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I Pianeti Impossibili (****)

Di Riccardo Dal Ferro

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180 pagine
edizione: Tragopano Edizioni
iniziato il 21/09/2014
finito il 11/10/2014

Cari lettori, questo è uno dei pochi libri che ho avuto la fortuna di aspettare da prima che fosse pubblicato!

È, come ho scritto là sopra, di Riccardo Dal Ferro, un ceffo che ho avuto il piacere di conoscere di persona qualche anno fa, durante una manifestazione a Vicenza, e che ho ritrovato il giorno in cui ha presentato questo libro, ovvero il 19 settembre dell’anno in corso. Duemilaquattordici.

Oddio, io sono arrivato dopo che era già stato presentato, ma lui mi ha accolto con calore e mi ha concesso ugualmente una dedica.

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(Si, vendo anche i tuoi, se vuoi!)

Beh, per capirla dovreste conoscere un minimo di contronautica e di patafisica, ma questo, cari lettori, è un altro paio di maniche.
Ma basta parlare di queste cose, voi siete qui per scoprire cosa si cela in questi pianeti, ed è arrivato il momento di parlarne.

Allora, cari lettori… Parliamo di trentasette racconti ben compressi in 180 pagine. Anzi, meno di 180, ma non sto qui a dirvi perché. Come al solito, dovete scoprirlo da voi.

Sono racconti velocissimi che si possono leggere ovunque: sul divano fra uno stato su facebook e un post sul blog; a un concerto fra un brano e l’altro, anche se siete lì per suonare; in bagno, meditando; davanti al televisore mentre fanno la sigla di “Peppa Pig”… e via discorrendo, credo che ci siamo capiti.

Sono racconti che lasciano la logica fuori dalla porta, vi troverete a combattere contro enigmi e paradossi, spesso senza cavarne un ragno dal buco proprio perché sarà il ragno a portarvici dentro. Al buco, intendo.

E proprio perché sono così brevi non riesco a recensirli come vorrei, perché parlare di un racconto significa né più né meno che riscriverlo a modo mio. Però posso dirvi che, nonostante tutto, le storie incuriosiscono. Ci sono pianeti che sono così grandi che dovrebbero essere stelle, ma non lo sono, oppure dove accade che la guerra è eterna e così radicata che i neonati imparano a sparare prima di saper camminare, ma anche pianeti dove accadono cose che a prima vista sono meravigliose, ma che sono portate all’estremo con tutto ciò che ne consegue.

Per darvi un’idea di tutto quello che avrei voluto scrivere, diciamo che ho riempito il libro di note. E non solo il libro, ma anche il mio block notes, e per ricordarmi alcune cose ho fatto foto frettolose alle pagine del libro. Cosa che non mi era mai capitata, in genere il libro mi resta immacolato. Ma… ecco, vi fo vedere una foto, solo di una paginetta, quella dove c’è la dedica, tanto per farvi vedere il caos di cose.

Ah: lì ci sarebbero anche la cartolina di Officina Fermento e il puzzle col mio racconto dell’Accademia Patafisica, ma voi fate finta che non ci siano.

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Dicevo, incuriosiscono perché chi ce li sta descrivendo sa bene che è impossibile che i pianeti descritti esistano, eppure sono lì, e resistono coraggiosamente, ostentando orgogliosi la propria diversità.

In ogni caso, esiste un filo logico che lega ognuno di questi pianeti: chi ce li presenta è un naufrago astralgico. Vi spiego: l’astralgia è, da quel che ne ho capito, la nostalgia di un pianeta in cui non si è mai stati, la Terra nel nostro caso, perché si è nati nello spazio. Il nostro naufrago si trova, unico superstite, in una nave spaziale alla deriva nel Cosmo a causa di una falla nei serbatoi di carburante che ne ha decretato il prematuro esaurimento.

