Articoli con tag: Tolkien

Le due torri (prima parte) ***

Di J. R. R. Tolkien

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416 pagine
edizione: Bompiani
iniziato il: 16/01/2015
Finito il: (ancora in lettura)

Bentrovati, cari lettori!

Vi ho già detto un sacco di cose [qui], quindi vi ritengo già avvisati e vaccinati, quindi stavolta inizierei subito col narrarvi quella parte di storia che mi va di rendere nota.

Il libro comincia con Boromir che lascia la compagnia. Lo so, voi sapete già che cosa lo attende, ma lo ripeterò un’altra volta: esistono persone che non hanno mai letto il libro né visto il film, e non voglio spoilerare troppo. Di questa vicenda dirò solo che la Compagnia, che già ha perduto Gandalf, dovrà proseguire anche senza Boromir.

Ci troviamo in mezzo agli orchi, una breve scaramuccia che finirà col dividere del tutto la Compagnia: ho già detto di Boromir, abiamo già visto la scorsa volta che Sam e Frodo partono da soli alla chetichella, quello che ancora non sappiamo è che Merry e Pipino verranno rapiti dagli orchi, e che Aragorn, Legolas e Gimli si lanceranno al loro inseguimento nella vana speranza di salvarli.

L’inseguimento è lungo, ogni passo è una sofferenza infinita, e li porta nelle praterie di Rohan.
Le speranze sono poche, ma lungo il percorso hanno trovato una delle spille di Lorien, e ciò dà loro la forza di avanzare.

Dicevo, arrivano a Rohan. Qui incontrano una compagnia di cavalieri che ha appena trucidato gli orchi cui stavano dando la caccia, e viene loro riferito che non c’era traccia degli hobbit. Ciò nonostante decidono di andare lo stesso a verificare che Merry e Pipino non siano stati uccisi.

Arrivano al cumulo di orchi inceneriti che è già sera, e nella luce del crepuscolo non riescono a distinguere granché.
Decidono di passare lì la notte e riprendere le ricerche il mattino seguente, stabiliscono i turni di guardia e accendono un fuoco stando bene attenti a usare solo legna secca, legna “morta”.

Perché sono ai margini della foresta di Fangorn, e molte sono le leggende che parlano di qualcosa al suo interno.

Qui si interrompe il racconto che riguarda Aragorn, Legolas e Gimli: la storia si sposta e ci racconta di Merry e Pipino dal punto in cui vengono rapiti dagli orchi.
Scopriamo che ci sono due fazioni diverse di orchi: quelli del Nord, provenienti da Moria, che vogliono vendicare i compagni uccisi, e i lottatori Uruk Hai di Saruman, che hanno ordini ben precisi che impongono loro di portargli due mezzuomini sani e salvi perché hanno qualcosa che gli interessa.
Non sanno che hanno sbagliato hobbit, ma che ne possono sapere gli orchi?
Ecco, vediamo come le due fazioni siano in contrasto fra loro, e vediamo pure come riusciranno a imporsi al comando gli Uruk Hai.

Nel frattempo, i due hobbit cercano di scappare, e uno di loro (aha!) lascia come segno una spilla di Lorien. Come vedete, nulla viene dimenticato, e conosceremo nel dettaglio tutti gli avvenimenti che riguardano la compagnia. Scopriremo come faranno a fuggire, scampare al massacro ed entrare nella foresta di Fangorn.

E qui, cari lettori, sono andato in crisi. Quella classica crisi di lettura che capita, a volte, a chi legge.

Non avevo voglia di andare avanti o di metermi a leggere altro, così ho lasciato che il tempo facesse il suo corso. Ho atteso. Semplicemente atteso. Sono tornato a giocare su internet, a guardare qualche vecchio film. Nel frattempo pensavo ai due poveri hobbit che stavano entrando a Fangorn, ho lasciato lievitare la curiosità e ho ripreso la lettura. Lo so, magari a voi non importa granché, ma volevo tenere una traccia di questa cosa. Riguarda la mia storia di lettore.

Comuinque, entriamo nella foresta. Non vi racconterò della proverbiale ospitalità di Barbalbero, di ciò che ha offerto agli hobbit a casa sua, delle storie che ha raccontato, ma qualcosa che ha detto ve la voglio riportare: gli Ent, i “pastori di alberi”, sono sempre meno. Non nascono più entini, e ciò perché gli Ent hanno perso le Entesse. Letteralmente, nel senso che non le trovano più.
Non fosse per la possibilità di estinzione della specie di questi alberi parlanti, ci sarebbe veramente da ridere.

