangue. E sono i francesi a saccheggiare, mica i pirati!
Il solo sangue di cui ci si riempie la bocca è un sangue fetido, un sangue malato di febbre siamese, o vomito nero che dir si voglia, quindi non è un buon sangue. Niente battaglie crudeli, niente colpi di spada… Niente. Tutte cose che, come già dicevo, aleggiano nell’aria, ma sembra di star lì a sentirle da qualche villaggio di distanza: cannonate lontane mentre si sorseggia un tè.
L’unico sangue buono ce lo regala il buon Exquemeling, chirurgo, che dice che all’ospedale, se così possiamo ancora chiamarlo, i malati hanno tanta fame che mangiano brandelli delle loro stesse carni, e bevono la propria urina o il proprio sangue. Nulla di più.

E si va avanti così, credendo di trovare avventura, per poi ritrovarsi con un pugno di mosche.

“Avanti, avanti, fratelli! Si è ucciso troppo poco!Addosso alle canaglie di Spagna! E’ ora che soffrano per davvero!”

No, non accadrà proprio nulla. Scusate lo spoiler, ma non accadrà nulla.

Va bene, dai.
Conquistata la città si va a spartire il bottino su un’isola dimenticata, un antico approdo dei pirati quando le cose andavano bene, ma… ecco, accade l’imprevisto: arriva la flotta da guerra inglese, e qui iniziano le cannonate. Sarà un’aspra battaglia in mare aperto, e quando tutto sembrerà andare male, per i pirati, ecco che arriva un vascello battente la Jolie Rouge, un vascello che solo a sentirne il nome sono saltato sulla sedia, ho detto “Il [omissis], arriva il [omissis]!! Ora sono cazzi!!” Perdonatemi il francesismo.
Perché il vascello di cui ho omesso il nome è uno dei più temuti, uno dei più noti anche a chi ha letto i due volumi precedenti, e ritrovarselo lì fra capo e collo è una sorpresa. Davvero.
Peccato solo che arrivi alla fine, per recuperare i naufraghi.
In ogni caso, il tutto sarà una battaglia che da sola vale l’intero romanzo.

Il resto è una storia che non vi racconto, perché non vi ho citato la tresca fra il protagonista Martin e una spagnola, quindi invece di dispiacervi ve ne freghereste altamente del destino di Martin; né vi ho raccontato del passato di Wheelan, non capireste il perché della sua vendetta.

Cari lettori, vi invito a leggere questo libro che conclude tristemente la trilogia. Se invece volete leggerne uno solo per capire chi erano i pirati vi invito a leggere “Veracruz”. E’ il secondo, ma i fatti narrati sono antecedenti a quelli descritti nel primo, quindi nulla vi vieta di leggere il primo per secondo.

A presto!

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Veracruz (****)

Di Valerio Evangelisti.

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Pirati! Pirati, finalmente!
E badate, cari lettori, qui non si parla dei fighetti cui ci ha abituati la televisione ultimamente, ma di Pirati veri! Quelli, per capirci, che se ti prendono per i coglioni non lo fanno per modo di dire… ma ne parleremo in seguito.

Il buon Valerio ci narra la storia della presa di Veracruz, città fondata dagli spagnoli e ritenuta, fino a quel momento, inattaccabile.
Qui scopriamo che invece non lo era affatto, e la causa principale si svela essere la mollezza dei difensori non più abituati alla pugna. Anzi, di fronte ai pirati che avanzano con in testa l’orchestra che suona una sorta di marcia funebre, fuggiranno terrorizzati, rendendo la conquista facile come una passeggiata di piacere.

Il romanzo inizia con due galeoni pieni di pitali già abbordati e presi.
I Fratelli della Costa li mandano avanti come civette per non far insospettire la vedetta che incrocia a diversi metri dalla costa. Quando la vedono, la accerchiano e la affondano, o meglio… uccidono tutto l’equipaggio, ché i cannoni fanno casino e qualcuno dalla costa potrebbe sentirli e dare l’allarme, quindi approdano col resto delle navi.

E’ notte, i marinai non dormono né mangiano dal giorno prima, ma ormai devono andare avanti.

“Quelli laggiù non sono uomini, sono spagnoli: tronfi, crudeli, ipocriti. Nemici del libero commercio e ubriachi dell’oro che ci rubano. E allora saremo spietati e li tratteremo da bestie, quali sono. Nessuna misericordia. Me lo giurate?”
Le torce oscillarono. Un “lo giuro” collettivo rimbombò possente, poi l’armata della filibusta si mise in movimento.

Detto questo (non sono uomini, sono spagnoli), partono e conquistano tutto. Poi prendono i superstiti, e li imprigionano in una chiesa, tutti ammassati uno appiccicato all’altro, come animali da portare al macello o peggio. Ovviamente, i pirati devono pur far passare il tempo, e, a parte gli ovvi stupri, si dilettano in torture. Fra le tante, riporto questa. Cari maschietti, se avete il cuore debole non leggete la parte in neretto qui sotto.

