Articoli con tag: trilogia della fondazione

La Compagnia dell’Anello (****)

Di J. R. R. Tolkien

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526 pagine
Edizione: Bompiani
iniziato il: 09/12/2014
finito il:16/01/2015

Cari lettori, bentrovati!
Stavo rileggendo il Signore degli Anelli per diletto, quando mi sono accorto di non averlo recensito.
Cioè, una recensione c’era, ma erano giusto due righe, era uno dei primi esperimenti.
Ho tolto (e se non l’ho fatto ditemelo) la recensione precedente, quindi non la troverete più là dov’era, di conseguenza leggerete questa, più articolata, che andrà ad approfondire uno per uno i libri che compongono la famosa trilogia Tolkeniana.

Innanzitutto eccovi la mappa

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per la quale ringrazio Il Fosso di Helm, dove potete trovarla in alta risoluzione.
(voi del fosso di Helm, non sono riuscito a contattarvi. Spero non ci siano problemi per l’utilizzo della mappa, in caso contrario segnalatemelo che la tolgo.)

Voglio avvisare i fan di Tolkien che la mia non è una recensione, ma un invito alla lettura, di conseguenza non parlerò per esteso di tutta la vicenda, ma salterò alcune parti per rispetto a chi non ha mai letto il libro. Le cose più belle vanno scoperte leggendole.
Voglio avvisare anche i fan di Jackson del fatto che i film sono una libera interpretazione del libro, di conseguenza le incongruenze che troveranno saranno molte.

Chiarito questo conceto, cominciamo. Non ricordavo che nel prologo ci fosse il riepilogo di storie passate, presenti e future, a volte con rimandi a “Il Silmarillion”, a “Lo Hobbit” e a chissà cos’altro che ancora non ho letto, né che nel prologo ci fosse un intero capitolo dedicato all’Erba Pipa.

Ed è bello, da leggere, perché prepara alla storia che verrà, spiegando per sommi capi qualcosa del prima, come già detto poche righe più in alto. In maniera blanda, e bisogna aver letto entrambe le opere per capire i riferimenti, ma va bene così.

Si parte quindi con la storia. C’è la festa di Bilbo Baggins da organizzare, ma prima ci vengono spiegati in maniera minuziosa gli usi e costumi degli hobbit della Contea, in grado di parentela che esiste fra Bilbo e Frodo e il perché questi ultimi siano così strani rispetto agli alttri.
I festeggiamenti sono gargantueschi, vanno avanti per molto, molto tempo, e a un certo punto Bilbo tiene un discorso, indossa al dito un anello e… Pouff! Scompare fra il disagio e la costernazione dei presenti.
Lo ritroviamo subito dopo a Casa Baggins per prendere armi e bagagli e andarsene, ma non prima di aver abbandonato l’anello su ordine dello stregone Gandalf il Grigio.

Nel frattempo anche Frodo rientra, e trova un Gandalf pensieroso.
Gandalf gli consiglia di non usare l’anello, di metterlo in un luogo sicuro, quindi se ne va dicendo che sarebbe tornato. Prima o poi.

Successivamente vediamo la vita quieta e solitaria di Frodo: lo vediamo trascorrere le giornate con gli amici, ma più spesso da solo. In lui nasce la volontà quasi inconsapevole di viaggiare, di partire per un’avventura, come accadde a Bilbo molti anni prima.

E qui torna Gandalf, dopo nove anni dalla sua ultima visita, quando Frodo ha una cinquantina d’anni, età in cui uno hobbit è ancora giovane e nel pieno delle forze.

Gandalf ha scoperto qualcosa a proposito dell’anello, e ne ha la conferma dopo che, una volta gettato nel fuoco, sulla sua superficie dorata e incredibilmente ancora fredda appare una scritta.

Gandalf gli suggerisce di mettersi in viaggio verso Granburrone, dagli Elfi, portandosi dietro l’Anello e un compagno fidato. Ovviamente l’Anello deve rimanere segreto.

Vedremo che i compagni saranno più di uno, assisteremo ai preparativi, alla vendita di Casa Baggins e, finalmente, alla furtiva partenza.

Durante il cammino verso Crifosso, che è dove Frodo ha comprato una casa per dare la falsa pista che si fosse trasferito là, incontrano pure alcuni elfi, che li aiuteranno e diranno loro qualcosa a proposito dei cavalieri neri che hanno per caso evitato.

