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Sere Marroni Contest – i racconti in gara

Contest concluso! Quattordici i racconti in gara.
Commentate!

 

Racconto numero 1

Dieta Ferrea – di Daniele Picciuti

C’è questa tipa, abito rosso e tacchi a spillo, labbra carnose dal rossetto scarlatto, una bionda ossigenata Marylin style. E io qui, seduto in macchina con il portafogli in mano.

«Q-quanto?» chiedo, mentre già immagino quel corpo statuario addosso al mio, scarno e ossuto.

«Cento, tesoro. Da me».

«Cento?»

«Sono una che non si dimentica».

Ha ragione, penso.

Sale in macchina, mi indica la strada. Posteggio, poi mi guida su casa, un edificio fatiscente che sta su con lo sputo, un ascensore che cigola a ogni piano, arrugginito e puzzolente.

Apre l’uscio, dentro drappi di velluto rosso, letto a baldacchino, specchi in cornici dorate, luci soffuse.

Si spoglia. Io, di pietra, non muovo un dito.

«Coraggio» fa lei, spingendo quelle enormi tette contro il mio petto scheletrico. Poi inizia a slacciarmi la camicia. Quindi passa alla cintura, ai calzoni. In breve rimango col coso di fuori.

«Ti funziona quello?» mi fa, arrogante.

«C-certo».

Sorride. Poi si apre. Letteralmente.

La fessura della vagina si estende, tagliando pancia e torace in due. Un’enorme organo genitale si spalanca su di me.

«S-sono a-anoressico» mormoro.

«Seguo una dieta» fa lei.

Che serata di merda, penso, mentre si richiude per divorarmi.

Racconto numero 2

Super-T – di Diego Cocco

Era la solita terribile notte in cui Pao-City aveva bisogno del suo supereroe. Due bombe al tritolo erano appena esplose davanti al municipio, e purtroppo la coppia di malviventi non si era liberata in tempo dei congegni. Un cane si fermò a urinare sui resti del più giovane, o forse del più vecchio. O forse sulla borsetta bruciacchiata di Liza, la padrona del marciapiede. La polizia trovò una folla di curiosi col fazzoletto sul naso. – Merda! – strillavano tutti verso il cumulo di viscere e corpi.

– No, non è merda!

Era arrivato lui, il più grande di tutti. Super-T, l’eroe dal mantello nero e il caschetto di capelli colore del sole.

– E Raffaaellaaa è tuaaa! E Raffaaellaaa è tuaaa!

Cori entusiasti si alzavano da ogni dove.

– State tranquilli – disse imperturbabile. – Sono solo i resti di tre individui. Avvicinatevi. Non sentite il tipico olezzo di carne bruciata?

La ressa si accalcò davanti all’ammasso informe.

– Vedete? Più che marrone direi che è un rosso relat…

Il terzo ordigno esplose a causa del riflesso post mortem del pollice di uno dei criminali.

Cadaveri ovunque.

– La sfiga è una cosa semplice – borbottò Super-T pettinandosi la frangia. – Eppure io non me lo so spiegare.

Racconto numero 3

Io sono romanzo – di Riccardo Dal Ferro

Vi racconto della sera in cui ho scoperto d’essere un romanzo.

Sì, avete letto bene. E no: nessuna metafora. Vi è mai capitato di provare la sensazione di venire stappati? Come se tutta la vostra vita fosse una bottiglia chiusa che riposa in cantina, e d’un tratto POP! Tutto cambia.

La mia era una vita di serate trascorse sul divano, a bere cedrata e guardare film scialbi. Questo dovrebbe fare un uomo:

trascorrere! Dovrebbe farsi vivere, osservarsi invecchiare, lasciarsi morire.

Da quella sera tutto è cambiato, per il capriccio di un autore che voleva scrivere una storia diversa.

In casa mia piombarono gli alieni, e un plotone di miliziani dello spazio mi prelevò, dicendo che ero il prescelto! Io? Io ero un triste impiegato contabile! Io salvare l’universo? Scherzate?

Nell’arco di mille caratteri sono finito in tuta mimetica su pianeti distanti, nel fango. Guardatemi. Ci credete? Certo, mi state leggendo. Un giorno mi troverò faccia a faccia con quello scrittore, gli punterò contro il mio fucile sonico e gli dirò: «Non potevi farti i cazzi tuoi?»