Detto questo, sappiate che gli Ent rimasti si raduneranno e convergeranno verso Isengard, dove abita il traditore, Saruman in Bianco. Non ci andranno in pace.

Lasciamo da parte gli Ent e i due hobbit per dedicarci all’elfo, all’uomo e al nano. Questi seguono le tracce degli hobbit dentro alla foresta di Fangorn, dove ritroveranno un vecchio amico. Parlo di Gandalf il Grigio, che nel frattempo ha fatto, come si suol dire, “level up”, diventando Gandalf il bianco.

I quattro si aggiornano sugli eventi accaduti da quando si sono perduti a Moria, quindi cavalcano fino a Meduseld, casa di Re Theoden, dove non vengono accolti benissimo a causa di un cattivo consigliere del re.

Vi basti sapere che poi quel consigliere verrà cacciato in malo modo.

Il re si recherà poi al fosso di Elm, accompagnato da un piccolo esercito e dai nostri tre amici, quali l’elfo, il nano e il numenoreano. Ci sarà una lunga notte di battaglia, che porterà i tre più Gandalf e re Theoden fino al pinnacolo di Orthanc, la torre di Isengard, dove abita Saruman, e qui incontrano Pipino e Merry, che racconteranno loro di che cosa è successo, e di quanto terribili siano gli Ent quando vanno in guerra.

Saruman, in ogni caso, è in esilio dentro Orthanc, non osa uscire. E ritroviamo pure il consigliere del re, e a questo punto non vi nascondo che Theoden aveva promesso morte a quest’ultimo, nel caso si fossero reincontrati.

Il buon Vermilinguo, questo il nome del consigliere, tenta di accoppare qualcuno della compagnia scagliando giù una specie di palla, con grande orrore di Saruman e grande sorpresa di Gandalf, che credeva fosse andata perduta.

Si tratta di un Palantir, o pietra comunicante. Due Palantiri possono comunicare fra loro, e il Palantir in possesso di Saruman comunica nientemeno che con Mordor.
Purtroppo, uno dei due hobbit lo prende in mano, e viene visto da Sauron in persona, che però crede che la situazione sia ben diversa.

Ecco, un po’ ingarbugliata ma è così.

Cari lettori, a questo punto inizia il “secondo libro”, perché Tolkien ha diviso “le due torri” in due libri, e dato che sto andando a rilento nella lettura perché in questo periodo ho mille altre cose a cui pensare, per ora vi lascio così, e vi rimando alla seconda parte della recensione quando avrò finito di leggere.

Alla prossima!

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La Compagnia dell’Anello (****)

Di J. R. R. Tolkien

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526 pagine
Edizione: Bompiani
iniziato il: 09/12/2014
finito il:16/01/2015

Cari lettori, bentrovati!
Stavo rileggendo il Signore degli Anelli per diletto, quando mi sono accorto di non averlo recensito.
Cioè, una recensione c’era, ma erano giusto due righe, era uno dei primi esperimenti.
Ho tolto (e se non l’ho fatto ditemelo) la recensione precedente, quindi non la troverete più là dov’era, di conseguenza leggerete questa, più articolata, che andrà ad approfondire uno per uno i libri che compongono la famosa trilogia Tolkeniana.

Innanzitutto eccovi la mappa

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per la quale ringrazio Il Fosso di Helm, dove potete trovarla in alta risoluzione.
(voi del fosso di Helm, non sono riuscito a contattarvi. Spero non ci siano problemi per l’utilizzo della mappa, in caso contrario segnalatemelo che la tolgo.)

Voglio avvisare i fan di Tolkien che la mia non è una recensione, ma un invito alla lettura, di conseguenza non parlerò per esteso di tutta la vicenda, ma salterò alcune parti per rispetto a chi non ha mai letto il libro. Le cose più belle vanno scoperte leggendole.
Voglio avvisare anche i fan di Jackson del fatto che i film sono una libera interpretazione del libro, di conseguenza le incongruenze che troveranno saranno molte.

Chiarito questo conceto, cominciamo. Non ricordavo che nel prologo ci fosse il riepilogo di storie passate, presenti e future, a volte con rimandi a “Il Silmarillion”, a “Lo Hobbit” e a chissà cos’altro che ancora non ho letto, né che nel prologo ci fosse un intero capitolo dedicato all’Erba Pipa.