A Crifosso riposano una notte, quindi ripartono, addentrandosi nella Foresta Vecchia, sulla quale aleggiano misteriose leggende, e qui, a un certo punto, vengono “trattenuti” da un vecchio salice che si era svegliato con la luna storta.

Fa ora la sua comparsa Tom Bombadil, una specie di divinità dei boschi, un esserino bizzarro che va cantando allegri motivetti, che li aiuta contro il salice, rimproverandolo di essere cattivo, e ancora quando affronteranno i tumulilande e rischieranno di morire ancor prima di arrivare a Brea e cominciare così il cammino vero e proprio verso la casa di Re Elrond. (No, non ricordo se l’hanno già detto, ma in ogni caso lo si scoprirà entro breve.)

Lasciamo Tom Bombadil ai suoi affari, che deve badare alla sua casa e alla sua bella moglie Baccador, e riprendiamo il cammino.
Andiamo a Brea, come da lui suggerito. Proviamo a dargli retta e vediamo cosa succede.

Si arriva a Brea senz’altri intoppi, e ci si ritrova alla locanda del Puledro Impennato, dove conosciamo un indaffaratissimo oste, Omorzo Cactaceo, proprietario del locale.

Lui fa accomodare gli ospiti in un salottino appartato, porta loro la cena e indica quali saranno le loro stanze.

Prima di farli andare a letto, però, li invita a far compagnia agli altri ospiti, giusto per raccontare qualcosa della Contea e fare un po’ di baldoria.

Purtroppo accade che Frodo svanisca nel nulla, rivelando la presenza dell’anello ai presenti. E, fra i presenti, c’è Billy Felci, ladruncolo patentato, in combutta coi cavalieri neri. Sarà lui a indicare loro che gli hobbit si sono fermati lì e che strada abbiano preso, ma prima che ciò accada facciamo un’altra conoscenza.

Si introduce, all’interno della locanda, tale “Grampasso, amico di Gandalf. Il suo vero nome è Aragorn ma nessuno sembra saperlo. È un ramingo, e un compagno che accompagnerà gli Hobbit almeno fino a Gran Burrone, città degli Elfi, governata da Re Elrond.

Assieme a lui gli hobbit si incamminano attraverso le terre selvagge, incontrando posti pieni solo di insetti fastidiosi, ma anche luoghi più pericolosi, come Colle Vento.

A Colle Vento sembra essere passato Gandalf qualche giorno prima, e in qualche modo era in pericolo e ha potuto lasciare solo un segno vago della sua presenza.

Qui i nostri si riposano delle fatiche del giorno, e Grampasso distoglie l’attenzione degli hobbit, impauriti, raccontando loro le storie della Terra di Mezzo.

Perché la Storia, nella Terra di Mezzo, viene sì studiata e ricordata attraverso i libri, ma anche tramandata oralmente con racconti e canti, e questi ultimi, forse, ne sono la parte più importante. Ascolteremo Grampasso cantare la storia di Beren e Luthien, che vi invito ad andare a leggere nel Silmarillion, oppure, se non ne avete voglia, almeno a documentarvi: ve ne parla qui Riccardo Dal Ferro.

In questo luogo avremo poi a che fare di nuovo coi cavalieri neri, che si vedono in lontananza.

È in questo luogo, in questa situazione, che Frodo cederà al desiderio violentissimo di mettere l’Anello al dito, dopodiché avremo una descrizione dei cavalieri neri visti dalla parte oscura, cioè dal mondo delle ombre in cui si viene portati dall’Anello, e ci viene detto che sono figure pallidissime con gli occhi penetranti e con una corona in testa (Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende, recitano i versi).

Ecco, Frodo viene ferito a una spalla da uno di questi, e su di lui cala il sipario, per ora, perché la spada dei cavalieri è intrisa di un veleno che l’uomo non può curare.

E inizia qui un altro pezzo di fuga, che si concluderà guadando un fiume che poi travolgerà i cavalieri neri.
Frodo perderà i sensi, quindi non sappiamo cosa succeda da quel momento in avanti, ma ci svegliamo a casa di Re Elrond, in compagnia degli elfi. Troviamo Gandalf al capezzale di Frodo, che ci racconterà gli avvenimenti dei tre giorni di buio. Andremo poi a fare festa assieme agli elfi, Frodo sarà seduto accanto al nano Gloin, amico di Bilbo e partecipe con lui dell’avventura alla Montagna Solitaria, narrata ne “Lo Hobbit”; ci riposeremo, poi tutti al Gran Consiglio a decidere il destino dell’Anello.