“Chi gridava come un ossesso era un uomo grasso e nudo, con mani e piedi legati. Una corda lo teneva appeso ai rami di un albero per i soli genitali. Il nodo scorsoio gli stringeva lo scroto e il pene, violacei e sanguinanti. Cinque o sei avventurieri (…) si divertivano a spingere il corpo, facendolo ruotare.”

Ecco cosa intendevo all’inizio, quando dicevo che se ti prendono per i coglioni eccetera.

Il buon Valerio, nelle note finali, ci dice che sto tipo è sopravvissuto, non morto dissanguato come ha scritto lui, ma gli serviva per creare atmosfera. Ma son dettagli trascurabili, dai!

Dicevo: saccheggiano, pretendono riscatti, fanno piovere morte come fosse riso a un matrimonio. Prendono tutto quello che possono, che in realtà è quasi tutto quello che Veracruz ha da offrire, poi si dileguano in tutta fretta.
Il grosso della flotta spagnola sta arrivando, quindi si salpa per andare in un’isola più difendibile, non prima di aver depredato le chiese.

“Si tratta di uno scambio. Abbiamo navi piene di pitali. (…) Saranno i pitali a prendere il posto di tabernacoli e croci, a titolo di risarcimento. (…)”

In quell’isoletta ammasseranno in un forno alcuni prigionieri di valore, sperando in un riscatto più cospicuo di quelli già pretesi.
L’isoletta, però, si rivelerà poco difendibile, quindi si salperà di nuovo. Abbandonando gli ostaggi e tutto ciò che non serve.
La loro rotta li porta verso altri galeoni della marina militare spagnola, i quali potrebbero affondarli in un battito di ciglia, ma i nostri eroi puntano sulla paura, e quindi ecco di nuovo l’orchestra con la sua marcia funebre, accompagnata stavolta anche dalla folla di marinai che battono le lance sui ponti e le spade sui parapetti (sulle impavesate, per essere pignoli).
Le navi dell’esercito spagnolo fanno dietrofront, ritirandosi disordinatamente. Come dicevo all’inizio, si erano, per così dire, un po’ rammolliti, e di fronte alla determinazione dei pirati, la loro presunta forza superiore crolla come un castello di carte.

E qui c’è un però: se fino a questo momento le cose sono andate benone, non si può dire altrettanto di ciò che succede successivamente.
Non vi dirò cosa succede, perché ve lo dovete leggere (che tutto il libro è una cosa esaltante), ma vi porto direttamente (e senza passare dal via), dopo spade e pugnali, fino all’isola dove si spartiranno il bottino. Con precedenza a…

“Avanti i mutilati! Spettano quote extra a chi ha perduto a Veracruz un braccio, una gamba, una mano, un occhio, o tutti e due. (…) Penso che il primo a essere ricompensato debba essere Jean Lestang, del Le Tigre, rimasto senza mento né mascella. (…)”

Orribile e affascinante, non trovate? Il bello è che la storia, come già detto, è vera, ma questo potrete tranquillamente leggerlo nelle note di Valerio, alla fine del romanzo. Noi invece andiamo avanti.

E ripartiamo per mare, che dopo la spartizione della prima parte del bottino si va a vendere merci rubate e schiavi in posti amici, ma… ecco, arriva un uragano che disperde la flotta, e restiamo a seguire il veliero principale, il Le Hardi dell’ammiraglio De Grammont, più altri due, che arrivano in un’isola inglese dove non se li fila nessuno per non inimicarsi la Spagna in tempi di pace. Non se li fila nessuno al punto che ripartono quasi senza provviste, e uno dei tre capitani finisce per staccarsi e andare per conto suo.

Il vascello principale, navigherà fino a raggiungere un galeone spagnolo tre volte più grande, che verrà abbordato da filibustieri in preda alla fame e pronti a tutto. Tanto per farvi calare nel clima della battaglia, vi riporto altre due righe:

“Tutti i pirati urlavano senza posa. Colpivano alla cieca, mutilavano, sollevavano e agitavano membra tagliate. Erano il terrore assoluto. Molti sghignazzavano come folli, coperti di sangue dalla testa ai piedi.”

(Sublime)

Poi, carichi di provviste, faranno rotta per Petit-Goave, dove si concluderà la loro avventura.

Bene, cari lettori, questo è qualcosa di quello che potete leggere di Veracruz. Spero di avervi incuriositi abbastanza da farvelo leggere e amare come l’ho amato io, o quantomeno farvelo eleggere a “libro da leggere durante le ferie”.
Alla prossima!

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Gioco di squadra

“Squalificati!” ghignò il capitano della nave pirata, guardando il mare tingersi di rosso.

Categorie: Compresse (perché "Pillole" era troppo mainstream!) | Tag: , , | 2 commenti

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