Vi lascio un estratto di uno dei suoi monologhi, una pagina del “Diario di Bordo” che trovate a pagina novantuno:

Proveniamo tutti dalla medesima particella.
Pensate che responsabilità per quella singolarità concentratissima che un giorno ha deciso di esplodere e diventare tutta questa varietà di visioni, idee, immagini, catastrofi. Pensate a tutto il senso di colpa e l’orgoglio che devono pesare su quella particella, che in realtà è un po’ ovunque, essendo la materia prima da cui tutto si è espanso.
Da essa provengono tanto queste mie mani quanto le dune dei deserti universali. Pianeti, guerre, costellazioni, carnefici e vittime, tragedie teatrali e reali, le prime parole di un infante e il criminale che fa violenza su una bambina innocente. Tutto questo e il suo contrario vengono dalla stessa minuscola particella, meritevole e colpevole di ogni cosa, al di là del bene e del male. Giocattoli, bombe, libri, musica, il rancore e ogni felicità, niente è fatto di un materiale diverso. I mondi che vedo, persino quelli che ho immaginato, sono composti da cima a fondo di quella stessa particella espansa, stiracchiata, spalmata fino alle estreme conseguenze e ai confini dell’universo che in realtà, visto così, sembra piccolo e indifeso.”

Una leccornia per le papille gustative dell’immaginazione, siete d’accordo?

Bene, cari lettori, ora parliamo del resto. Perché io ero abituato a un Riccardo Dal Ferro dedito alla scrittura pulp, lo conosco virtualmente da quando mi ha scritto la prima volta sul blog invitandomi a leggere i suoi “Sotterfugi” (trovate il link, se lo desiderate, nella mia pagina delle interviste, in ordine alfabetico) , e i suoi racconti mi hanno sempre lasciato con in mano brandelli di carne umana e in bocca un forte sapore di sangue… e invece qui mi spiazza. Completamente!

Perché la violenza dei racconti di “Sotterfugi” lascia spazio alla delicatezza, alla poesia. Tratta i pianeti come fossero fatti di vetro soffiato, ogni parola trasuda amore per le forme di vita che contengono.

Se “Sotterfugi” era la sua battaglia personale, la sua manifestazione di odio contro il genere umano, “I Pianeti Impossibili” è la storia d’amore fra lui e l’Universo. Una storia da cui traspare un velo di tristezza, che si fa sentire forte quasi ovunque.

Ma non pensate che il libro sia qualcosa di sdolcinato, perché sareste fuori strada! Vi ho già parlato di pianeti perennemente in guerra… ecco, là ci sono parole che, prese una a una contengono tutta la violenza contenuta nei racconti che vi ho già citato, ma Riccardo non disprezza la gente che ci abita: li capisce e li rispetta per la loro natura. E questa è la forza che accomuna tutti i racconti: il rispetto e la comprensione per le miserie altrui, senza giudicare nulla. Descrive, e basta. Lascia al lettore il difficile compito di decidere se un pianeta sia nel giusto o meno.

Lo so, forse è un po’ difficile da capire, ma spiegarvelo qui non si può. Non posso, in poche righe, spiegare l’universo che lui vi rivela legando un racconto all’altro.

Insomma, se volete finalmente saperlo, sì, mi è piaciuto e ve lo consiglio pure. Perché è bello.

Epperò, là sopra, accanto al titolo non vedete cinque stelle, ma quattro. Cosa ha fatto saltare la quinta stellina, che regalo a tutti quei libri che, come questo, mi ha fatto provare un’emozione, qualunque fosse? Ebbene, il tono mi è sembrato un po’ piatto. Intendiamoci: il tutto è scritto molto bene, ma la narrazione mi è parsa molto, troppo lineare. Tutti i racconti sono scritti con lo stesso tono pacato, tutti i pianeti sono trattati con benevolenza dall’autore, e alla fine pare che tutto si ripeta, nonostante i pianeti siano molto diversi uno dall’altro. È come quando si leggono i racconti di filosofia Zen: a leggerne più di tre o quattro di fila ci si stufa. Ma, proprio come i racconti Zen, se se ne leggono un paio al giorno allora funzionano come una medicina per l’anima: fanno pensare molto, offrono moltissimi spunti di riflessione, riempiono la testa di domande a cui si sente il bisogno di trovare una risposta nel quotidiano. Con la differenza che questa non è filosofia, ma fantascienza.

Oh, beh… è anche filosofia, sì. Ed è anche Fantascienza. Una bella crasi fra le due cose.

Ma la lettura ne risulta rallentata, e, per quanto mi riguarda, mi piace che i racconti siano veloci, folli, subito digeribili. Magari qualcuno di voi gli renderà quella stella che io ho tolto.