Al Gran Consiglio di Elrond partecipa un sacco di gente, e viene ricostruita abbastanza minuziosamente la storia dell’Anello, mettendo insieme i frammenti di vari narratori fra cui lo stesso Frodo. È una storia lunga e travagliata nella quale si apprende il tradimento di Saruman il Bianco, ora Saruman il Multicolore, e alla fine Elrond chiederà una cosa del tipo: “Bene, e adesso?”.

Adesso bisogna decidere il destino dell’Anello. Due sono le fazioni: da una parte chi dice che l’Anello può servire per sconfiggere il nemico, dall’altra chi vuole distruggerlo perché solo Sauron può usarlo.

La scelta è quella di distruggerlo, e il primo a offrirsi volontario per portarlo è il vecchio Bilbo Baggins.
Gli verrà negata questa possibilità a causa del fatto che ha tramandato l’Anello a frodo, e quest’ultimo, dopo un breve silenzio, si sorprende a dire che l’avrebbe portato egli stesso fino al monte Fato.

Da questo momento all’effettiva composizione e partenza della compagnia dei 9 passano circa due mesi, ma non sto qui a raccontarveli, sennò non vi rimane nulla da leggere.

Diciamo che partono due uomini, Aragorn figlio di Arathorn, erede di Isildur, e Boromir di Gondor; un elfo, Legolas, figlio del re Thranduil; un nano, Ghimli figlio di Gloin; uno stregone, Gandalf il Grigio, e quattro Hobbit, Frodo, Sam, Pipino e Merry della Contea.
Molti di voi già lo sanno, ma io mi metto sempre nei panni di chi non ne sa ancora niente, quindi portate pazienza: affrontare le sue milleduecento pagine non è impresa facile, specie per chi non è abituato a leggere molto, e chi ha visto solo il film ha bisogno di qualche riferimento in più per comprendere meglio alcuni eventi, come vedremo in seguito.

Ecco, per riassumere fino a qui diciamo che Frodo è partito dalla Contea in autunno e l’avventura vera e propria inizia in pieno inverno. Si dirigeranno a Sud, avvicinandosi alle montagne. Il nano le riconoscerà a colpo d’occhio, dato che fanno parte della cultura del suo popolo tanto da essere ritratte in una moltitudine di oggetti e narrati in mille e mille storie e leggende., quindi per ora non c’è bisogno di una mappa. Abbiamo una guida.

Affrontano il passo di Caradhras, ma ci restano quasi assiderati a causa di una tormenta di neve non proprio naturale, quindi si precipiteranno giù, ai piedi della montagna , dove verranno attaccati dai lupi.

Il rifugio più vicino è una via che non vorrebbero prendere, ma ci si vedranno costretti. Attraverseranno le miniere di Moria, antica dimora dei nani.

Ci sono ancora alcune difficoltà, prima di entrarvi, ma se non entrassero la storia non andrebbe avanti. Eccoli quindi attraversare il buio della montagna, in compagnia di se stessi e delle loro paure. Ecco, se avete visto i film di Jackson sapete già più o meno cosa li attende lì dentro, se non li avete visti, invece, meglio così. E sapete perché? Perché la versione di Jackson non combacia. Non è combaciata finora, non combacia ora e, come vedremo, non combacerà da qui in avanti.

Non perché abbia riscritto la storia, certo che no, ma perché ne ha modificato alcune parti per scopi puramente spettacolaristici. Le battaglie, per esempio, non durano interi capitoli, come invece ci vorrebbe far credere il film che le fa durare interi quarti d’ora, ma vengono descritte in poche pagine, a volte in poche righe.

Ma stavamo parlando di Moria.
A Moria avremo una prima battaglia contro gli orchi, che poi si ritireranno quando il loro posto verrà preso da un balrog che, a quanto pare, cadendo nell’abisso trascina Gandalf con sé, e noi piangeremo la sua morte.

Il viaggio prosegue rapido, e in breve tempo arrivano a Lorien, dimora di elfi silvani, e da lì condotti bendati al cospetto di Dama Galadriel.