Ma non sparerò. Sono l’eroe io, qui.

Quella fu la peggior serata della mia vita.

Spero solo che questo almeno non sia un romanzo di merda.

Racconto numero 4

Sorpresa – di Chiara Orsato

Temporale; sono sul divano, la coperta a riscaldarmi, guardo la tv e accarezzo il gatto, appollaiato sulle ginocchia.

Una serata come tante, il diluvio fuori ma io all’asciutto dentro casa, al riparo.

Sorrido compiaciuta, quasi beffandomi di chi, ora, si trova nel bel messo dell’inferno.

Mi stiracchio e Paco, il mio micione, si spaventa per il brusco movimento, salta giù e zampettando si dirige verso la sua cuccia.

Un lampo illumina a giorno la notte cupa, e “ZAC!”, la luce se ne va.

“Merda!”, impreco, e a tentoni cerco di raggiungere il letto.

Sbatto l’alluce contro lo stipite della porta, “Porc…!”, esclamo, e saltellando dolorante, proseguo.

Gli occhi di paco, al buio, sono due palle infuocate: lo raggiungo, lo prendo in braccio e arrivo al lettone.

Tengo Paco con me, lo coccolo; fuori la tempesta si placa e d’un tratto la stanza s’illumina: finalmente la luce.

Mi guardo attorno; ai piedi del letto scorgo Paco e vicino a me, sotto le coperte, distinguo la sua sagoma: com’è possibile?

Ma allora?!

Alzo le coperte, e un grosso ratto mi guarda, soddisfatto per le attenzioni ricevute.

Io, invece, emetto un conato di vomito e svengo per il disgusto.

Racconto numero 5

Bella serata – di Maria Rosaria Del Ciello

La donna molto bella arrivò con il mento che puntava in alto, al di sopra delle teste di noi altre mamme.

La donna molto bella non ci guardava mai negli occhi, c’era sempre un punto altrove, distante da noi, da cui lei era attratta.

Camminava, muovendo le sue gambe non più giovanissime e tenendo per mano un frugoletto di appena sei anni. A volte andava veloce, quasi volesse fuggire dalla nostra mediocrità. A volte avanzava lentamente, sempre fissando un punto lontano e sorrideva. Sempre.

Organizzai una cena. Di classe. “I nostri ragazzi potranno fare amicizia”, ma non ci credevo neanche un po’.

La donna molto bella arrivò in ritardo, scusandosi molto.

I maschi della serata, fuchi intorno alla regina, facevano a gara a chi diceva più cose simpatiche, a chi era più galante con lei. I suoi occhi puntavano, ora, un po’ più in basso.

Poi, sul finire della serata, il campanello suonò.

Ero felice. Andai ad aprire e fece l’ingresso in casa la ragazza più attraente che avessimo mai visto, amica della mia figlia maggiore, un gran pezzo di figliola. Giovane, ancora con lo sguardo vivo dritto verso di noi. E anche verso di lei, la donna molto bella, sul cui viso il sorriso sparì, come d’incanto.

Racconto numero 6

Profumo d’intesa – di Michela Fornasa

Finalmente è arrivata la fatidica serata. Rocco e Mariangela, dopo mesi di chat e sorrisini davanti a un pc, ceneranno per la prima volta insieme.

I preparativi fervono per entrambi: lei, nei suoi pantaloni bianchi e top scollatissimo, è già pronta. Lui invece opta per un look informale, camicia di lino azzurra e jeans scuri.

L’appuntamento è fissato per le nove nel bar più in voga della città. Si inizierà con un aperitivo, poi in riva al lago per una cenetta al lume di candela.

Tutto è stato pianificato alla perfezione. Mariangela scende dalla sua Mini slanciando le lunghissime gambe affusolate. Rocco la sta aspettando con una rosa blu.

Aperitivo: il prosecco è quasi ghiacciato e Mariangela avverte una strana sensazione allo stomaco.

Cena: eleganti e sfiziose portate di pesce crudo; una band suona melodie romantiche e sensuali. Il fastidio di Mariangela si fa sempre più intenso.

Rocco allunga una mano e la invita a ballare: in quel momento il dolore diventa ingestibile. Il corpo perfetto di Mariangela sprigiona un’insonorizzata ma odorosa flatulenza.