Ed è bello, da leggere, perché prepara alla storia che verrà, spiegando per sommi capi qualcosa del prima, come già detto poche righe più in alto. In maniera blanda, e bisogna aver letto entrambe le opere per capire i riferimenti, ma va bene così.

Si parte quindi con la storia. C’è la festa di Bilbo Baggins da organizzare, ma prima ci vengono spiegati in maniera minuziosa gli usi e costumi degli hobbit della Contea, in grado di parentela che esiste fra Bilbo e Frodo e il perché questi ultimi siano così strani rispetto agli alttri.
I festeggiamenti sono gargantueschi, vanno avanti per molto, molto tempo, e a un certo punto Bilbo tiene un discorso, indossa al dito un anello e… Pouff! Scompare fra il disagio e la costernazione dei presenti.
Lo ritroviamo subito dopo a Casa Baggins per prendere armi e bagagli e andarsene, ma non prima di aver abbandonato l’anello su ordine dello stregone Gandalf il Grigio.

Nel frattempo anche Frodo rientra, e trova un Gandalf pensieroso.
Gandalf gli consiglia di non usare l’anello, di metterlo in un luogo sicuro, quindi se ne va dicendo che sarebbe tornato. Prima o poi.

Successivamente vediamo la vita quieta e solitaria di Frodo: lo vediamo trascorrere le giornate con gli amici, ma più spesso da solo. In lui nasce la volontà quasi inconsapevole di viaggiare, di partire per un’avventura, come accadde a Bilbo molti anni prima.

E qui torna Gandalf, dopo nove anni dalla sua ultima visita, quando Frodo ha una cinquantina d’anni, età in cui uno hobbit è ancora giovane e nel pieno delle forze.

Gandalf ha scoperto qualcosa a proposito dell’anello, e ne ha la conferma dopo che, una volta gettato nel fuoco, sulla sua superficie dorata e incredibilmente ancora fredda appare una scritta.

Gandalf gli suggerisce di mettersi in viaggio verso Granburrone, dagli Elfi, portandosi dietro l’Anello e un compagno fidato. Ovviamente l’Anello deve rimanere segreto.

Vedremo che i compagni saranno più di uno, assisteremo ai preparativi, alla vendita di Casa Baggins e, finalmente, alla furtiva partenza.

Durante il cammino verso Crifosso, che è dove Frodo ha comprato una casa per dare la falsa pista che si fosse trasferito là, incontrano pure alcuni elfi, che li aiuteranno e diranno loro qualcosa a proposito dei cavalieri neri che hanno per caso evitato.

A Crifosso riposano una notte, quindi ripartono, addentrandosi nella Foresta Vecchia, sulla quale aleggiano misteriose leggende, e qui, a un certo punto, vengono “trattenuti” da un vecchio salice che si era svegliato con la luna storta.

Fa ora la sua comparsa Tom Bombadil, una specie di divinità dei boschi, un esserino bizzarro che va cantando allegri motivetti, che li aiuta contro il salice, rimproverandolo di essere cattivo, e ancora quando affronteranno i tumulilande e rischieranno di morire ancor prima di arrivare a Brea e cominciare così il cammino vero e proprio verso la casa di Re Elrond. (No, non ricordo se l’hanno già detto, ma in ogni caso lo si scoprirà entro breve.)

Lasciamo Tom Bombadil ai suoi affari, che deve badare alla sua casa e alla sua bella moglie Baccador, e riprendiamo il cammino.
Andiamo a Brea, come da lui suggerito. Proviamo a dargli retta e vediamo cosa succede.

Si arriva a Brea senz’altri intoppi, e ci si ritrova alla locanda del Puledro Impennato, dove conosciamo un indaffaratissimo oste, Omorzo Cactaceo, proprietario del locale.

Lui fa accomodare gli ospiti in un salottino appartato, porta loro la cena e indica quali saranno le loro stanze.

Prima di farli andare a letto, però, li invita a far compagnia agli altri ospiti, giusto per raccontare qualcosa della Contea e fare un po’ di baldoria.

Purtroppo accade che Frodo svanisca nel nulla, rivelando la presenza dell’anello ai presenti. E, fra i presenti, c’è Billy Felci, ladruncolo patentato, in combutta coi cavalieri neri. Sarà lui a indicare loro che gli hobbit si sono fermati lì e che strada abbiano preso, ma prima che ciò accada facciamo un’altra conoscenza.