Ci viene descritto molto bene il bosco pieno di alberi d’argento con le foglie d’oro, dove vengono costruite le case degli Elfi, e lì la compagnia si fermerà per lungo tempo.
Per chi ha visto il film, diciamo che non è che si fermino una sola notte.

E lo “Specchio di Galadriel” gli mostrerà praticamente una metafora di ciò che sarà tutta la storia che ancora dobbiamo leggere.
Galadriel ci mostrerà il suo anello, e ci farà vedere che è capace di ridere con la semplicità di una bambina.
E finalmente la compagnia riprende il cammino. Gli elfi faranno loro alcuni doni: il “pan di via”, una specie di galletta molto nutriente e dolce; abiti elfici, utili per nascondersi, e alcuni doni personalizzati, uno per ogni membro del gruppo, a scelta del singolo. Sam, per esempio, avrà in dono un po’ di terra di Lorien, per il suo giardino, e Gimli, profondamente innamorato di Galadriel, chiederà una ciocca dei suoi capelli.

No, cari lettori, non ridete del dono fatto a Sam. Non conoscete Lorien, non sapete quali meraviglie nasconda.

Comunque il cammino riprende. Viaggiano per una settimana lungo un fiume, navigando per essere più veloci, sempre seguiti da qualcuno. Da Gollum, si, che io non ve l’ho detto, ma è da tempo che segue la compagnia nascondendosi nell’ombra.
Dicevo, navigano una settimana, poi vengono intercettati dagli orchi. Saranno costretti ad approdare e trasportare le barche a piedi attraverso una striscia di terra fino ad arrivare a un altro fiume. No, i nomi dei fiumi non ve li dico. Rimettono a mollo le barche e proseguono, incontreranno gli Argonath, due gigantesche statue di pietra rose dal tempo, e poi approderanno in un luogo sicuro.

Giunti in un luogo sicuro si riposeranno una notte, ma prima che sia finita la mattina successiva succederà ancora qualcosa: uno dei compagni impazzisce e attacca Frodo, che infilerà l’Anello al dito per sfuggirgli.

Vedremo poi Frodo partire con Sam, distaccandosi dal resto della compagnia, mentre gli altri lo stanno ancora cercando credendolo perduto.

Qui finisce il primo libro della trilogia.

Se volete ascoltarmi ancora un momento, vi dirò che questo primo libro è scorrevole, agile da leggere nonostante la sua mole, molto descrittivo e ancora luminoso. Solo alla fine si inizia a intuire quale sia l’entità dell’oscurità cui stiamo andando incontro.

Avendolo già letto una volta, so che il secondo libro è difficile, perché ogni passo sarà sofferto, e non si vedrà nulla all’orizzonte: nessuna speranza, nessuna via d’uscita, solo ombre, paura e morte, ma tutto questo ve lo racconterò più avanti.

Alla prossima, cari lettori!

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Fondazione anno zero (***)

Di Isaac Asimov
370 pagine
Editore: Mondadori
Iniziato il: 16/01/2014
Finito il: 26/01/2014

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Secondo prequel alla “Trilogia della Fondazione”, cari lettori!
Iniziamo subito, senza chiacchiere inutili, per stavolta.

Vediamo un seldon già avanti con gli studi sulla psicostoria. Avanti è una parola grossa, però in otto anni dagli eventi narrati in “Preludio alla Fondazione” le cose sembrano essere migliorate.
Sotto la tutela di Demerzel è diventato preside della facoltà di matematica dell’università di Strelheim e il suo discepolo prediletto è quello Yugo che abbiamo conosciuto nelle cistermiche di Dahl.

Seldon vive con Dors, sua protettrice nel volume precedente e sua moglie adesso, e con quel ragazzetto raccattato a Billibotton, il peggior posto di tutto Trantor.

Ecco, diciamo che i primi capitoli parlano delle difficoltà degli studi di Seldon, nonostante l’aiuto del bravissimo Yugo.