La donna si stringe al suo amore, mentre la macchia marrone sui pantaloni assume la forma geofisica dell’Africa.

Racconto numero 7

Al calar del sole – di Luisa Lajosa

Jack mano lesta diede uno sguardo allo specchio e ripensò a quel bastardo di John occhi di lince e alla sua Rose tra le mani callose di quel bifolco, gliel’avrebbe fatta pagare.

Finalmente avrebbe scoperto cos’era meglio: il dito veloce o la vista aguzza. Infilò i calzoni sdruciti, strinse il cinturone e assicuro la sua colt 45 nella fondina. Udì il rintocco delle 17,00 e si affrettò per non fare la figura del codardo.

«Salve Jack» esclamò John tra i denti. Jack si limitò a chinare il cappello.

Slash disse: «Giratevi, contate trenta fottutissimi passi e che Dio sia con voi!»

Arrivati alla fine si voltarono e bang! Si udirono gli spari, John mancò la mira e colpì l’insegna del saloon che cadde sul piede dello sceriffo che dolorante saltellò all’indietro finendo nel beverino dei cavalli.

Il colpo di Jack strisciò un cavallo che partì al galoppo e sradicò il palo alla quale era legato facendo inciampare chiunque si trovasse sulla strada. I cittadini infuriati avanzarono verso di loro, e Jack esclamò: «Ehi John, fanculo Rose, è già stata abbastanza una giornata di mer…», non riuscì a finire la frase che inciampò finendo con la faccia sugli escrementi del suo cavallo «merda volevo dire!»

Racconto numero 8

Quattro passi in quattro toni – di Carla di Fucina Creativa

Piove. C’è un luogo dove andrò stasera. La fine di una viscera in ghiaia battuta lo svela; si attraversa una vegetazione da jungla per l’abbocco al fiume. La notte lì è abisso. Mer…avigliosa avventura. Indosso vecchie scarpe, jeans e stratificazione a cipolla del busto. Allo specchio, rido. In auto la radio su cd dà “Fango”, “il fango è …marrone”, penso.

Parcheggio; i fari illuminano un colore caldo di muro, intermittente coi vuoti delle vetrine e focalizzo:”secondo marrone”. M’incammino. Alla fine dell’asfalto inizia l’oscurità. Gli occhi, sballottano per uscire e vedere meglio la via e l’intorno. M’incantano le ombre del buio: sagome vegetali che si animano personificando ruoli immondi. La valle è occlusa da nebbia saturata da luce al sodio e nero.”Che bel terzo marrone”, dico divertito dal gioco della conta. immagino tutti i toni nel range del colore: nella terra acida, sotto i rovere e nelle pozzanghere limose; giù, al fiume, c’è quello che  ti avvinghia, denso e squagliosciente; appena appoggi il piede, ti risucchia e devi opporre gran resistenza per stare in equilibrio. “Quarto marrone, decisamente!”. Cado. L’osservo. Da vicino sembra inodore.

Rido: che quattro marroni!

Racconto numero 9

Incubo di una notte di mezza estate – di Gnagna

Sono uscita solo un paio d’ore e, rientrando, l’unico aggettivo che posso utilizzare per descrivere quello che vedo è: AGGHIACCIANTE! Macchie ovunque, lo scrittoio che sembra un quadro impressionista tale è la fantasia disegnata dall’inchiostro rovesciato su di esso e la cosa peggiore è che quell’oggetto, l’unico che mai nessuno avrebbe dovuto toccare è andato in mille pezzi. Per un momento ho desiderato di soffrire di amnesia e aver sbagliato casa ma non era così. Mentre me ne rendo conto che quella è effettivamente casa mia, lei mi guarda, serena, leccandosi le zampine ancora sporche di quell’inchiostro che questa sera, ai miei occhi, è peggio del sangue. Non faccio in tempo ad avventarmi contro di lei, Mimì, la mia piccola, maldestra e dispettosa gattaccia che sento il rumore della porta di ingresso aprirsi…e…richiudersi. Sento le risate ed i passi susseguirsi nel corridoio fino all’ingresso della sala e poi, eccoli lì, silenziosi, immobilizzati dallo shock davanti a quel disastro. “Ciao mamma! Ciao Papà!” dico sorridendo nervosamente. Mia madre freme: “Il vaso di porcellana della mia bisnonna! Distrutto!! MIRIAM!!!”