Ecco, smetto di girare attorno ai soliti punti, mi pare di aver esaurito quello che avevo da dire, e vi lascio con una domanda che rivolgo direttamente all’autore.

L’universo è meraviglioso e in continua espansione, ma verrà il giorno in cui dovrà necessariamente collassare. E, proprio come l’universo tornerà a essere un punto adimensionale, chiedo all’autore di condensare l’intero romanzo in una sola parola. Riccardo, qual è quella parola?

  • Impossibile. La parola è decisamente “impossibile”.

Grazie, Riccardo.

E a voi, cari lettori, lascio l’onore e l’onere di compiere questo viaggio fra le stelle, e giudicare ogni pianeta secondo coscienza. A presto!

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Sotterfugi – l’Intervista!

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Ed eccoci qui con i Sotterfugi, al secolo Riccardo dal Ferro e Marco Pasin per la rubrica “Domande usate per interviste nuove”.
Consapevoli che le stesse domande qui presentate saranno proposte, con le opportune modifiche, anche ad altri artisti, blogger e figure retoriche di vario genere, accettate di rispondere a tutte in maniera sincera ed esaustiva?

Certamente!

Ne siete sicuri?

Assolutamente sì!

Allora giuratelo su… vediamo…
Ecco! Giuratelo sul cadavere di quella mosca là per terra!

Lo giuriamo sul cadavere di quella mosca là per terra.

Un po’ di entusiasmo, ragazzi, eh? Su, dai!
Prima di cominciare vi chiedo: perché vi siete presentati con quell’immagine?

Perché esprime nel migliore dei modi il fatto che il nostro lavoro nasce da una penna, quella del narratore, e da una matita, quella del disegnatore.

Che poi uno potrebbe scrivere con la matita e l’altro disegnare con la penna, ci avete mai pensato? Allora, cominciamo… Innanzitutto, salutate a modo vostro gli amici che ci stanno leggendo.

Buongiorno a tutti dal Blog che Morde!

Blog che morde? Beh, in effetti è un blog piuttosto aggressivo, non mi stupirei se mi trovassi un polpaccio in meno a fine intervista.
E voi attenti alle mani, cari lettori, non accarezzatelo troppo!

Che radici ha il vostro nome d’arte, “Sotterfugi”?

Nasce dal nostro intento di sorprendere il lettore, attraverso artifizi narrativi ed escamotage particolari che vadano a privarlo delle proprie certezze. L’uso, appunto, di “sotterfugi” narrativi.

In due parole, gli togliete il pavimento da sotto i piedi. Simpatici!
E quando vi è venuto il ghiribizzo di scrivere racconti e illustrarli?

Nel 2009, quando abbiamo partecipato a un concorso nazionale di narrativa e illustrazione a coppie, in provincia di Ancona. E l’abbiamo pure vinto.

Quindi, fatemi capire: vi svegliate la mattina, vedete sto concorso, e dite “proviamo a vincerlo?”… come dire, detto, fatto! “Eccellente!” (cit.)
La prima volta non si scorda mai, e quella lì sopra sembra essere la vostra prima volta narrativo – visiva, ma cos’avete pensato la prima volta che avete provato a unire le vostre forze per creare quello che poi è diventato un blog di successo?

Il blog è in realtà nato più di due anni dopo quel successo. Nel frattempo ci siamo dedicati ad altro, e abbiamo in qualche modo lasciato “maturare” i nostri rispettivi linguaggi, quello della narrazione e quello dell’illustrazione. Abbiamo semplicemente pensato che ci eravamo divertiti un sacco, e così abbiamo preso la decisione di collaborare in pianta stabile.

Insomma, collaborate in “pianta” stabile, vi siete lasciati “maturare”, e alla fine qualcuno vi ha pure raccolto. Ortaggioso!
Ma non sveliamo tutto subito: prima ditemi dove andate a pescare la vostra ispirazione.

Dipende. Soprattutto dalla musica e dalla letteratura, e per Marco ovviamente dalle tecniche illustrative con cui mano a mano entra in contatto.

E oggi, con più esperienza e molto lavoro alle spalle, quale reputate sia la vostra “Opera Magna”?

Anche questa è una domanda molto difficile perché siamo estremamente affezionati a un gran numero dei nostri lavori. Diciamo che, se prendiamo un racconto, per me (Riccardo) è Supermarket, mentre a detta di Marco, il suo è Nel Ventre. Ma ripeto, è una scelta davvero sofferta.