La storia si svolge inizialmente attorno a un nuovo personaggio politico che lavora per destituire Demerzel da primo ministro e, di conseguenza, insediarsi egli stesso.
Si tratta di Joranum, un tizio che ha un certo influsso sui Dahliti, e Seldon invierà a Dahl proprio Raych, il ragazzetto di cui sopra che ora è cresciuto, a cercare di farsi raccontare qualcosa da lui, entrando nelle sue grazie.
Per il bene dell’Impero, sostiene. Perché né lui, con la sua psicostoria ancora inutilizzabile, né Demerzel con le sue qualità che non vado a svelarvi, perché è una cosa grossa, riescono a venire a capo della situazione.

Dicevo, è una cosa così grossa, quella di Demerzel, che già nel romanzo precedente ha richiesto la massima riservatezza persino a Seldon, sigillandogli la mente in modo che continui a esser parte del segreto ma che non possa divulgarlo.
E, sebbene ormai sia cosa nota, io non posso parlarvene perché se non avete letto il Preludio sarebbe uno spoiler troppo importante.

Tornando a noi, questo Joranum tenterà di far passare Demerzel per un robot, ma tutto verrà messo a tacere e dimenticato in breve tempo, mentre lui verrà reso ridicolo agli occhi di tutti e quindi non più eleggibile a primo ministro.
In ogni caso Demerzel si dimetterà, e Seldon sarà eletto Primo Ministro Imperiale dall’Imperatore stesso.

A Seldon non piacerà, ma ciò gli permetterà di dedicarsi ai suoi studi con molte più risorse e, una decina d’anni più tardi, di poter costruire il Primo Radiante, che finora era solo teorico, e iniziare a fare qualche timida previsione.

Nel frattempo, un vecchio Joranumita rimette insieme una cellula di, appunto, joranumiti.
Seldon rimanderà Raych a sondare il terreno, ma gli farà tagliare i baffi, tanto per cammuffarlo un po’.
Ecco, impariamo dal romanzo precedente che per i dahliti i baffi sono simbolo di virilità, e per un dahlita tagliarsi i baffi è come tagliarsi… beh, avete capito cosa.
Ciononostante ubbidirà.
Non servirà però a molto, dato che verrà scoperto e usato dai Joranumiti per complottare contro il suo stesso padre. Ovviamente tutto sarà reso vano all’ultimo secondo, visto e considerato che abbiamo ancora un paio di centinaia di pagine prima della fine, però vi racconto che subito dopo questo attentato verrà instaurato un governo militare, e Seldon sarà destituito e lasciato in pace mentre continuerà a studiare la sua Psicostoria.

Lo vedremo poi festeggiare il suo sessantesimo compleanno in grande stile sotto lo sguardo della onnipresente Dors, la sua bella moglie, che sembra sempre giovane. E mi fermo qui, perché si fa un gran parlare di Dors, e io non vi ho raccontato chi è, e quindi ogni mia parola potrebbe rovinarvi la sorpresa alla fine del libro precedente… e sarebbe brutto, dai!

Vi dirò invece che la storia è tutto un susseguirsi di intrighi e sotterfugi, attentati veri o presunti ai danni del nostro buon Hari Seldon, in ogni caso sventati dall’abile Dors. Tutti tranne uno, ovvero quello in cui è l’Imperatore a farne le spese, ma è talmente improvviso e imprevisto… arriva da una persona insospettabile in un momento piuttosto particolare. E vi ho già detto fin troppo.

Verso i tre quarti del romanzo, poi, vedremo Dors uscire di scena. Vi dispiacerà non poterla più rivedere, perché vi sarete affezionati a lei, ma non si può evitare l’inevitabile, il suo destino è già stato scritto. Qualcuno è venuto a conoscenza del suo segreto, e lo userà contro di lei.

Da quel momento in poi di lei non sentiremo più parlare, vedremo Seldon solo coi suoi pensieri e i suoi collaboratori. E poi vedremo Seldon… solo. Nel senso che invecchia sempre di più, e come lui i suoi amici e i suoi collaboratori, ma ovviamente il nostro matematico sarà più longevo di tutti loro.