Racconto numero 10

La befana rovinata – di Anifares

La sera del 4 gennaio non volevo andare con la mamma dalla zia Teresa perché il marito stava morendo di cancro. Quando entrammo in casa lo zio dormiva a primo piano e la mamma mi chiese di andare a prendere delle buste in macchina. Mentre stavo aprendo la porta di casa, sentii chiamare. “Teresa, vieni”. Nessuno in cucina si mosse. “Cosa vuoi?” chiesi “Accompagnami in bagno” disse. Io odiavo lo zio perché negli ultimi anni aveva rovinato la quiete della mia famiglia. Lo zio picchiava la moglie e i figli. “Quando guarirò farò una festa” disse, mi fermai, stavamo proprio sulle scale “Tu stai morendo” “Io non morirò” disse. Mentre rotolava, capì che non avrei visto più i miei genitori litigare e non avrei più visto quei segni rossi dietro la schiena dei miei cugini. Il malato scomposto era davanti alla porta della cucina. Andai nel bagno e dalla finestra mi ritrovai fuori dalla casa. Bussai alla porta con le buste, mio cugino venne ad aprirmi. “Papà è caduto dalle scale”. Andai subito vicino agli altri “Respira?” chiesi. Mia madre fece di no con la testa. Era stata proprio una serata da dimenticare. Il suo funerale non avrebbe fatto arrivare nemmeno la Befana. Che beffa!

Racconto numero 11

La mia proposta di matrimonio – di Marco Sartori

Sono James Meier, un poliziotto della MPD e, anche stasera sono in centrale. E dire che oggi era il mio giorno libero. Che sfiga.

In realtà fino a qualche ora fa non ero nemmeno qui.

Per dirla tutta ero fuori con la mia ragazza a festeggiare i nostri 7 anni. Stasera avrei dovuto chiederle di sposarmi.

Ero passata a prenderla per le 20.30 e ci dirigemmo al ristorante dopo esserci salutati.

Lei indossava un vestito delizioso quella sera, come delizioso fu il pasto che consumammo.

Dopo cena ci dirigemmo verso un motel.

Improvvisamente, apparve nella corsia opposta, probabilmente un ubriaco, visto come sbandava. Io sterzai bruscamente per evitarlo e la nostra macchina finì per schiantarsi dopo aver sfondato una staccionata.

Quando ripresi conoscenza Louise era ancora lì di fianco a me, con l’aria terrorizzata e gli occhi spalancati, incapace di dire anche una singola parola, con un palo della staccionata piantato nel centro del suo petto, con un grido disperato sulle mie labbra.

Ed ora eccomi qua, di nuovo in centrale… Sì, ma dalla parte sbagliata della scrivania e accusato di averla uccisa durante la mia guida in stato di ebbrezza, aspettando di essere interrogato.

Racconto numero 12

Giri di vite – di Rupert Kebler

Viaggio numero uno.
– E ricordati di chiamarmi appena arrivi, Paolo, che poi tuo padre se la prende con me!
– Tranquilla, ‘ma.

– Pronto?
– Sono io. Arrivato.
– Tutto bene?
– Ha guidato sempre Carlo. Ben trecentocinquanta chilometri senza scolarsi una birra!
– Dai, non fare il cretino. Telefonami quando partite, ok?

Viaggio numero due.
– Ha chiamato Paolo?
– Ancora no.
– Emerita testa di cazzo, ci fa stare in pensiero! E te, gliel’avevi raccomandato?

Viaggio numero tre.
– Se fai come l’altra volta tuo padre ti butta fuori casa a calci! Capito??
– Sì, ‘ma. In Croazia non mi prendeva il cell.

– Pronto?
– Sono io.
– Che, ma sei scemo? Ti pare l’ora di chiamare? Non avevi detto che arrivavi verso mezzogiorno?
– C’è stato un piccolo incidente, ‘ma, niente di grave. Abbiamo tamponato un tir.
– Oddio, mi fai tirar giù il Signore! E telefonare subito no, eh? Tuo padre deve ancora chiudere occhio!
– Ok, ‘ma. Ci sentiamo domattina, dai.