Si introduce, all’interno della locanda, tale “Grampasso, amico di Gandalf. Il suo vero nome è Aragorn ma nessuno sembra saperlo. È un ramingo, e un compagno che accompagnerà gli Hobbit almeno fino a Gran Burrone, città degli Elfi, governata da Re Elrond.

Assieme a lui gli hobbit si incamminano attraverso le terre selvagge, incontrando posti pieni solo di insetti fastidiosi, ma anche luoghi più pericolosi, come Colle Vento.

A Colle Vento sembra essere passato Gandalf qualche giorno prima, e in qualche modo era in pericolo e ha potuto lasciare solo un segno vago della sua presenza.

Qui i nostri si riposano delle fatiche del giorno, e Grampasso distoglie l’attenzione degli hobbit, impauriti, raccontando loro le storie della Terra di Mezzo.

Perché la Storia, nella Terra di Mezzo, viene sì studiata e ricordata attraverso i libri, ma anche tramandata oralmente con racconti e canti, e questi ultimi, forse, ne sono la parte più importante. Ascolteremo Grampasso cantare la storia di Beren e Luthien, che vi invito ad andare a leggere nel Silmarillion, oppure, se non ne avete voglia, almeno a documentarvi: ve ne parla qui Riccardo Dal Ferro.

In questo luogo avremo poi a che fare di nuovo coi cavalieri neri, che si vedono in lontananza.

È in questo luogo, in questa situazione, che Frodo cederà al desiderio violentissimo di mettere l’Anello al dito, dopodiché avremo una descrizione dei cavalieri neri visti dalla parte oscura, cioè dal mondo delle ombre in cui si viene portati dall’Anello, e ci viene detto che sono figure pallidissime con gli occhi penetranti e con una corona in testa (Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende, recitano i versi).

Ecco, Frodo viene ferito a una spalla da uno di questi, e su di lui cala il sipario, per ora, perché la spada dei cavalieri è intrisa di un veleno che l’uomo non può curare.

E inizia qui un altro pezzo di fuga, che si concluderà guadando un fiume che poi travolgerà i cavalieri neri.
Frodo perderà i sensi, quindi non sappiamo cosa succeda da quel momento in avanti, ma ci svegliamo a casa di Re Elrond, in compagnia degli elfi. Troviamo Gandalf al capezzale di Frodo, che ci racconterà gli avvenimenti dei tre giorni di buio. Andremo poi a fare festa assieme agli elfi, Frodo sarà seduto accanto al nano Gloin, amico di Bilbo e partecipe con lui dell’avventura alla Montagna Solitaria, narrata ne “Lo Hobbit”; ci riposeremo, poi tutti al Gran Consiglio a decidere il destino dell’Anello.

Al Gran Consiglio di Elrond partecipa un sacco di gente, e viene ricostruita abbastanza minuziosamente la storia dell’Anello, mettendo insieme i frammenti di vari narratori fra cui lo stesso Frodo. È una storia lunga e travagliata nella quale si apprende il tradimento di Saruman il Bianco, ora Saruman il Multicolore, e alla fine Elrond chiederà una cosa del tipo: “Bene, e adesso?”.

Adesso bisogna decidere il destino dell’Anello. Due sono le fazioni: da una parte chi dice che l’Anello può servire per sconfiggere il nemico, dall’altra chi vuole distruggerlo perché solo Sauron può usarlo.

La scelta è quella di distruggerlo, e il primo a offrirsi volontario per portarlo è il vecchio Bilbo Baggins.
Gli verrà negata questa possibilità a causa del fatto che ha tramandato l’Anello a frodo, e quest’ultimo, dopo un breve silenzio, si sorprende a dire che l’avrebbe portato egli stesso fino al monte Fato.

Da questo momento all’effettiva composizione e partenza della compagnia dei 9 passano circa due mesi, ma non sto qui a raccontarveli, sennò non vi rimane nulla da leggere.