L’ultima parte della storia è dedicata alla vecchiaia di Seldon, che rimarrà solo, o quasi. Vedremo la Psicostoria compiere considerevoli balzi in avanti, grazie soprattutto alla nipote di Seldon, Wanda, che riuscirà a sistemare le ultime equazioni e dare al tutto una parvenza di credibilità.
Vedremo altresì formarsi nella testa di Seldon l’idea di costruire non una, ma due fondazioni… e qui il nostro Asimov si concede il lusso di un mostruoso spoiler: io, la “trilogia della Fondazione” l’ho già letta, e questo è un prequel scritto successivamente sotto le pressioni dell’editore.
Ebbene, dicevo, Asimov ci rivela già che esiste una seconda fondazione, ci dice com’è strutturata, dov’è sita… insomma, se nella Trilogia è una cosa che si scopre solo alla fine, dopo questo libro sapremo che era una cosa nota già da prima. E delle registrazioni a proposito delle “crisi Seldon” ci dirà solo che le ha… registrate, appunto. Ma di questo parleremo nella prossima recensione, ovvero in quella della Trilogia di cui sopra.

Se mi permettete un’ultima considerazione, vi dirò che a conti fatti “Fondazione anno zero” è né più né meno la biografia di Hari Seldon, prima matematico e poi psicostorico; una biografia intrisa di tentati omicidi ai danni del protagonista, cosa che avverrà dall’inizio del romanzo alla fine della sua vita, o quasi.
Non è che mi sia piaciuto poi molto. Certo, ci sono le trovate geniali tipiche di Asimov, ma questo romanzo tende a essere ripetitivo, a volte persino noioso, ma va comunque letto per la completezza della saga.

Bene, cari lettori, stavolta vi ho detto praticamente tutto. Si, dai, tutto a parte il segreto di Demerzel e di Dors, ma dovrò pur farvi leggere qualcosa da soli, no?

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Trilogia della Fondazione (*****)

di Isaac Asimov.

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Spoiler alert!!

Oramai dovete esserci abituati, cari lettori: io vi dico quasi tutto ciò che accade, dall’inizio alla fine. Lascio però un sacco di cose non dette, cose belle che vanno scoperte leggendo, ma questo lo dovete fare da soli.

Bello, dai. Seppure siano 600 pagine (o poco più), Asimov si fa leggere piacevolmente, scorrevolmente e altri avverbi del genere.
E’ difficile dare un giudizio a un’opera dalla quale sono state tratte molte altre saghe fantascientifiche e che è stata giudicata “il miglior ciclo fantascientifico di tutti i tempi”, quindi mi limiterò a fare dei brevi, brevissimi riassunti dei tre libri ivi contenuti.

In ogni caso, è impressionante il modo in cui Lui tratta la Fantascienza: in questo ciclo di romanzi, saremo immersi nella politica, nei suoi intrighi, nello spionaggio, nei sotterfugi dei mercanti, della religione inventata ad hoc, delle battaglie nello spazio appena accennate.
L’unica cosa che rende queste storie diverse da una realtà terrestre, è il fatto che invece di esserci una decina di nazioni che combattono con aerei, navi e carri armati, ci sono migliaia di pianeti che combattono con le astronavi.
Quindi, come ormai avrete intuito, se cercate un libro d’azione, questo non fa per voi.
Cioè, azione ce n’è in abbondanza, se la si sa cogliere, ma non aspettatevi battaglie epiche o roba del genere.

Detto questo, andiamo ad analizzare in poche parole i tre libri che compongono la raccolta.
In poche parole perché, come al solito, io voglio solo mettervi curiosità.
Leggete e saprete; leggete e non ne resterete delusi!

Libro primo: Prima Fondazione.

Si parte dallo psicostoriografo Hari Seldon che prevede un declino dell’impero galattico e un successivo periodo di 30mila anni di barbarie. La soluzione è quella di scrivere una monumentale enciclopedia contenente tutte le scienze, tutte le nozioni fino ad allora conosciute, in modo da ridurre il periodo di barbarie a “soli” mille anni.

Prima si fa esiliare su Terminus, un piccolo, inutile pianeta disabitato ai margini della galassia, e da lì si svilupperanno le successive situazioni. Vedremo crescere la Fondazione e la vedremo espandersi e conquistare i mondi barbari: prima con la religione, creandone una ad hoc e portando “miracoli” basati sulla scienza atomica, ormai dimenticata da molti, (e qui vedremo chiaramente come una religione inventata possa soggiogare milioni di menti deboli), poi abbandonandola e ricominciando la conquista tramite il commercio e la dipendenza dei mondi dalla Fondazione. Cioè, tutto funzionerà a pile atomiche, e la Fondazione ne avrà, appunto il monopolio.

Libro secondo: Fondazione e Impero.