Viaggio numero quattro.
– C-H-I-A-M-A. D’accordo?
– O-K-K-E-I.

– Pronto? Paolo, sei tu? Tuo padre ha già detto che cambierà la serratura alla porta! Paolo??
– Famiglia Marroni?
– Sì?
– Signora, qui è la centrale dei Carabinieri. C’è qualcuno lì con lei?

Racconto numero 13

Porco cane! – di Manuel Ruffo

E’ incredibile: vivi una vita intera ignorando una situazione come questa e poi crack! Come un peso
morto cade su di te
un enorme casino da risolvere su due piedi. Questa sarebbe dovuta essere la serata più importante della mia vita ed invece eccomi qui, in sala d’attesa a pregare tutti i santi e le sante del paradiso affinché il medico riesca a sbrogliare (è proprio il caso di dirlo) questa ingarbugliatissima e drammatica matassa di sfiga. Purtroppo, dopo più di un’ora di tentativi, ecco che il veterinario esce dalla sala operatoria con la sconfitta dipinta sul volto. Sulla sua mano destra tiene al guinzaglio una splendida femmina di San Bernardo dal viso impotente e sconsolato, al cui posteriore è rimasto attaccato (come se fosse un pannolone di pelo) il mio minuscolo e voglioso Bolognese. Non voglio sapere come una simile scoreggia di cane alta 27 cm, sia riuscita a scalare ed a ingropparsi un molosso alto 65, tuttavia di una sola cosa però sono convinto: lo sguardo allegro e vittorioso del mio Rocky indica che non ha proprio nessuna voglia di staccarsi da lì. Quello è il suo primo accoppiamento. Avrebbe deciso lui quando sarebbe finito.

Racconto numero 14

Confession” di Stefano Busato Danesi

Ciao a tutti, mi chiamo Sandro.
-Ciao Sandro.-
Sono in questo gruppo perché il mio psicologo mi ha consigliato di aprirmi agli altri, è tutta colpa dei miei problemi di
socializzazione.
Tutto parte dalle serate di merda che passo. Non sono molto amichevole, sono più bravo a parlare su internet che nella vita vera.
Ma a volte mi arrischio ad uscire, non so neanch’io il perché, sono recidivo, ci credo che le cose potrebbero per una volta cambiare e andarmi bene. Ma finisce sempre male, quindi perché continuare?
Io voglio una donna! Una ragazza che mi dia un pò di tenerezza, non per forza sesso estremo, al massimo comprensione e amicizia. Poterei fare un elenco sterminato di ragazze con cui sono entrato in contatto e poi mi hanno deluso dicendomi che non mi vogliono più rivedere… Perfino i miei sarebbero più contenti se non andassi da loro a mangiare la domenica.
Sono destinato a stare solo? Sono proprio così repulsivo? Bé, voi cosa ne pensate?
-Vai via.-
-Non ti vogliamo.-
-Mi hai stancato.-
-Che schifoso che sei.-
-Sei noioso.-
E lei dottoressa Zanin che dice?
-Sandro, è meglio che non vieni più.-
Ma che cos’ho? Perché alla gente faccio questo effetto?

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Il gioco dei pianeti (****)

Di Ray Bradbury

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205 pagine
Edizione Rizzoli (BUR)
Iniziato il 29/05/2014
Finito il 08/06/2014
 
Ray Bradbury, cari lettori. Quello di “Fahrenheit 451”, che quando lo lessi non mi era piaciuto.

Ecco, vedete… Ognuno ha diritto a una seconda possibilità, e io al buon Ray non ho voluto negarla, quindi eccomi qui a parlarvi di questa raccolta di racconti.
Chi troviamo qui? Tante persone, tanti personaggi, tantissima volontà di trovare del buono nel cuore degli uomini.
 
Troviamo “l’Uomo Illustrato”, un tizio che è stato tatuato da quella che lui definisce una strega in grado di viaggiare nel tempo.
Ha il corpo interamente inchiostrato, e durante la notte i disegni si muovono, cambiano, raccontano storie passate e future, prevedendo gli eventi a venire.
 
Troviamo uomini di colore emigrati su Marte, carichi di odio per gli uomini bianchi che li avevano ridotti in schiavitù ma che, dopo aver visto la miseria in cui ora versano, decidono di perdonarli e ricominciare da capo assieme a loro.