Andate a leggere e vedere i link di cui sopra, allora, cari lettori, poi tornate qui.
E sappiate che, per quanto mi riguarda, il mio preferito è “Apocalypse Duck”. E anche per me è stata una scelta sofferta. Perché ci sarebbe anche “Fiction Uber Alles”, o !La Catacomba TV”… ma non linko tutto, sennò poi non riesco più a leggere nulla di quello che sto scrivendo, fra un codice HTML e l’altro.

Fatto? Letto tutto? Bene. Parliamo ora di una cosa comune a molti artisti: a parte il lavoro notturno, perché le cose migliori quasi sempre vengono di notte, una cosa che influenza la creatività è la musica. Cosa ascoltate mentre scrivete o disegnate?

Dipende dal taglio che vogliamo dare al nostro lavoro. Innanzitutto, io scrivo soprattutto di notte, mentre Marco produce in tutto l’arco della giornata. Le influenze musicali possono essere di ampio raggio: andiamo dalla musica classica, in quei lavori che vorremmo mantenere più “gotici”, fino ad arrivare alla Nu Metal dei System of a Down, per quei racconti più pregni di azione. La musica è spesso un motore che dà la direzione al nostro lavoro, quindi è lei che sceglie cosa farci scrivere e disegnare.

Bello! Quindi, se è davvero la musica a suggerirvi cosa scrivere, mi sembra corretto affermare che se prendo i vostri racconti un carattere alla volta e li spalmo su un paio di pentagrammi, riesco ad ascoltare il brano che avevate nelle orecchie in quel momento! Si può dire “che figata”? 😀
E ditemi, dato che anche l’ambiente ha la sua importanza, com’è fatta la stanza in cui vi mettete a lavorare sulle vostre creazioni?

Sinceramente, questo è un aspetto che non influisce in maniera decisiva sui nostri lavori.

Ah. Quindi tanta musica e tanta concentrazione. Niente distrazioni esterne. Il risultato sarebbe quindi lo stesso sia che foste comodamente seduti in poltrona che sopra un sasso in una caverna umida.

Aggiungiamo un pizzico di nonsense a questa cosa: attiriamo persone a caso ma con criterio. Questo blog (il mio, intendo) vive di libri e racconti. In un massimo di 30 parole scrivete una storiella contenente una o più parole chiave da inserire come tag per la ricerca su Google. A piacere. Una cosa che parla di voi, che so, un aneddoto, oppure qualcosa che vi viene in mente… Potete anche mandarmi a quel paese e dire che non ne avete voglia, insomma… vedete un po’ voi.

Il dottore ci consigliò di mettere i nostri incubi in un luogo ben preciso. Così nacquero i Sotterfugi, il ripostiglio dei nostri mostri, delle nostre risate più oscure, delle anime perdute.

31 parole. Mi spiace, avete sforato. Sarete eternamente dannati, costretti a scrivere e disegnare col vostro stesso sangue, per restare in tema coi vostri scritti. Peggio per voi.
Vi chiedo un’ultima cosa, poi vi lascio liberi: qual è la domanda che nessuno vi ha ancora posto ma che vorreste sentirvi chiedere?

Quando cazzo la finirete di ammorbarci con le vostre illeggibili e inguardabili farneticazioni?

E la risposta è… ?

Dovrete sopportarci ancora per un bel po’, ragazzi, mettetevi il cuore in pace.

E per fortuna,direi! Bene, grazie per il tempo che mi avete dedicato. Salutate i pochi habitué di questo blog.

Grazie per l’intervista e per la vostra attenzione. Vi aspettiamo su Sotterfugi, sia in formato blog che sul nostro ebook!

Sì, perché, come accennavo più sopra, qualcuno ha raccolto il frutto del loro lavoro e ha deciso di pubblicarli. Se questo non è un buon motivo per fiondarsi a leggerli…
Dai, cliccate su quei link! Voglio sentire il rumore dei vostri mouse!

E se volete comprare i loro ebooks potete farlo su Amazon o su Itunes.

E con questo è tutto, e il mio polpaccio è ancora intatto, alla faccia dei morsi. Alla prossima, cari lettori!

Categorie: Domande usate per interviste nuove | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | 7 commenti

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