Diciamo che partono due uomini, Aragorn figlio di Arathorn, erede di Isildur, e Boromir di Gondor; un elfo, Legolas, figlio del re Thranduil; un nano, Ghimli figlio di Gloin; uno stregone, Gandalf il Grigio, e quattro Hobbit, Frodo, Sam, Pipino e Merry della Contea.
Molti di voi già lo sanno, ma io mi metto sempre nei panni di chi non ne sa ancora niente, quindi portate pazienza: affrontare le sue milleduecento pagine non è impresa facile, specie per chi non è abituato a leggere molto, e chi ha visto solo il film ha bisogno di qualche riferimento in più per comprendere meglio alcuni eventi, come vedremo in seguito.

Ecco, per riassumere fino a qui diciamo che Frodo è partito dalla Contea in autunno e l’avventura vera e propria inizia in pieno inverno. Si dirigeranno a Sud, avvicinandosi alle montagne. Il nano le riconoscerà a colpo d’occhio, dato che fanno parte della cultura del suo popolo tanto da essere ritratte in una moltitudine di oggetti e narrati in mille e mille storie e leggende., quindi per ora non c’è bisogno di una mappa. Abbiamo una guida.

Affrontano il passo di Caradhras, ma ci restano quasi assiderati a causa di una tormenta di neve non proprio naturale, quindi si precipiteranno giù, ai piedi della montagna , dove verranno attaccati dai lupi.

Il rifugio più vicino è una via che non vorrebbero prendere, ma ci si vedranno costretti. Attraverseranno le miniere di Moria, antica dimora dei nani.

Ci sono ancora alcune difficoltà, prima di entrarvi, ma se non entrassero la storia non andrebbe avanti. Eccoli quindi attraversare il buio della montagna, in compagnia di se stessi e delle loro paure. Ecco, se avete visto i film di Jackson sapete già più o meno cosa li attende lì dentro, se non li avete visti, invece, meglio così. E sapete perché? Perché la versione di Jackson non combacia. Non è combaciata finora, non combacia ora e, come vedremo, non combacerà da qui in avanti.

Non perché abbia riscritto la storia, certo che no, ma perché ne ha modificato alcune parti per scopi puramente spettacolaristici. Le battaglie, per esempio, non durano interi capitoli, come invece ci vorrebbe far credere il film che le fa durare interi quarti d’ora, ma vengono descritte in poche pagine, a volte in poche righe.

Ma stavamo parlando di Moria.
A Moria avremo una prima battaglia contro gli orchi, che poi si ritireranno quando il loro posto verrà preso da un balrog che, a quanto pare, cadendo nell’abisso trascina Gandalf con sé, e noi piangeremo la sua morte.

Il viaggio prosegue rapido, e in breve tempo arrivano a Lorien, dimora di elfi silvani, e da lì condotti bendati al cospetto di Dama Galadriel.

Ci viene descritto molto bene il bosco pieno di alberi d’argento con le foglie d’oro, dove vengono costruite le case degli Elfi, e lì la compagnia si fermerà per lungo tempo.
Per chi ha visto il film, diciamo che non è che si fermino una sola notte.

E lo “Specchio di Galadriel” gli mostrerà praticamente una metafora di ciò che sarà tutta la storia che ancora dobbiamo leggere.
Galadriel ci mostrerà il suo anello, e ci farà vedere che è capace di ridere con la semplicità di una bambina.
E finalmente la compagnia riprende il cammino. Gli elfi faranno loro alcuni doni: il “pan di via”, una specie di galletta molto nutriente e dolce; abiti elfici, utili per nascondersi, e alcuni doni personalizzati, uno per ogni membro del gruppo, a scelta del singolo. Sam, per esempio, avrà in dono un po’ di terra di Lorien, per il suo giardino, e Gimli, profondamente innamorato di Galadriel, chiederà una ciocca dei suoi capelli.

No, cari lettori, non ridete del dono fatto a Sam. Non conoscete Lorien, non sapete quali meraviglie nasconda.

Comunque il cammino riprende. Viaggiano per una settimana lungo un fiume, navigando per essere più veloci, sempre seguiti da qualcuno. Da Gollum, si, che io non ve l’ho detto, ma è da tempo che segue la compagnia nascondendosi nell’ombra.
Dicevo, navigano una settimana, poi vengono intercettati dagli orchi. Saranno costretti ad approdare e trasportare le barche a piedi attraverso una striscia di terra fino ad arrivare a un altro fiume. No, i nomi dei fiumi non ve li dico. Rimettono a mollo le barche e proseguono, incontreranno gli Argonath, due gigantesche statue di pietra rose dal tempo, e poi approderanno in un luogo sicuro.