E poi ci sono tutti gli altri racconti.
Cosa ci troviamo dentro? Tanto Marte, e tanto Dio. Ci sono molti improbabili futuri in cui l’umanità, o parte di essa, migra su Marte per i più svariati motivi, e può capitare che ci vada qualche sacerdote e vi trovi delle pure anime che hanno raggiunto uno stato di pace e serenità, oppure, puntando su un altro pianeta non meglio definito, alcuni militari arrivino cinque minuti dopo che si è manifestato Gesù e trovino la gente in estasi mistica.
 
Quello che scrive è accattivante, ho assaporato ogni parola, ogni attimo, la scrittura è fluida e si lascia leggere agevolmente, ma… ecco, c’è da dire che dopo i primi tre o quattro racconti si capisce il meccanismo delle sue storie, cosicché le altre si sa già dove andranno a parare dall’impostazione dell’incipit, di conseguenza il ritmo di lettura viene rallentato.

Se appena si inizia a leggere la raccolta c’è la curiosità e la voglia di scoprire, dopo qualche pagina la sensazione è quella di rileggere lo stesso copione in salse differenti. Dio e Marte. Dio e altri pianeti. Marte e altri pianeti. Marte e la Terra. (Ok, abbiamo anche un viaggio nel tempo, ma uno soltanto.)

E dove non ci sono Dio né Marte né altri pianeti, ci sono comunque i razzi.
Spesso il racconto inizia coi ricordi del protagonista, che si divertiva alle sagre paesane a vedere i razzi che esplodevano come fossero frammenti di stelle e ora eccolo lì, davvero a bordo di un razzo, immerso nel nulla a miliardi e miliardi di miglia dalla Terra.

E dentro il razzo c’è il protagonista, ci sono altre tre o quattro figure così secondarie che a malapena sappiamo che esistono, e un capo idiota che nega l’evidenza, che non capisce la situazione, che si deve fare come dice lui… insomma, che fa “il capo”.
 
Bene, cari lettori, non mi dilungherò oltre. Vi dirò che se si legge un racconto al dì come se fossero pastiglie ci si stufa meno, e vi dirò pure che è fantascienza da due soldi. Non nel senso che sia scritta male (tutt’altro!), solo che ciò che descrive sono i voli pindarici che tutti abbiamo fatto da bambini, quando sognavamo di salire su un razzo a caso e andare sulla Luna o su Marte a nostro piacimento, magari senza tuta né casco.

“Storielle di fantascienza per chi vuole raccontare di averne letta”, recita la quarta di copertina. Più o meno.

E allora, cari lettori, vi chiederete: perché mai leggere questi racconti?
Perché semplicemente sono leggeri, riportano appunto alla mente i viaggi spaziali che facevamo da bambini.
E poi perché alcuni sono ricchi di significato, altri hanno un finale inatteso, o forse sono solo belli da leggere, magari assieme a qualcos’altro.

E perché alla fine ritorna l’uomo illustrato, del quale ho accennato all’inizio, che ci fa capire il senso di tutto ciò che abbiamo letto. Attraverso questo personaggio, Ray ci dà la chiave di lettura per farci capire quello che ha voluto raccontarci.

Detto questo vi saluto e vi auguro una buona lettura.

Alla prossima!

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Ritorno alla Mary Celeste (*****)

Di Daniele Picciuti.

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Accattivante, come copertina, vero cari lettori?
E il contenuto è ancora meglio!

Vi dirò: quando l’ho preso ero scettico, sia perché gli autori italiani che mi piacciono posso contarli sulle dita di una mano (credo), sia perché il nome di Picciuti, per ora, è sconosciuto ai più.
Però, visto che lui ne ha fatto così tanta pubblicità, visto che su Anobii in 6 lo avevano già letto e valutato 4 stelline, visto che la versione per Kindle costa meno di 2 euro e visto che la copertina m’intrippava abbastanza, allora mi sono detto che sì, dai, potevo anche provarci. Anche perché l’autore lo avevo a disposizione su Faccialibro per chiedergli lumi ogni volta che avevo dei dubbi (leggi: gli ho rotto grandemente le balle).