In questo libro conosceremo ciò che resta della grandezza dell’Impero, e della sua flotta, costituita da enormi astronavi lunghe oltre tre chilometri, che comunque avranno problemi a star dietro alle piccole e più agili navi mercantili, meno armate ma comunque agguerrite e tecnologicamente superiori (vi ricorda qualcos’altro?).
Tutto questo nella prima parte, dove vedremo i resti dell’impero sfaldarsi definitivamente all’avanzare del Mule, un mutante che tenterà di conquistare l’universo piegando la mente degli avversari, ivi compresa l’invincibile Fondazione.

Purtroppo, la parte centrale del libro è intrisa di un brutto immobilismo, di apatia politica, se vogliamo, e assistiamo a un ripetersi continuo degli stessi eventi durante il corso della storia: arriva la solita “crisi Seldon”, e il figo di turno risolve la situazione. Diciamo che viene un po’ voglia di abbandonare il tutto, ma non fatelo! Solo in un secondo momento capirete perché esiste quella parte, la sua funzionalità intrinseca, quindi fatevi coraggio e andate avanti.

Per fortuna, nella seconda parte arriverà una coppia di sposini, che ci farà vivere una situazione che all’inizio sembra uguale ad altre già viste, ma che pian piano si svilupperà in maniera diversa, apparentemente fuori dal progetto Seldon. Dico apparentemente perché non sappiamo ancora cosa succederà in seguito, e in ogni caso, arrivati al penultimo capitolo, accadrà qualcosa che darà la spinta propulsiva necessaria per farvi bere in trenta secondi l’ultimo capitolo e fiondarvi senza indugio nel terzo libro.

Libro terzo: seconda Fondazione.

Un titolo uno spoiler. Cioè, si parla della seconda Fondazione già nel primo libro, ma è una cosa segreta, non si è sicuri che esista… ma sto titolo fuga ogni dubbio, non vi pare?

Il terzo e ultimo libro della trilogia (cosa ovvia, invero, ma è così), quello che secondo me è il più bello di tutti, quello che ha fatto spuntare la quinta stellina là in alto, si apre dopo soli 5 anni dagli eventi del secondo libro. Solo 5 perché in genere si fanno salti di 50 anni alla volta.
Dicevo, vedrete il Mule alla ricerca della seconda fondazione, ma gli uomini della seconda fondazione saranno su di lui per primi, e gli faranno il lavaggio del cervello. Il Mule diventerà un agnellino, e un po’ dispiace vederlo sconfitto a un passo dalla conquista della galassia. Dopotutto, il buon Isaac ce l’ha reso simpatico per un po’ di tempo, questo “nemico della Fondazione”.
Ma la saga si intitola “trilogia della Fondazione”, non “Il Mule muove e vince”, quindi era perfettamente noto a tutti che prima o poi sarebbe stato vinto.

Nella seconda parte, invece, conosceremo una bambina… No, scusami, Arcady… Dai su, non fare l’offesa e posa quel disintegratore…
Grazie. Posso andare avanti con la MIA versione dei fatti o devi dire la tua per forza?
Grazie.

Scusatela. Sapete, è in fase adolescenziale…
No, dicevo, conosceremo questa… Arcady, e gli uomini della seconda fondazione, e a cosa serve la seconda fondazione. Sì, lo so, ho fatto la ripetizione, ma ormai mi son stufato di sta recensione.
Uffa! Ebbasta con ste rime a profusione!

Mi limiterò a dirvi che sarà Arcady a scoprire dove si trova la seconda fondazione, in un momento che non vi aspettate, che direte “Eh? Ma che…” e in quel momento, prima di finire la frase, anche voi sarete illuminati, e proverete soddisfazione. Poi alla fine cambierete idea, ma intanto sarete soddisfatti dalla soluzione geniale.

Non vi racconterò della sua fuga, della guerra, dei 5 uomini chiave, degli uomini della seconda Fondazione e di tutto il resto, mi limiterò a portarvi direttamente alla fine, dicendovi che Arcadia (ops…), seppure ignara di tutto, sarà colei che riporterà sulla retta via il Pogetto Seldon.

Un ultimo, gigantesco spoiler, se me lo consentite (altrimenti fate a meno di leggere): “l’altro capo della Galassia” va inteso in senso sociologico.

Questo è tutto, cari lettori! Buona lettura!

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