Giunti in un luogo sicuro si riposeranno una notte, ma prima che sia finita la mattina successiva succederà ancora qualcosa: uno dei compagni impazzisce e attacca Frodo, che infilerà l’Anello al dito per sfuggirgli.

Vedremo poi Frodo partire con Sam, distaccandosi dal resto della compagnia, mentre gli altri lo stanno ancora cercando credendolo perduto.

Qui finisce il primo libro della trilogia.

Se volete ascoltarmi ancora un momento, vi dirò che questo primo libro è scorrevole, agile da leggere nonostante la sua mole, molto descrittivo e ancora luminoso. Solo alla fine si inizia a intuire quale sia l’entità dell’oscurità cui stiamo andando incontro.

Avendolo già letto una volta, so che il secondo libro è difficile, perché ogni passo sarà sofferto, e non si vedrà nulla all’orizzonte: nessuna speranza, nessuna via d’uscita, solo ombre, paura e morte, ma tutto questo ve lo racconterò più avanti.

Alla prossima, cari lettori!

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Le Pietre Magiche di Shannara (****)

di Terry Brooks

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Cari lettori, siamo di fronte a un libro più che godibile.
Diciamo che solo l’inizio mi aveva lasciato perplesso, dato che si apre con un albero che sta morendo che, per molti versi, è simile a Telperion, di cui si parla nel “Silmarillion“.

Ecco, in quel momento ho pensato “mica si rifarà di nuovo a Tolkien, spero…”, e invece no, perché poi le similitudini spariranno, capiremo che non è lo stesso albero, e saremo tutti più felici.
Troviamo, di fondamentale differenza, anche la nascita delle razze, che mentre Tolkien attribuisce al progetti di Iluvàtar, messi a punto, per così dire, coi canti degli Ainur, qui il nostro Brooks dice che uomini ed elfi erano già presenti sulla Terra, e le successive razze sono nate dalla necessità della vecchia razza umana di adattarsi ai cambiamenti dovuti alle grandi guerre che avevano portato alla quasi distruzione del pianeta, con una natura “stravolta fino a diventare irriconoscibile”.

La storia è semplice: quell’albero è una specie di barriera che impedisce ai demoni di entrare nel mondo in cui uomini ed elfi convivono più o meno pacificamente con nani, troll, gnomi e altre creature del genere.

Ritroviamo il druido Allanon, per nulla invecchiato nonostante siano passati circa 50 anni dalle vicende narrate ne “la Spada di Shannara”, che convincerà il nipote di Shea e Flick Ohmsford, Wil, ad avventurarsi nel solito viaggio periglioso, assieme all’ultima persona viva degli Eletti dell’albero magico.

Ecco, loro due dovranno portare un seme dell’albero fino al punto da cui sgorga la linfa vitale della Terra, immergerlo, e tornare indietro per piantarlo, ripristinando la barriera contro i demoni.
Peccato solo che l’Eterea (chiamiamo l’albero col suo nome) si indebolisca di molto prima di tutto ciò, e quindi i demoni varcano il portale e si riversano sul mondo. La battaglia che ne consegue è qualcosa di epico e strategicamente interessante, ma non sarà che un diversivo. I demoni che parteciperanno a quella battaglia, infatti, saranno migliaia, supereranno di gran lunga le unità dell’esercito elfo, ma il grosso di loro se ne andrà, di soppiatto, da un’altra parte.

In tutto questo trambusto perdiamo di vista chi sta tessendo la trama di tutto questo, il temibile Dagda Mor, che ritroveremo solo alla fine per un motivo che non vi spiegherò né ora né poi.

Ma lasciamo stare il capo dei demoni, va’, che dobbiamo seguire il resto della battaglia fra elfi e demoni, perché a sorpresa un esercito di troll farà la sua comparsa. Al fianco di chi non ve lo dico, vi lascio alle vostre supposizioni, ma farà la sua porca figura. Poco si dirà dei troll, ma faranno la loro porca figura, appunto. Direte: “da come ce la stai raccontando, si schiereranno con gli elfi”. Ma ecco, è proprio questo il punto: voi ancora non lo sapete, voi sapete solo che fra elfi e troll esiste un odio atavico, ed è proprio questo che vi lascia perplessi. Perché potrei stare bluffando, oppure no, a voi scoprirlo. Insomma, da qualunque parte si schiereranno, perché non è detto che sia con gli elfi, faranno grossi danni, visto quanto sono grossi loro stessi.