Cari lettori, non me ne sono pentito! Questo racconto si fa leggere agevolmente, va giù come fosse una birra fresca a ferragosto, mi ha tenuto incollato alle pagine come pochi altri libri hanno potuto fare, cosa che ha valso la quinta stellina che vedete là in alto, accanto al titolo, e che lo pone fra le migliori letture di quest’anno. Quantomeno, fra le più divertenti. In senso figurativo, perché sarebbe un horror.

A parte il mistero e la ricerca, la cosa accattivante è che tutto il racconto affonda le sue radici in quella che è la leggenda vera della Mary Celeste, cosa che chiunque può verificare spulciando Wikipedia, oltre al fatto che alcuni personaggi sono effettivamente esistenti o esistiti e utilizzati nella storia senza snaturali dal loro contesto reale, creando così una situazione verosimile che dà una marcia in più al tutto, nonostante si parli di fantasmi. Ah: anche il fatto che uno dei personaggi parli francese dà quel tocco in più, ma non vi preoccupate: io, col mio scarso francese studiato alle medie ormai vent’anni fa, sono riuscito a leggerlo e capirlo benissimo senza guardare le note, o quasi.

Ma veniamo alla storia, che da sola sarebbe da 4 stelline, ma che il ritmo e l’atmosfera che riesce a creare portano a un buon 5: un noto reporter e la sua assistente vengono in possesso di un diario appartenuto a uno dei capitani della Mary celeste, e si imbarcano alla ricerca della nave fantasma.
Se non la trovassero il racconto si chiuderebbe qui, ma è ovvio che siano destinati a trovarla, quindi non mi sento di spoilerare nulla dicendovelo.
Solo non vi dico in quali condizioni la trovano, né cosa succede una volta che ci sono saliti sopra.
Perché se la trovano di fianco, a speronare e far naufragare il peschereccio in cui si sono imbarcati, e saranno costretti, a salirci! Causa di forza maggiore, istinto di sopravvivenza, chiamatelo come volete, ma gli eventi, che si susseguiranno sempre più velocemente, mi hanno fatto venire la pelle d’oca, in certi passaggi, soprattutto per quanto riguarda il buon Carlo Stein.
E poi alla fine il racconto si chiude come piace a me, ovvero restando aperto, nutrendo un dubbio feroce.

Ecco, diciamo che “ritorno alla Mary Celeste” è un racconto che ricorderò per un bel po’.

Ma passiamo agli altri racconti, perché ci sono altri 4 racconti da scoprire tutti horror, tutti più o meno velatamente bagnati dal mare. A parte l’ultimo. Ve li illustrerò brevemente andando per punti. O meglio: per trattini.

Il primo racconto (che sarebbe il secondo) parla di vampiri. L’ho portato a termine nonostante i racconti di vampiri non mi stiano granché simpatici… Ma questo è ben studiato, la storia è solida.

Il secondo racconto (che sarebbe il terzo) è legato a un rito ciclopico. Ciclopico in senso letterale. Un abile racconto dove ho trovato la voglia di copiare Lovecraft, senza aver l’intenzione di fare come lui ma trovando un proprio equilibrio che lascia il lettore più che soddisfatto. L’autore potrà non essere d’accordo, ma a me ha riportato alla mente quelle atmosfere, nel senso dei riti misteriosi, divinità strane, ecc.

Il terzo racconto (che sarebbe il quarto) parla di Templari, del loro ritorno da una missione, incaricati di riportare al Duca un forziere con un contenuto misterioso, e degli effetti collaterali delle Sacre Reliquie, tipo il Graal, la Lancia di Longino e… il contenuto del forziere, appunto.

Il quarto e ultimo racconto (che sarebbe il quinto), invece, vi farà venire la pelle d’oca. Un demone saprà commuovervi. Non c’è altro da dire.

Bene, mi pare di non aver tralasciato nulla, a parte il racconto intruso. Ma questo lo lascio a voi, cari lettori.
A me dispiace solo di aver preso la versione per Kindle: non mi dispiacerebbe averlo su uno scaffale della libreria buona.

Spero, come al solito, di avervi lasciati abbastanza curiosi, perché la mia, è istigazione alla lettura. Lo so che lo sapete e vi siete rotti di sentirmelo dire, ma suvvia, mettetevi nei panni di chi mi legge per la prima volta…

A presto!

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Storie di libridine (***)

Di Annalisa Bruni.