La battaglia infurierà fino alla fine del romanzo, mentre Wil e [omissis] arriveranno nella Malaterra, dove incontreranno altre persone che li seguiranno, e avranno poi a che fare con una strega e la sua gemella, uno dei tre demoni maggiori, svariati sensi di colpa, epperò riusciranno a raggiungere il fuoco di sangue, immergervi il seme dell’Eterea, tornare a casa e risolvere il tutto con abile mossa, con un epilogo che abbiamo già visto nella mitologia greca. Una donna, una pianta… vi ricorda nulla? No? Bene, così non vi ho spoilerato la cosa. Forse. Dipende, non so quanto conosciate i miti greci, ma non è una cosa che mi riguarda.

E con questo è (quasi) tutto. A presto, cari lettori!

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Editoria – istruzioni per l’uso (****)

di Laura Platamone.

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Ecco, dopo l’immagine di copertina, ma prima di dirvi cosa c’è scritto dentro, vi mostro un’altra cosa:

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Perché ve la sto mostrando? Perché mai augurio è stato più azzeccato di questo! La lettura è davvero piacevole, e se per me (come per molti altri, presumo) si è rivelata pure utile, per tutti (e intendo proprio tutti) si rivelerà molto, molto interessante. Ma andiamo con ordine e scopriamo cosa ci riserva il “manualozzo”, come ama definirlo l’autrice.

Allora… Quello che abbiamo fra le mani stavolta non è la solita narrativa, ma un manuale sull’editoria.
Cioè, non propriamente un manuale, ma il filone è quello. Perché non lo considero espressamente tale? Perché questo… (libro? Volume? Coso?) si legge agevolmente, non è pesante e pieno di tecnicismi inutili, ma sembra più una chiacchierata con l’autrice. Ed è bellissimo!

Sembra di avere Laura lì davanti, come se si stesse prendendo un caffè al bar in sua compagnia. Ci prende per mano e, con parole tanto semplici che le capirebbe anche un macaco, ci accompagna attraverso il mondo dell’editoria e ci fa scoprire la fauna che lo popola; procede con qualche cenno sull’editoria buona e, visto che il tutto sembra lo sfogo di chi non ne può più e vuole porre rimedio alla cosa, ci racconta le trappole, le insidie e gli idioti che compongono la mala editoria. E ci fa conoscere gli ignoranti volontari che ci cascano sapendo di cascarci.

Nessuno viene quindi escluso, perché ci parla sì di chi non è un vero editore, bensì un mero stampatore (editori a pagamento et similia), ma anche degli autori che si mettono in testa di essere dei Tolkien redivivi e credono fermamente che il loro manoscritto cambierà in modo radicale il mondo della letteratura… e cose di questo tipo.

Per dirla in otto parole, ci fa conoscere bestie feroci e geni incompresi. Però ci dice pure che i piccoli editori onesti esistono, e che, proprio in virtù del fatto che sono piccoli, non possono permettersi di pubblicare cani e porci (come fanno invece gli “EAP”), ma sono costretti a rintracciare nel mucchio dei sedicenti autori quelli che, per dirla terra terra, uno come Dan Brown se lo mangiano a colazione.

Basta, non vi svelo altro. Il volume è interessantissimo, ci parla di come vengono costruiti i libri, dalla creazione della storia alla stampa e distribuzione. Se lo leggerete (e io vi consiglio caldamente di farlo) verrete a conoscenza di quanto lavoro, quanta fatica e quante persone si nascondono dietro la seconda di copertina (dove ci sono i nomi di autore ed editore), e di conseguenza forse tratterete con più rispetto quel parallelepipedo di carta che vi trovate fra le mani più o meno volontariamente.

Per chi fosse interessato, il volume si può comprare in pochi click, a partire da questo.
Io ho detto quello che dovevo dire. Ho inserito pure troppi “ci”, ma li lascio lì tanto per. Sono pigro, ok? Non mi va di rielaborare le frasi e toglierli. Ci sono e ve li tenete tutti!

L’autrice vuole aggiungere qualcosa?

– Sì, voglio aggiungere che, nonostante i “ci” non sei nemmeno il peggiore. Tu sai a cosa mi riferisco 😉

Sì, so a cosa ti riferisci… e detto da te è un complimento mica da poco! 😀

Bene, ora vi lascio. Anche per stavolta abbiamo concluso. A presto, cari lettori!

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