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Sarò franco con voi: questo libretto è una cosa che si legge molto velocemente, sono otto racconti che ho letto durante la quotidiana meditazione. Quella che in genere si fa in bagno, per intenderci.

Un libro che parla di libri, cari lettori.
Anzi… più che un libro, diciamo un breviario, dato che è un formato tascabile (nel senso che proprio ci sta in tasca) e che consta di appena un centinaio di pagine scritte in grande.

Dicevo, un libro di racconti il cui comune denominatore sono i libri, o, in alcuni casi, intere biblioteche.
Sono otto raccontini brevissimi, lunghi, per farvi capire, più o meno come i miei… ma scritti e articolati meglio.
I più belli sono due gialli, dei quali di uno conosceremo l’assassino e dell’altro, invece, resterà velato. Intendo dire che si capirà benissimo chi ha ucciso il tizio, ma non ne avremo le prove. E il caso resterà insoluto, ma la soddisfazione sarà tanta.
E un esilarante racconto di fantasmi, in cui alla fine sembrerà tutto risolto, ma ci accorgeremo che, col tempo, tutto dovrà tornare come prima per “cause di forza maggiore”.

Detto questo, vi chiederete come mai ho dato solo tre stelle anziché quattro, visto che mi è piaciuto… e il motivo è presto detto: i racconti sono buoni, sì, ma non eccelsi. Ci sarebbe scappata la quarta stella se fossero stati più corposi, ma non me la sono sentita, visto il formato.
Tre stelle mi sembra, per un libretto così, una valutazione equa.

A presto, cari lettori!

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Il momento è delicato (****)

Di Niccolò Ammaniti.

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Dicono che un libro è davvero bello quando, leggendo, alzi un attimo gli occhi e dici “caaaazzoooo!!”.
Che dire, allora, di un libro che ti fa sgranare gli occhi, spalancare la bocca, che lo chiudi un momento appena hai finito la frase e ti esce un “porca pu(…)”, e provi un certo timore nel riaprirlo e continuare a leggere? Che proprio ti fermi un attimo, devi riprendere fiato, digerire ciò che hai appena letto?

Ecco, questo è il caso di Ammaniti. Ti prende lo stomaco e lo usa come sacco da boxe con la stessa naturalezza con cui va in posta a pagare la bolletta del gas. Ed è meraviglioso.

Questa raccolta di racconti, a differenza di Fango in cui sono tutti più o meno sanguinosi, è più tranquilla, nel senso che sì, ci sono storie a tinte forti nel suo tipico stile, ma ci sono anche alcuni racconti amari, altri più riflessivi, e altri ancora che riescono a essere divertenti nel senso comico del termine. Per quanto Ammaniti possa grottescamente suscitare ilarità, intendo.
Insomma, è un’accozzaglia di roba che ha scritto, varie storielle che portano il suo nome e il suo stile, un’antologia di racconti più o meno curati scritti durante gli ultimi vent’anni, ma non è comunque il solito Ammaniti.
Sconsigliato per chi ancora non ha letto nulla, si presta a essere apprezzato da chi già conosce l’autore e vuole vedere se sa scrivere anche dell’altro.

Un’altra cosa: si capisce che alcuni racconti sono stati scritti durante lo stesso periodo di tempo perché in qualcuno di consecutivo si trovano le medesime espressioni più o meno a sproposito. E questa è una situazione che conosco un pochino anch’io, visto che qualche cosetta la butto giù, ovvero che a volte si scopre un termine, un’espressione nuova e ci si affeziona, si vuole usarla almeno un paio di volte… ma vi faccio un esempio, cari lettori, così capirete di cosa parlo.

Per prima cosa vi dico che Ammaniti deve aver fatto una strage di tartarughe, dato che moltissimi personaggi antipatici o presunti tali portano “occhiali da sole/vista con una grossa montatura in tartaruga”; poi vi riporto un altro termine, il verbo “estroflettere”, che ha usato in due racconti, solo che un alieno-cavalletta che estroflette i palpi boccali fa figo, un chirurgo che estroflette il braccio per prendere lo scotch fa ridere.

Bene, dai, le mie quattro stelle le ha, non perché è Ammaniti, ma perché i racconti sono indubbiamente godibili. Tutti, nessuno escluso.
E questo è tutto! A presto, cari lettori!

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